Duc - Distretto Urbano del Commercio

I Locatelli e la loro super carrozzeria Da quasi un secolo nel borgo d’oro

I Locatelli e la loro super carrozzeria Da quasi un secolo nel borgo d’oro
02 Ottobre 2019 ore 09:15
Foto di Sergio Agazzi

 

Aveva cominciato riparando le balestre dei carretti. Poi arrivarono le prime auto, e fu così che Antonio Locatelli, classe 1911 (omonimo del celebre aviatore), aprì in società con Isidoro Belloli la sua prima carrozzeria a Bergamo, in via Nazario Sauro, in Borgo Santa Caterina. Era il 1930. Dopo due anni si trasferirono in via Garbelli, sempre nel borgo d’oro, dove ancora tuttora continua l’attività di carrozzeria. Nel 1944, sul finire della guerra, ad Antonio subentrò il figlio Francesco. «In quegli anni il lavoro che ci veniva richiesto era quello di tagliare i tetti delle auto per poterci collocare le mitragliatrici», ricorda Luigi – nipote di Antonio – che nel 1970 entrò a lavorare nell’azienda di famiglia. È una lunga storia, quella della famiglia Locatelli.

 

 

Luigi racconta con semplicità dei suoi inizi: «A scuola ero una “tegola”. E quindi mi misi subito a lavorare». Poi, però, a scuola ci tornò, perché capì che «il tempo correva e bisognava conoscere sempre cose nuove». All’Esperia imparò a saldare, e poi fece un corso più di carattere commerciale. Ridacchia, raccontando che dovette imparare persino a stenografare. Luigi parla poco, preferisce accompagnarci all’interno della carrozzeria. Ci mostra gli spazi – ordinati e curatissimi -, le apparecchiature di nuova generazione per la verniciatura delle auto, la dovizia con cui si smaltiscono plastica e altri scarti, le ventole di areazione e aspirazione. Ci porta all’esterno per farci notare che non vi sono né odori, né polveri. Qui sta tutto il suo orgoglio. Non nelle parole, ma nell’accuratezza del loro fare. «Se ci fossimo trasferiti fuori dalla città, tutta questa attenzione non sarebbe stata necessaria e ci saremmo risparmiati un bel po’ di lavoro». Ma alla fine il borgo è il borgo. Qui sono nati e cresciuti anche i suoi due figli, Antonia e Matteo, oltre che l’attività e la vita familiare e dunque non si può venir via.

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Luigi è fiero del suo essere artigiano, gli è sempre piaciuta la manualità, ma non nasconde che a diciotto anni l’obiettivo fosse avere un’auto propria per potersi divertire e, perché no, far colpo sulle ragazze la sera. Quel «se sei bravo, ti compro la macchina» valeva più della fatica, e promuoveva una certa arte dell’arrangiarsi. «Quelli della mia generazione l’auto se la sono sudata! Ecco perché ne avevamo più cura». Alle nove e trenta e alle quindici e trenta, ogni giorno da ormai trent’anni, passa a prenderlo il corniciaio Ghilardi, il cui laboratorio è poco distante. Bevono insieme il caffè, nello stesso bar, chiacchierano un po’ e si danno appuntamento per la domenica. Una volta a settimana, infatti, i due amici si incontrano per una passione condivisa: gli orologi antichi. Luigi è passato dai grandi lavori delle auto a quelli più meticolosi e di precisione sugli ingranaggi degli orologi. Questo hobby gli ha poi permesso di esaudire qualche desiderio dei clienti della carrozzeria realizzando minuscoli pezzi di ricambio, tutti costruiti con la mano ferma di chi ha fatto della pazienza la sua virtù. I figli dicono di lui che «è quadrato»: chiede a tutti la sua stessa precisione e ama muoversi su terreni di cui conosce ogni meccanismo e che rispettano le più rassicuranti leggi della matematica. Luigi fa tutto ciò che deve essere fatto, il giusto, perché «chi fa troppo, sbaglia».

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