Cosa ne resta oggi

L’ultimo mulino di Treviglio

L’ultimo mulino di Treviglio
10 Marzo 2015 ore 13:33

[Foto di copertina: Giuseppe Fanzaga nel mulino]

 

Di quattro ne è rimasto uno: sì, una volta Treviglio contava quattro mulini, uno per ogni porta della città. Un borgo che vantava un consistente numero di rogge e canali tanto da poter  essere considerato come una sorta di nostrana Venezia.

Torrenti e battaglie. La storia dei corsi d’acqua (oggi per lo più nascosti dall’asfalto delle strade) è stata spesso caratterizzata da episodi anche violenti. Nel corso dei secoli la cittadina ha dovuto sempre comunque difendere il diritto di usufruire dell’acqua del Brembo: nel 1560, all’ennesimo sabotaggio da parte dei Brembatesi della diga che convogliava le rogge trevigliesi, i cittadini si armarono e marciarono a Brembate dove fecero addirittura dei prigionieri portati poi in città. Fu solo qualche anno dopo, nel 1570, che, grazie ad un accordo tra le Repubblica Veneta e Milano, Treviglio ebbe diritto (rivisto solo quasi quattro secoli dopo nel 1956) ad usufruire dell’acqua del fiume.

Un po’ di storia, farina bramata compresa. Ma torniamo al mulino solitario che è ancora possibile vedere a ridosso del centro di Treviglio, in fondo alla via Cavallotti. Del Mulino Fanzaga, inizialmente Mulino fuori Porta Zeduro perché posizionato proprio davanti a una porta così chiamata e attraverso la quale si entrava nel borgo (era la via per chi proveniva da Bergamo), vi era già traccia in un documento datato 1392 e compare negli Statuti comunali del Castello di Treviglio, che  ordinavano i diritti di prelevare l’acqua dal Brembo.

Oggi è l’ultimo superstite delle decine di mulini che un tempo costellavano  rogge e canali nei territori attorno al paese. Per quattro secoli patrimonio del Comune (che lo affittava per trarne guadagno), nel 1700, per far fronte ai debiti, fu venduto a privati, passando dapprima di proprietà dell’Ospedale di Santa Maria, poi dei fratelli Cologno a inizio anni Venti (che lo utilizzarono anche come oleificio). Fino a quando, nei primi anni Cinquanta, fu acquistato dalla Mulino a cilindri, società di Giuseppe Fanzaga (di origini caravaggine) che, dopo aver ammodernato i macchinari, portò in auge il nome di Treviglio grazie al suo prodotto, la farina bramata oro. Dopo essere passata al figlio Cesare, mancato in un incidente nel 1998, il Mulino ha poi cessato la propria attività e ha dovuto chiudere.

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Come funzionava (e quel che resta). Sebbene non più in funzione da quindici anni, il suo interno è rimasto intatto, come se il tempo si fosse semplicemente fermato, e i macchinari sembrano pronti, al clic di un interruttore, a riprendere a funzionare come una volta: un’opera d’arte di ferro, legno ed acciaio, dove rubinetti, tubi e serbatoi, trovano la propria posizione in un armonico insieme dislocato sui tre piani dell’edificio, alto 12 metri. Grandi macchinari in cui si miscelavano i diversi tipi di farina accumulata nei diversi serbatorio, colonne di legno con coclee interne per il trasporto di farine da un piano all’altro, lunghi tubi orbitanti che pescavano il grando da una grande tramoggia (il serbatoio generale). Nel tubo, una vite senza fine trasportava alle macchine quanto andava macinato. All’esterno, invece, riposa la ruota che chissà quanti litri di acqua ha spostato da quando è stata messa in funzione qualche secolo fa.

Si pensa ora di farne un Museo Storico Didattico, e, anzi, sarebbe forse doveroso, in quanto rappresenta un patrimonio per tutta la comunità e costituirebbe un ottimo modo per far conoscere a tutti la magia di quel posto, che ha contribuito a scrivere la storia della cittadina trevigliese: qui, in una sorta di fabbrica di Willy Wonka, arrivavano carri carichi di granoturco da cui uscivano poi quei pacchetti che brillavano alla luce come contenessero metallo prezioso, la farina bramata oro appunto, quella “giusta”, quella tipica per fare la polenta bergamasca e che arrivava sulle tavole di mezza Lombardia. Quella che impacchettava la Signora Giustina sempre in balia della pesa che, non precisa come quelle elettroniche odierne, necessitava di continui controlli affinché la taratura di 500g fosse sempre esatta.

Il Mulino è chiuso, la farina un ricordo, ma la pesa esiste ancora, si trova nella cucina di Maurizio Fanzaga, l’ultimo discendente di questo pezzo di storia, che si auspica oggi che possa essere rivalutato e salvato. Treviglio si è già mobilitata aderendo alla campagna del FAI I luoghi del cuore  e cercando di creare una onlus.

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