A Castagneta

Metti un piatto alla Trattoria Parietti dove sembra sempre domenica

Metti un piatto alla Trattoria Parietti dove sembra sempre domenica
08 Maggio 2017 ore 04:30

Quando da Colle Aperto si continua a salire per raggiungere il castello di San Vigilio, imboccando la strada contorta tutta tornanti e parapetti in muretto che passa attraverso boschi e costeggia Valverde, si ha sempre l’impressione di essere già lontanissimi da Bergamo. Non importa quante volte la si è percorsa, pare sempre di essere già in campagna anche se il pieno centro di Città Alta è lì, qualche centinaio di metri più indietro. E quando, continuando a salire, si incontra la deviazione che giunge al gruppetto di case che tutte insieme portano il nome di Castagneta, su un’antica strada che conduceva, oltre i colli, in Val Brembana, l’impressione di essere in una scampagnata fuoriporta è ormai inevitabile.

 

 

A completare la gradevole sensazione c’è la storica Trattoria Parietti, rifugio degli affamati da più di quarant’anni, da quando cioè nel 1974 apparve l’insegna sulla piazzetta di fronte alla chiesetta di San Rocco, proprio davanti alla fermata dell’autobus. Una cartolina da gita domenicale. Si potrebbe anzi dire che, con tutta probabilità, alla trattoria Parietti è sempre domenica, la stessa da quattro decenni. Non devono essere cambiati poi molto gli spazi che fanno questo storico locale, fatto di tavolini ravvicinati con tovaglie verdi e dalla piccola cucina sul lato dell’ingresso. Non la si può certo definire una trattoria come tutte le altre, anche solo per l’enorme marmitta ricolma di primaverili fiori di plastica che pende centrale dal soffitto come un lampadario rinascimentale oppure, ancora, per le pareti, dipinte con scene bucoliche della campagna bergamasca. Piena zeppa di persone.

 

 

Di bergamaschi prima di tutto, non ci si può sbagliare quando si riconosce l’accento e qualche parola in dialetto. Piena di turisti, lo si può dire senza indugio, perché portano in tasca la guida del Touring Club e parlano in inglese e tedesco. Ma la certezza assoluta che siamo in un posto sincero viene dal tavolino in fondo alla sala accanto alla finestra dove mangia una nonna col nipotino: la conferma definitiva, non serve altro. Il menù è incredibile due volte: la prima quando ti accorgi di avere in mano un proposta che non rientra nella schemi classici: da buona osteria non ci sono solo polenta, casoncelli alla bergamasca e taglieri di affettati, ma anche una ricca proposta di semplici primi piatti (le penne ai quattro formaggi valgano per tutti), di arrosti, di brasati, di polpettoni della nonna Ines, ma anche spiedini di gamberi o di calamari e il sacrosanto filetto di branzino al gratin.

 

 

Ma lo stupore vero lo provi quando scopri che il menù in realtà è un vero e proprio album fotografico, fotografie vere, quelle fatte ancora con la macchina analogica, e stampate nel più classico dei formati prima che irrompesse l’era digitale. Tra il kitsch e l’avanguardia. Sono le foto dei piatti, spaventosamente schiette, a volte semplicemente ritratti, a volte strategicamente posizionati in una nicchia riconoscibile della Trattoria. Scegliamo per il pranzo una delle più belle: due signore un po’ anziane travestite con un cappello a forma di maiale in testa che, con fare ammiccante, propongono un pantagruelico piatto composto di polenta taragna e coniglio. Nel caso, si possono aggiungere anche i funghi trifolati. Un coniglio polposo e saporito che, da solo, farebbe onore ai ricettari tradizionali, ma anche la polenta taragna non scherza. Niente vino di lusso, qui il vino si misura prevalentemente in quartini generosi di Valcalepio, meglio se rosso, e dopo la mangiata più classica che si possa fare in terra orobica, e prima del caffè, un ultimo immancabile sfizio: qualche fetta di salame bergamasco nostrano. Tanto basta per essere soddisfatti.

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