Arte, storia e scelte attuali

Che ne sarà dell’Albero della Vita in Santa Maria Maggiore?

Che ne sarà dell’Albero della Vita in Santa Maria Maggiore?
Viva Bèrghem 01 Settembre 2017 ore 06:00

«Vale la pena ricollocare l’immenso telero del Liberi in Santa Maria Maggiore, da poco restaurato, a ricoprire quella commovente prosecuzione dell’Albero della Vita la cui riscoperta (letteralmente) nel 2015 ha ormai assuefatto della sua bellezza i bergamaschi e non manca di stupefare i turisti col naso all'insù?». Ecco lo spunto per un articolo di riflessione suggerito da un fedele lettore, che ringrazio. Rispondo volentieri cominciando con una doverosa spiegazione: quando scrissi in merito al restauro della grande tela raffigurante Il diluvio universale che «Il Cav. Pietro Liberi pittore a Venezia» fece nel 1661, volutamente, o se si vuole, di proposito non scrissi che la ricollocazione dell’opera sopra la bussola dell’ingresso laterale di Santa Maria Maggiore avrebbe coperto nuovamente, almeno in parte, l'Albero della Vita, un affresco dipinto da un maestro ignoto tra il 1342 e il 1347, ovvero al tempo delle lotte fra Guelfi e Ghibellini, che la recente letteratura critica riferisce a un anonimo artista di raffinata cultura ricca di elementi lombardi ed emiliani, a cui viene dato il nome di Maestro dell’Albero della vita.

 

 

Una Biblia pauperumL’opera, scoperta nel 2015 grazie appunto alla rimozione del Diluvio, occupa l’intera parete del transetto a sud della chiesa. L’Albero si ispira al Lignum Vitae scritto dal francescano Bonaventura da Bagnoregio intorno al 1260, per consentire al fedele di comprendere il senso della vita di Cristo, fino al sacrificio della vita, alla crocifissione alla glorificazione. L'affresco doveva essere una catechesi illustrata, una Biblia pauperum, esattamente come il sonetto del francescano, per meglio ricordare ai fedeli la vita di Cristo, doveva avere dunque un’azione parlante a supporto alle predicazioni verso i fedeli che in quel tempo difficilmente sapevano leggere.

La storia sovrascrive la storia. Il primo motivo per cui non ne feci cenno è forse il più immediato, magari banale: troppi commentarono per iscritto o a voce, che “purtroppo” il telero del Liberi era destinato a essere ricollocato nel luogo per cui era stato realizzato. Premesso che non credo sia una “gara” tra le due opere, a mio avviso entrambe degne di essere ammirate, e non si capisce perché il povero Liberi continui ad essere sottostimato, per non dire bistrattato, dai bergamaschi, ma altre precisazioni mi paiono imprescindibili. La storia si aggiunge e, spesso, nel bene e nel male, seppellisce la storia.

 

 

Non sembri blasfemo il paragone: tutti sanno che per la costruzione della grande basilica di San Pietro in Vaticano, Bramante fece demolire quasi tutta la parte presbiterale dell’antica e veneranda basilica di Costantino, suscitando polemiche permanenti fuori e dentro la Chiesa, a cui presero parte per esempio anche Michelangelo che criticò la distruzione delle colonne e persino Erasmo da Rotterdam. Bramante fu soprannominato per questo “maestro ruinante” e fu dileggiato nel dialogo satirico Simia (“Scimmia”) di Andrea Guarna, pubblicato a Milano nel 1517. Ora non avrebbe certo alcun senso demolire l’attuale Basilica alla ricerca dei resti dell’antica.

La veste barocca. Ma c’è un altro motivo strettamente stilistico che non va sottovalutato: la basilica bergamasca, Santa Maria Maggiore, ha ora una veste barocca. Mentre l’esterno della chiesa ha conservato l’originale architettura romanica, infatti, l’interno ha subito, nel tempo, notevoli cambiamenti: dall’austero stile Romanico, si passò all’ornamentale Barocco, che oggi ammiriamo. E con questa veste perfettamente si sposa il pennello esuberante e vitalistico di Liberi cui si deve, come ho già avuto modo di scrivere, il rinnovamento in chiave barocca dell’iconografia sacra tra Venezia e Padova.

 

 

A ciò si aggiunga che l’affresco dell’Albero della Vita è solo in parte coperto dal Diluvio ed è la parte nascosta quella meglio conservata: è ora evidente infatti quanto la parte visibile, non “protetta” dal telero sia decisamente sbiadita rispetto a quella superiore. Ancora: la grande cornice in stucco realizzata per racchiudere il dipinto del Liberi si sovrappone a parte dell’affresco non più quindi perfettamente fruibile.

L'alternativa? Ma arriviamo a questioni più squisitamente tecniche. Sappiamo che la Congregazione della Misericordia Maggiore (dal 2004 Fondazione MIA) che gestisce la Basilica ha, unitamente alla Soprintendenza per i Beni Artistici, cercato una possibile soluzione al problema: collocare in altro luogo il telero. Ma le problematiche sono molte: l’opera è di oltre trenta metri quadri di superficie e, così come è stata concepita, necessita di una fruizione dal basso verso l’alto, a una distanza di almeno nove metri. Non è facile quindi trovare una “degna” collocazione che non penalizzi inevitabilmente il dipinto, cosa che, proprio su indicazione della Soprintendenza, ha indotto i responsabili a optare per il ripristino nella sede originaria. Personalmente trovo questa la soluzione migliore: forse noi bergamaschi così come i turisti cominceremo ad apprezzarne la bellezza e ad ammirare anche il Liberi, come è stato in questi mesi per l’Albero della Vita, col naso all'insù?