Lingua madre

Niente di più inutile che "menà l’ös"

Oscillare la porta di casa avanti e indietro non porta da nessuna parte

Niente di più inutile che "menà l’ös"
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Di Ezio Foresti*

Interfaccia tra il focolare domestico e il mondo, l’ös, uscio, ha un ruolo importante nella nostra vita di tutti i giorni, da quando me l’dèrv fò alla mattina fino a quando me l’sèra quando rientriamo a casa. Ma non sempre è così, perché a volte possiamo accontentarci de tiràl cóntra, cioè socchiuderlo senza usare chiavi o catenacci.

Una volta era un’abitudine diffusa, perché cà e paisà i sèra mai fò lacà. Vivere in un villaggio, o in un paesino, portava con sé il privilegio di poter ignorare le ansie da furto anche perché, diciamolo, molto spesso gh’éra negót de robà, se non mobili e suppellettili di poco o nessun valore.

Una piccola indagine ci consente di scoprire diverse tipologie di ös, tra le quali la più tecnologica era forse chèl che l’se sèra fò de per lü, una meraviglia che non richiedeva nemmeno il gesto dell’accompagnamento, grazie alla forma della bandella inferiore a collo d’oca, un antenato dei moderni chiudi porta.

Già più comune era invece chèl col contrapìs, presente in diverse stalle e progenitore delle moderne porte basculanti. Tra le numerose varietà si conteggia anche l’ös finto, una concessione all’estetica che serviva a rendere più simmetriche le facciate delle case. Notevoli anche i detti popolari come indà sö per l’ös, locuzione riservata a imprese fallite o a sogni svaniti.

Menà l’ös, cioè fare oscillare la porta avanti e indietro, equivaleva a imbarcarsi in un’impresa senza vincitori né vinti, o a darsi da fare senza concludere niente. Lo stesso concetto era espresso con mirabile efficacia dall’altro modo di dire dovrà la pèl de pagà la aca.

L’evento più negativo infine veniva tradotto con troà l’ös seràt, che non significava solo trovarsi di fronte a un’imposta sbarrata, ma anche incappare in una vicenda, amorosa o lavorativa, senza vie di uscita.

*in memoria

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