Una storia di alpinismo preziosa

Nives Meroi e Romano Benet la montagna per amore

Nives Meroi e Romano Benet la montagna per amore
Viva Bèrghem 13 Febbraio 2016 ore 16:56

Una storia di alpinismo diversa, preziosa. Non è una dimostrazione di strapotere fisico, ma piuttosto un esempio splendido di saggezza del cuore: la forza è quella del saper rinunciare, forse la più difficile. Nives Meroi (Bonate Sotto, 1961) ha raccontato la vicenda, sua e del marito Romano Benet (Tarvisio, 1962), nella serata di venerdì 12 febbraio, al Cineteatro Agorà di Mozzo. Davanti a una platea affollatissima, i due coniugi e compagni di cordata hanno spiegato la loro storia con un approccio deliziosamente normale, senza il bisogno di dimostrare chissà cosa. Hanno spiegato in primo luogo il loro amore per la montagna, senza l’ossessione delle imprese. Si sono poi soffermati soprattutto sull’episodio che li ha resi ancor più celebri tra gli alpinisti.

Nel maggio 2009, Nives rinunciò a raggiungere la cima del Kangchenjunga, quando ormai le mancavano pochi metri, per soccorrere il marito che stava poco bene e tornare immediatamente con lui al campo base. La scelta è ancor più straordinaria per il fatto che in quel periodo Nives era in competizione per diventare la prima donna ad aver scalato tutti e 14 gli Ottomila. Con quella vetta sarebbe arrivata a 12. Ma una cima raggiunta valeva il rischio di tornare e trovare il marito magari in condizioni ancor più gravi? La scelta di Nives rappresenta una risposta chiara.

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Saper rinunciare. Quando le si chiede se ha sofferto nel fare quella scelta, Nives risponde cristallina: «Il primo pensiero era quello di riuscire a tornare a casa sani e salvi. Finché non torni giù non puoi dire di aver salito quella montagna. E poi il percorso l’avevamo fatto tutto insieme, non aveva senso lasciare lì Romano solo per non restare indietro con la gara». Anche perché in montagna le condizioni di salute possono peggiorare repentinamente.

In competizione con Nives c’erano altre due alpiniste: la spagnola Pasaban e l’austriaca Kaltenbrunner. Racconta però che in ultimo si inserì la coreana Miss Oh, che scalò addirittura 8 Ottomila in 15 mesi grazie agli ingenti sponsor e fu la prima a completare tutti e 14 gli Ottomila. In seguito, tuttavia, il primato le fu tolto perché non poteva dimostrare di aver scalato l’Annapurna; andò quindi alla Pasaban.

 

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Il loro 15esimo Ottomila. Venuta meno la scalata al Kangchenjunga, iniziava per Romano e Nives una salita ben più probante. Era la malattia: una forma severa di un morbo raro, un’aplasia midollare. Serviva un trapiantato: «La possibilità di trovare il fratello genetico è remota, ma Romano è stato fortunato. Chi dona non può sapere chi riceve e viceversa. Questa cosa rappresenta per me una speranza per l’umanità. C’è qualcuno che dona senza nemmeno conoscere la persona che riceverà il suo prezioso regalo».

Romano ha affrontato tante difficoltà nel percorso verso la guarigione: ad esempio ha trascorso 71 giorni chiuso in una stanza di isolamento, oppure ha sopportato il singhiozzo per 31 giorni di seguito. I dolori sono stati molti, ma lui li ha fronteggiati come fa con la montagna, con pazienza. Il primo trapianto non ha avuto effetto, il secondo invece ha funzionato benissimo. Era la prima volta in assoluto che si faceva un doppio trapianto dallo stesso donatore. Dopo la guarigione ha dovuto farsi mettere due protesi all’anca, una nel 2012 e l’altra nel 2015.

 

  

 

Cinque anni dopo. Dopo due anni, Romano è guarito e può ricominciare. Nella primavera del 2011 riprendono a scalare, partendo con vette più semplici, come il Gran Paradiso. A fine anno, Nives si accorge che il marito è completamente guarito, perché, come tanto tempo prima, la distacca largamente nelle ascese. Il cerchio si chiude nell’aprile 2014, quando i due tornano sul Kangchenjunga. Questa volta l’esito è felice. «In vetta insieme a noi c’era anche il donatore di midollo sconosciuto».

Un alpinismo romantico. Sentir parlare questa magnifica coppia è un vero piacere. Emerge spontaneamente il loro approccio alla montagna; a loro non interessa fare le cose velocemente, preferiscono prendersi il tempo necessario per esplorare e provare ad aprire nuove vie, oppure arrischiarsi a scalare d’inverno. Il loro alpinismo è romantico: lo fanno per divertirsi, «stare fuori un po’ è rigenerante, ci piace vivere un mese allo stato brado». Dopo la malattia, tornare in montagna è stata una cosa naturale, perché per loro è un bel modo di vivere e divertirsi.

 

Nives-e-Romano-Photo-courtesy-nivesmeroi.it_

 

«Le ragazze che hanno fatto tutti gli Ottomila poi si sono fermate, ma la montagna dovrebbe essere un modo di vivere», dice Romano. Aggiunge Nives: «Le cose per noi si sono ridimensionate in questi anni, però la costante è la ricerca della bellezza. E per noi la montagna è pura bellezza: questo ci ha dato la forza di riprendere. E poi, quando arriviamo in cima non abbiamo mai uno sguardo di conquista, perché ci rendiamo conto di quanto è fragile la vita umana, ma anche di quanto è bella. Proviamo un pacificante senso di appartenenza al mondo».

E gli altri due Ottomila? A chi chiede loro se proveranno a completare gli Ottomila, rispondono positivamente, senza schermirsi: «Sì, vorremmo farli per il piacere di stare in giro, ma dipende dalla salute. L’importante è provare piacere nel farlo, non deve diventare un’ossessione, come spesso capita con l’Himalaya».

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