Oltre le diatribe

Un tour a Palazzo della Provincia

Un tour a Palazzo della Provincia
07 Giugno 2017 ore 06:15

Qualche tempo fa abbiamo raccontato la problematica relazione Provincia – Prefettura nella condivisione dello splendido palazzo che le ospita entrambe, e che rimane però di proprietà della prima (tanto che la Prefettura dovrebbe trasferirsi, pare, a Palazzo della Libertà). Ma oggi ci soffermiamo solo sulla storia, la ricchezza e la bellezza architettoniche di un palazzo che tutti hanno visto, ma pochi conoscono davvero.

Innanzitutto, il primato dell’edificio sta nel fatto di essere stato il primo a destinazione pubblica costruito dopo l’Unità d’Italia: anno di inizio lavori 1865, anno di fine 1870. All’epoca della definizione del piano, furono discusse tre ipotesi: riconvertire un palazzo già di proprietà della Provincia a sede della Provincia, acquistare un palazzo nobiliare e adibirlo a tale scopo (voci dicono che l’obiettivo fosse Palazzo Agliardi in Via Pignolo) o costruirlo ex novo. Fu il Genio Civile di Milano che optò per la terza opzione, dopo che Roma aveva decretato che non vi erano fondi sufficienti, così che toccò alla Provincia farsi carico dei lavori e, come sempre capita in questi casi, da un preventivo iniziale di L. 350.000 si arrivò a tirar le righe per un totale di L. 700.000.

 

 

L’area su cui sorge è di 2500 metri quadrati. Lo stile è dichiaratamente neoclassico e la pietra utilizzata è esclusivamente locale – Pietra di Cornello e Ceppo di Brembate – mentre la prima mano d’intonaco fu di vivace giallo teresiano, poi stemperato nei toni odierni. Oltre alle lesene, alle paraste laterali e angolari (su cui si affollano putti, cicogne, festoni e fiori di vario tipo) e alle numerosissime finestre (54 per l’esattezza), così come le tre fasce orizzontali costituite dal marcapiano tra l’ammezzato e il piano nobile, dal cornicione di sottotetto con la gronda a cassettoni e dalla balaustra dell’attico, quello che emerge sono i cinque altorilievi in cemento collocati in facciata (scultori Pagani, Ceruti e Maironi) raffiguranti Bartolomeo Colleoni nominato dal Doge capitano generale della Serenissima Repubblica di Venezia, lo stesso condottiero che beneficia la città istituendo il Luogo Pio della Pietà, Bergamo tra le allegorie dei fiumi Brembo e Serio, Il giuramento di Pontida, Alberico da Rosciate che detta e consegna gli statuti alla città. Vi sono anche ritratti di bergamaschi illustri che osservano da sotto le finestre del primo piano (Girolamo Tiraboschi, Bartolomeo Colleoni, Guglielmo Longo, Angelo Mai, Ambrogio da Calepio, Lorenzo Mascheroni, Antonio Tadino, Mario Lupo, Gaetano Donizetti, Torquato Tasso, Giacomo Quarenghi, Andrea Pasta).

 

 

Il cortile interno è a forma di U e scandito da 20 pilastri originariamente in pietra di Sarnico, poi sostituiti con del granito. Sotto cela diversi piani adibiti ad autorimessa e un rifugio antiaereo. Sul lato sud è stato allestito il Parco delle Sculture, realizzato attraverso donazioni e acquisizioni mirate: si alternano opere di Piero Brolis, Tobia Vescovi, Nino Galizzi, Mario Donizetti, Ugo Riva, Alberto Meli, Franco Normanni, Giacomo Manzù e molti altri,

Pregevolissimo è sicuramente l’interno a cui si accede grazie ad uno scalone decorato da dipinti e stucchi, diviso tra uffici e abitazione “privata” del Prefetto di Bergamo, ma spettacolare è il Salone di Ulisse, decorato nel secondo quarto del Cinquecento da Giovanni Battista Castello detto “il bergamasco” durante le sue frequentazioni liguri e iberiche. Al quarto piano inoltre vi è uno spazio espositivo di 2050 metri quadrati, dedicato al conterraneo Andrea Viterbi, inaugurato il 15 maggio 2007.

 

 

La decorazione che riveste il grande ambiente, adibito a Sala Consiliare, proviene dal palazzo Giovanelli di Gorlago, già Villa Lanza: l’affresco, strappato e trasportato su tela, venne regalato dal principe veneziano Giovannelli alla municipalità di Bergamo nel 1886. L’esecuzione risale alla metà del Cinquecento e rappresenta uno dei tanti episodi della guerra di Troia: Ulisse riceve dal re Agamennone le armi del defunto Achille e questo grazie alla proverbiale astuzia dell’eroe greco e alla protezione perpetuata su di lui dalla dea Athena; infatti, in realtà le armi sarebbero dovute andare al giovane Ajace che per il dispiacere si uccide. Interessanti sono anche le dodici lunette, che oltre a rappresentare momenti di vita di Ulisse, ne sottolineano l’intelligenza tra l’umano e il divino e l’omaggio alla nostra città e territorio è sancito dalla presenza dello stemma comunale. Figure femminili con strumenti musicali si alternano nei peducci, altre più leggere e sinuose negli archivolti, mentre lungo le pareti campeggiano figure di guerrieri monocromi. I mobili sono di fine ‘800, i pavimenti sono ad intarsio ed i lampadari in vetro di Murano. La lapide posta sopra il camino ricorda il munifico dono fatto dai Giovanelli.

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