Di Anna Rosa Galbiati

Piccole memorie di Città Alta Gli strani personaggi di una volta

Piccole memorie di Città Alta Gli strani personaggi di una volta
23 Gennaio 2018 ore 08:45

Anna Rosa Galbiati abita a Tavazzano, in provincia di Lodi, ma è di Bergamo. È nata nel 1938 nella nostra città, ha trascorso gli anni di bambina fra Bergamo, Dalmine e Villa d’Almè. Ma, soprattutto, ha trascorso le sue estati in Città Alta, in casa della nonna, Anita, in via Rocca. Dal ricordo di quelle estati sono nati i racconti pubblicati a cura della biblioteca di Città Alta, novelle deliziose, piccoli spaccati della vita della Città Alta tra la fine degli Anni Quaranta e i primi Cinquanta. La Città Alta che ancora molti ricordano come quella “vera”, cioè quella delle vie percorse da pochi turisti, veri intenditori del viaggio, quelle vie che nemmeno sapevano che cosa fossero le grandi firme, le boutique, le catene di gelaterie, yogurterie, pizzetterie, caramellerie e via dicendo. La città che non era per le élite, ma del popolo, con le poche famiglie nobili che lassù abitavano da generazioni e generazioni. La Città Alta che incantò Le Corbusier.

 

Riportando alla luce i giorni della mia infanzia trascorsi in Città Alta, ricordo che per le vie notavo solo vecchi e persone anziane, benché fosse la città ideale per i bambini. Città Alta era un magnifico parco naturale, dove si poteva scorrazzare liberamente, senza pericoli e senza fare cattivi incontri.

Il paradiso dei bambini. Per noi bambini era normale percorrere in lungo e in largo la città e fermarci a giocare in ogni angolo o spazio che ci potesse offrire spasso e divertimento. Saltare alla corda in Colle Aperto, raccogliere le castagne, i castègne génge, che cadevano come grandine dagli enormi ippocastani sugli spalti di San Giovanni o di Sant’Andrea; correre come folli giù dalla strada ripidissima di San Vigilio o dalla via Porta Dipinta fino a Sant’Agostino; passare ore alla stazione della funicolare per vederla scendere e salire… Questi erano i nostri passatempi preferiti. In Città Alta noi non camminavamo, correvamo sempre, invitati dalle ripide stradine solitarie, non frequentate da alcuna automobile o altro roboante mezzo. Molte volte, ci fermavamo in Piazza Vecchia a rincorrere i piccioni, sperando di poterne afferrare qualcuno per la coda, oppure, ci sedevamo ai bordi della fontana del Contarini, per bere dal getto che usciva dalla bocca della donna-tritone o per spruzzarci addosso l’acqua gelida.

 

Anna Rosa Galbiati (al centro) in Città Alta con i fratelli.

 

L’aocàt. Passata la voglia di farci scherzi, ci sedevamo sul muretto di fronte all’imponente edificio della Civica Biblioteca Angelo Mai, a guardare gli strani tipi che stavano sulle gradinate. Si notavano sempre le solite figure, caratteristiche e inconfondibili, che passavano giornate intere ad osservare i passanti o a crogiolarsi al sole. Tra questi ricordo un personaggio molto originale, che chiamavamo l’aocàt, un tipo piccolo e magrissimo vestito tutto di nero, con un cappello a larghe tese, nero anch’esso, con un fiocco al collo e un bastone sul quale si appoggiava intanto che parlava con gli altri. Aveva dei baffi lunghi, appuntiti ed una barbetta come quella delle capre, che gli dava un aspetto mefistofelico. Tutti lo ascoltavano con rispetto, perché lui aveva studiato. Per questo lo avevano chiamato l’aocàt.

Il vecchio e il cane. Un’altra figura molto simpatica, che attirava il mio interesse, era un vecchio con i capelli di color giallo-grigio, impastati, riccioluti e mai pettinati in vita loro, che gli scendevano abbondanti sulle spalle, e con una barba incolta, che scendeva sopra una palandrana lunga fino ai piedi . Gli stava sempre vicino un cane pastore, col pelame infeltrito e grigiastro che gli nascondeva gli occhi. A me sembrava che l’uomo e la bestia si assomigliassero, perché avevano la stessa espressione e gli stessi comportamenti. Il vecchio, come arrivava sotto il colonnato della biblioteca, si distendeva supino e si metteva a dormire, beato, riscaldato dal sole di mezzogiorno. Il cane si sdraiava stancamente vicino al suo padrone e con il muso appoggiato sulle zampe si assopiva. Quando apriva gli occhi il vecchio, anche il cane li apriva, se il vecchio si girava, anche il cane cambiava posizione. La cosa più strana era che, quando l’uno sbadigliava, anche l’altro spalancava la bocca in un sonoro sbadiglio. Il vecchio era un tipo taciturno e schivo, non parlava mai con nessuno, veniva lì solo per dormire un po’ al sole, sempre al solito posto. Quando decideva di partire, chissà per quale destinazione, si alzava stancamente e con faticoso andare si incamminava verso via Colleoni con il suo fedele cane, che adeguava il suo passo a quello debole e insicuro del padrone.

 

 

Ol sindèc dè Porta Nöa. C’era un altro vecchio strambo, sempre vestito con la divisa militare grigioverde, che chiamavano ol sindèc dè Porta Nöa, perché la sua residenza “ufficiale” era il colonnato di Porta Nuova, in Città Bassa. Saliva in Città Alta a piedi, si fermava u n’oretta in Piazza Vecchia, si guardava intorno, quasi volesse controllare la situazione, poi se ne ritornava in Città Bassa, sulle scale di Porta Nuova, a fare una bella dormita .

Il vecchio inquietante. Un altro personaggio risvegliava la nostra curiosità, perché avevamo sentito dire sul suo conto delle cose spaventose. In verità era un vecchio strampalato, con degli occhi stralunati e rossi, che muoveva sempre la bocca, eppure non parlava e nemmeno mangiava. Stava lì immobile, fermo come una statua, e fissava lo sguardo cupo e terribile su quanti gli passavano vicino, un modo per invitarli a stare alla larga da lui. La gente diceva che dormiva in una cassa da morto che si era fatta fare su misura, perché era convinto di trovarsi al sicuro solo lì dentro. E poi, se fosse morto nel sonno, avevano solo da sotterrarlo, senza toccarlo… Perversione o sana filosofia?

 

 

Pitùr ol Garibaldi. Qualche volta si univa a questi storici barboni anche il nostro simpatico pitùr ol Garibaldi e quando lo vedevamo, correvamo a salutarlo. Ci faceva sempre una grande cera, ci prendeva tra le braccia e ci sollevava in aria un paio di volte. Poi, mentre ci rimetteva per terra, diceva: «I miei omaggi alla signora Anita». Si ricordava sempre della nonna, che portava il nome dell’eroina a lui tanto cara.

Lo strano campanaro. Un giorno, mia sorella Luisa ed io ci stavamo dondolando sulle grosse catene di ferro stese sotto il Palazzo della Ragione, guardandoci intorno senza prestare attenzione a niente in particolare, quando si avvicinò un omuncolo sgraziato che cominciò a fissarci. Sapevo chi fosse perché l’avevo incontrato spesse volte in città, ma trovandomelo davanti, mi misi in apprensione. Cosa voleva e perché se ne stava lì immobile? Era il custode della torre del Campanone, un nano grosso e tarchiato dall’aspetto repellente, non solo per la sua pelle squamosa come quella di un rettile, ma per la sua bocca sbilenca, nella quale si intravvedevano denti neri e spaccati. Smisi di dondolarmi e afferrai per mano la mia sorellina, che essendo più piccola di me non si mostrò per niente spaventata. Io attesi immobile che quel tizio se ne andasse via, invece si piazzò davanti a noi e con un sorriso che rendeva il suo volto ancor più ributtante ci disse: «Volete venire con me sulla torre, che vi faccio vedere come sono bravo a suonare il Campanone?». Disse questa frase in un bergamasco quasi incomprensibile. Io non osai dire di no poiché, in fondo, ci stava facendo una proposta gentile, e lo seguimmo, ma avevo il cuore in gola.

 

 

Mi prese la mano, e ancor oggi sento la sgradevole sensazione di quella mano crostosa e ruvida che stringeva la mia, ma non la ritrassi, nonostante la repulsione. Ci portò fino alla porta d’ingresso del Campanone ed io, guardando verso l’alto, vidi una rampa di legno che si svolgeva lunga lunga a spirale, illuminata solo dalle luce che sfondava attraverso la cima del campanile. Il nostro Quasimodo ci precedette e ci disse di seguirlo. Ogni tanto si girava e ci sorrideva, ma, ahimé!, quel sorriso invece di tranquillizzarmi mi terrorizzava . Ad un certo punto, spinta dalla paura, dopo alcune rampe mi girai, tirai con forza la mia sorellina, la trascinai giù di corsa dalle scale e, sempre correndo all’impazzata, scappai in casa della nonna . La nonna mi tranquillizzò, dicendo che quell’uomo era un povero infelice che non aveva mai fatto male a nessuno, però aggiunse che avevo fatto bene a non salire sul Campanone. Io mi vergognai un po’ della mia incontrollabile paura e pensai alla delusione del povero e gentile campanaro, mentre la mia innocente sorellina saltellava divertita ascoltando l’insolita avventura.

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