Nessuno è davvero cambiato

Noi di Pignolo, 50 anni dopo

Noi di Pignolo, 50 anni dopo
27 Dicembre 2019 ore 09:20

Questi i nomi degli iscritti alla cena di Pignolo: molti di loro si riconoscono nella fotografia di gruppo. Roberto e Valeria Argenti, Maristella Baggi, Delia Bana, Annamaria Barcella, Andrea Capitanio, Jimmy Carminati, Giuliano Carrara, Mariasilvia Carrara, Valerio Chiesa, Mario Cologni, Dario Corna, Amelia Cornali, Marco Dall’Oro, Edda e Giorgio De Torre, Gabriella Diploma, Mariella Elitropi, Melania e Daniele Erba, Franco e Volga Federici, Germano e Patrizia Federici, Vittorio Fioravanti, Claudio, Bruna e Anna Gaboardi, Giuseppe Grassi, Giampiero Grosso, Adriano e Nunzia Licini, Angelo Locatelli, Ferruccio Locatelli, Pietro e Cecilia Locatelli, Antonio Madaschi, Ileana Marcolin, Piermario e Rocchina Marcolin, Mariagrazia Marinelli, Daniele Martinelli, Guido Mazza de’ Piccioli, Stefano Merisio, Mariesa Micheletti, Fabrizio e Oliviero Morè, Gabriele Nè, Maurizio Ortolani, Anna Papagni, Antonio Papagni, Ido e Ave Pedrini, Mirella Perego, Angelo Rasmo, Josè Zizo Roncalli, Stefano Rota, Graziano Scintu, Gabriele Secomandi, Rosangela Seletti Vanini, Marco Signorelli, Maurizio e Gabriella Vitali, Paolo Aresi.

 

Eravamo centinaia di ragazzi in Pignolo, dai sei ai vent’anni, in quella fine degli anni Sessanta, tanto che per giocare a calcio nel campetto si dovevano fare i turni e qualche volta nemmeno si riusciva a giocare tutti. Ci trovavamo poi al sabato per il gruppo di discussione con don Carlo Tarantini e alla domenica alle 9 per la messa e al pomeriggio per fare passare le ore. Dopo il militare ognuno se n’è andato per la sua strada. Con qualcuno siamo rimasti in contatto, ma pochi. Poi, a un certo punto, è arrivato Facebook e con Facebook “Pignolo nel Cuore”. Qualcuno ha pensato che magari questi “social” a qualcosa potevano servire: per esempio a riprendere i contatti, a organizzare una cena come quella di inizio dicembre. Fra i promotori, Maurizio Ortolani, che è amministratore del gruppo. Anche lui non lo vedevo da cinquant’anni e anche lui lo ricordo sul campetto dell’oratorio, alle prese con un pallone che non era mai di cuoio, ma di gomma o plastica. Ogni tanto i palloni finivano, nonostante la rete, nel canale accanto al campo. Soltanto un pugno di coraggiosi affrontava la roggia e andava a recuperarli. Uno di questi era il Roberto Scintu, che abitava in via San Giovanni ma certo non era un bergamasco doc. I suoi venivano dalla Sardegna. Alla cena c’è Fiorenzo, il fratellino, con la moglie.

Siamo in novantaquattro. Tantissimi. Eppure soltanto una parte di quei ragazzi e quei giovani. Ci sediamo per la cena, siamo in un ristorante di Seriate che ci ha accolti in modo caritatevole in questo periodo di cene ovunque. È il Natale e tutti vogliamo ritrovarci, tutti vogliamo incontrarci, scaldarci davanti all’inverno, alla luce che si fa più rara. Ci sediamo per la cena, ci riuniamo più o meno per gruppi omogenei di età. Con molte eccezioni. Vicino a me l’Adriano Licini e l’Antonio Madaschi. Adriano non lo vedevo da anni, però ogni tanto leggo qualcosa di lui su Facebook. Il “Madaschi” l’ho rivisto una volta soltanto in questi ultimi quarant’anni, su al bar del Caprioli, alla Fontana del Delfino, per caso. Lui è stato anche mio compagno di classe in quarta e quinta elementare.

Arriva l’antipasto, prosciutto, salame, involtino di bresaola con dentro il caprino. Vino Valcalepio. Il Madaschi non è mica cambiato. Stesso vocione, stessa stazza da peso massimo, stessa facilità di parola. Ci guardiamo: allora che cosa hai fatto nella vita? Che cosa hai fatto Adriano? E tu Antonio? Antonio non si è mai sposato, abita a Scanzorosciate. Adriano oggi è in pensione, ha fatto il linotipista, nobile lavoro scomparso dell’arte tipografica, poi il compositore di testi attraverso il computer. Nunzia, la moglie, è rimasta uguale, sorridente e decisa. «Abbiamo un figlio – mi racconta Adriano. – Adesso lavora, fa il cameriere, ma lo sfruttano. Pagano poco e pretendono una disponibilità esagerata, come se i lavoratori non avessero più diritti. È arrivato a un passo dalla laurea e poi ha mollato». Adriano scuote la testa, poi sorride. Lui e Nunzia stanno bene insieme, raccontano del loro viaggio a Roma, di quell’alberghetto a due passi da piazza San Pietro.

Più in là ci sono il Germano e la Patrizia, l’Antonio Papagni che non smette di scattare fotografie, il Daniele Martinelli, la Mariagrazia Marinelli, l’Angelo Rasmo… Tutti accomunati dal calcio, prima, dagli incontri per discutere sugli argomenti importanti della vita, poi. Il Germano era uno studente di Biologia, buon calciatore, dribbling stretto e sonora castagna. Il problema erano gli occhiali, fondi di bottiglia. Leggeva Le Scienze e portava il giornale in oratorio e fu così che io scoprii Le Scienze (e sono abbonato ancora oggi). Il Germano, a un certo punto, lui che era solo pane e oratorio, si innamorò della Patrizia Zambelli e lei si innamorò di lui. Quarant’anni e due figli dopo, eccoli qui, a questa tavola. Germano ha lavorato al Lussana, insegnante di Scienze. La grande passione di Germano sono i fiori, la botanica. Racconta: «È una battaglia ancora oggi cercare di fare capire il valore delle piante, delle erbe. Con il gruppo Flora Alpina Bergamasca abbiamo fatto il censimento di tutta la flora dell’Insubria, cioè Bergamo e Brescia, e uno sulla flora della città, l’abbiamo battuta metro per metro. È incredibile la ricchezza che ancora si trova sul territorio. Ma è incredibile anche l’accanimento contro il territorio, soprattutto nella Bassa. Ma perché consumare ancora suolo con tutto quello che c’è da riqualificare?».

L’Angelo Rasmo ora è in pensione, ha lavorato alla Fervet, poi alla Tesmec, ha girato il mondo; sempre azzimato, elegante, non un capello fuori posto, abita fuori città, ma tutte le domeniche torna in via Pignolo, va a messa in parrocchia alle 18.30, poi sale nella sua vecchia casa, dove è nato e cresciuto. «Andiamo su io e mia moglie – dice. – I nostri luoghi ci danno serenità. Sto bene dove abito, ma Pignolo è un’altra cosa». Il Giorgio De Torre, ancora e sempre anarchico, e la sua affascinante Edda. E il Valerio Chiesa con quell’aria da persona simpatica. E la Ave Cagninelli, sempre elegante e misurata. Il Mario Cologni, il mastino della nostra difesa nei tornei del Csi. Il pensiero va anche a chi se ne è andato prima del tempo, vengono in mente la Lisetta, il Molteni, il Mario e la Loredana, gli occhi si fanno pensierosi eppure la loro memoria è comunque qualcosa di bello. Il Molteni era un giovane perfetto: giocava benissimo a calcio, era gentile e signorile, di gran bell’aspetto. La simpatia della Lisetta che ti dava da parlare anche se non ti conosceva. Il Mario e la Loredana che avevano deciso di sposarsi quando un terribile incidente li ha portati via.

Ma la vita va avanti, la cena va avanti. C’è lo spazio per dire due parole sul libro che ho scritto con mio padre e le mie cugine e che parla proprio della gente di Pignolo. Il romanzo del borgo. Si mangia, non si mangia. Quello che conta è guardarsi, riscoprirsi dopo che magari, al momento, non ci si è neppure riconosciuti. «Non ti vedevo da mezzo secolo». È una frase che al momento fa male. Poi fa ridere. Come quando incontro fra i tavoli il Merisio. Ci guardiamo, non ci riconosciamo. Allora ci chiediamo il nome e ci stringiamo le mani: in effetti ci rendiamo conto che abbiamo giocato a calcio insieme quando io avevo dieci anni e lui dodici. Lui era fortissimo. E stava per diventare un calciatore professionista, non fosse stato per un incidente. Il Pietro Locatelli, fortissimo ciclista, ora medico. Il Piero Grosso che è finito a vivere a Casarsa della Delizia, è stato responsabile dell’impianto di depurazione di Trieste, ma appena riesce torna qui per qualche giorno, in Pignolo. È passata una vita. Da ragazzini siamo diventati adulti e poi quasi anziani. Siamo contenti della nostra vita?

Il Mario Marcolin e la sua Rocchina, bella e sorridente. Il Daniele Martinelli che è diventato medico e cura i bambini al Papa Giovanni. Ci vorrebbe un libro per raccontare tutti. Una cosa mi ha colpito, più di altre: siamo rimasti uguali, esattamente gli stessi. La vita, tutta una vita, non ha modificato i caratteri. Soltanto dei lievi ritocchi, qualche dettaglio. A dieci anni eravamo gli stessi di oggi. Anche l’Anna Papagni che era seduta con suo marito e ci ha annunciato: «Domani cambiamo tutto. Abbiamo trovato una casetta nella Marche, a Cupra Marittima, abbiamo venduto la casa di Bergamo e andiamo là. Verrete a trovarci?». L’Antonio Madaschi, alla fine della cena, mi dice: «Sai, io me lo ricordo benissimo». «Che cosa?». «Una volta, io e te eravamo all’oratorio, potevamo avere dieci o undici anni, e chiacchieravamo. Tu mi hai detto che da grande volevi fare il giornalista e lo scrittore». Io rimango di stucco. Non me lo ricordo, per niente. Ma il Madaschi insiste: «È così, Aresi, me lo ricordo come se fosse adesso. Mi ricordo bene che eravamo vicini alla porta del campo di calcio dalla parte di via S. Elisabetta». Guardo l’Antonio, scuoto la testa, non so cosa dire. La vita.

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