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A Bergamo città

Prove d’autore sulla neve

Prove d’autore sulla neve
Viva Bèrghem 29 Dicembre 2014 ore 08:30

[Per le fotografie ringraziamo Lara Cucchi, Federico Casu, Maurizio Romano, Federica Guerra, Hillary Weintraub e Max Losito che hanno accolto il nostro invito ad immortalare le immagini di una Bergamo suggestiva e decisamente poetica. In copertina, foto di Federica Guerra.]

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«Sotto la neve, pane», si diceva un tempo, quando era la campagna a dominare l’immaginario collettivo. Oggi il pane è sopra la neve, perché l’abbiamo associata di preferenza alle stazioni sciistiche di montagna. I campi, un tempo appezzamenti di terra arati dai buoi, sono adesso diventati “da sci”. Il mondo cambia, nel tempo. La magia della neve resta invece immutata.

Certo, si dirà, i disagi. Soprattutto per le città in collina, con le strade in salita e discesa, una bella nevicata può costituire un problema non da poco. Per gli anziani malfermi, una trappola generalizzata. Per chi deve lavorare fuori, all’aperto, è un guaio serio: mani e piedi gelati. Per le tubature delle case, soprattutto se seconde e un po’ lasciate a se stesse, anche: perché rischiano di scoppiare e sono guai seri. Agli autotrasportatori che devono passare l’Appennino, quando sentono parlare di neve, vengono gli incubi. Col tratto Firenze-Arezzo nessuno vorrebbe più avere a che fare, stanti le catastrofi degli ultimi anni. Alcune frazioni di montagna resteranno isolate, senza gasolio e senza luce elettrica. Dovrà pensarci la Protezione Civile, col vantaggio di fornire occasione ai tg di servizi rocamboleschi e, quindi, più pregiati del solito: abbiamo dovuto percorrere a piedi gli ultimi seicento metri per offrirvi queste immagini. Eroi del piccolo schermo.

Va bene. I lamenti d’ordinanza sono stati espletati. Se ne abbiamo dimenticati alcuni chiediamo scusa agli interessati. Adesso parliamo della neve, ossia dell’altrove qui. Dell’impossibile fra noi. Perché purtroppo – altro lamentino, ma col freddo che fa ci viene facile – purtroppo, dicevamo, noi ci abituiamo all’aspetto del mondo. Usciamo di casa, andiamo al lavoro, mangiamo fuori casa, torniamo a casa. Il mondo – il nostro mondo – è quello lì: la nostra via, il percorso in pullman, in auto o in treno (se qualcuno ha la sciagura di doverlo prendere a Bergamo), o magari a piedi. Qualche giretto un po’ diverso la domenica. In moto, magari, o in scooter. Un giorno che una facciata cambia di colore la notiamo come un’interferenza. Un ponteggio messo o tolto qualche differenza la fa. Una deviazione stradale indicata con un cartello giallo o un nuovo senso unico restano nuove per un paio di giorni, poi rientrano nel cassetto delle consuetudini.

Poi, un giorno, la neve. E tutto cambia. Cambia tutto: i marciapiedi, le fontane in piazza, i balconi, i profili dei cavi telefonici e della luce. Perfino il colore del fumo, contro il biancore dei tetti e il grigio ferruginoso del cielo, cambia tonalità. Cambia, ma non solo: cambia e diventa tutto più bello. Diventa altro, ci sollecita a guardare, a sentire il tonfo di piccoli cumuli che abbandonano le foglie degli alberi e precipitano sul terreno. Senza che noi abbiam fatto niente perché questo accadesse, l’universo – le correnti d’aria fredda che si spostano attorno al globo, il nostro emisfero che prende i raggi del sole più di traverso e non ce la fa a scaldarsi come d’estate, le nuvole che impediscono alla luce della nostra stella di filtrare e raggiungere l’atmosfera e l’acqua e la terra – l’universo ci convoca a questo spettacolo inatteso e inusuale: segmenti di Antartide o di circolo polare recapitati in pacchi regalo della durata di qualche giorno in cui tutto diventa talmente candido che le cortecce degli alberi ci appaiono più scure, il legno delle travi delle baite assume un colore più rossiccio o più grigio a seconda dell’età o della specie da cui è stato tratto, le finestre rimandano una luce più tersa, metallica.

È un colore creativo, il bianco, perché obbliga gli altri a venir fuori. Lungo i ruscelli di montagna la neve si orla di globuli d’acqua rappresa, dai tetti pendono coni di ghiaccio come cappelli di elfi.

Non abbiamo fatto nulla, non possiamo far nulla perché tutto questo accada. O forse una cosa sì, possiamo farla: contribuire alla scena con uno sguardo libero e grato. Contento.

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