«Più poveri e più contenti»

Il quartiere perduto di Seriate che viveva intorno al mulino

Il quartiere perduto di Seriate che viveva intorno al mulino
17 Gennaio 2018 ore 06:00
In copertina: il mulino, disegnato nel 1927 da Luigi Angelini.

 

I nostri nonni ci raccontano della polenta del dì precedente ammollata nel latte a colazione, di un pezzo di pane nero o di una fetta di polenta per pranzo: ai tempi non si andava all’Esselunga per la farina del pane o della polenta, ma ci si recava al mulino. Oggi, a Seriate, un ricordo di quelle ormai solo leggendarie costruzioni rimane in via Molino Vecchio. Come dice il nome, un tempo esisteva un mulino, sorto forse tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo su una roggia del Serio, la Martinenga. Dal 1931 il mulino, con due ruote, era condotto dalla famiglia Innocenti, che ancora vive in quella che una volta era la casa del mugnaio. Sempre gli Innocenti ne possedevano un altro appena oltre il confine di Seriate, ma con una sola ruota, meno fruito dai seriatesi. Proprio il Molino vecchio era un punto di riferimento fondamentale, sia economico sia sociale, di quella che potremmo definire una piccola contrada.

Quello che resta. La via esiste ancora: è un breve vicolo accanto ai caseggiati dove finisce via Dante e inizia via Marconi, di fianco al benzinaio, dirimpetto alla rotatoria del cimitero. Quel che non c’è più è il quartiere Molino vecchio: non si tratta solo di un cambiamento puramente esteriore, al contrario è venuta a mancare l’identità di questo quartiere. Al Molino vecchio hanno dedicato un libro di studi, ricordi e immagini Guglielmo Clivati, Carlo Elitropi e Mario Pelliccioli: tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, vivevano famiglie di contadini mezzadri e di operai in affitto, segno che il Molino era un quartiere popolare e non certo benestante e le testimonianze di chi ha vissuto qui parlano della povertà, della fame e della mancanza di igiene (c’era una latrina in ogni cortile, unica per tutti).

 

Il carro della famiglia Verzeri per il trasporto della legna.

 

Più poveri e più felici. Eppure tutti ricordano con piacere la vita al Molino, sia perché vi trascorsero la fanciullezza e la giovinezza, sia perché in passato, pur nella miseria, le famiglie si aiutavano reciprocamente e condividevano quel poco che avevano. «Tuttora io abito nella casa adiacente al mulino – racconta Delia Innocenti -. Ci trasferimmo lì per l’attività di mio padre: ora l’abitazione ha cambiato aspetto, ma ai tempi era ridotta, con poche stanze, un grande camino, lo studiolo… Ora è diverso ma il calore dell’ambiente e tutto ciò che mi circonda, come le persone che incontro, il negozio, la strada, hanno creato un tessuto che fa parte di me: mi sento davvero a casa». «A volte vengo a vedere il mulino. Sono tempi che non torneranno più, ma il mio cuore è ancora lì; eravamo poveri, ma eravamo più contenti di adesso. La sera mangiavamo la scodella di minestra: qualcuno chiedeva un po’ di riso, qualcuno chiedeva il sale o lo zucchero: ci si aiutava» racconta Angelo Gatti. «Eravamo abituati a tenere sempre le porte aperte, a parlare con tutti» aggiunge Linda Capellini Gaini.

I bambini, tanti. «Ciò che meglio ricordo dei tempi antichi sono i bambini, che erano tanti, tantissimi, e poi i contadini con il carro e sopra grandi sacchi di granoturco o di frumento o la farina razionata dei tempi di guerra», specifica ancora Delia. Le famiglie erano sempre molto numerose e gli spazi abitativi sempre troppo ristretti per ospitare coniugi che avevano anche una decina di figli, ma fortunatamente la strada era a fondo chiuso e i cortili diventavano il prolungamento esterno delle case. Quando infatti la stagione lo permetteva, le persone facevano fuori quello che di norma si praticava nella propria dimora: «D’estate si stava in cortile: quando c’era il granoturco, si scarfoiàa e poi si recitava il rosario» ricorda Maria Grasseni.

 

La protesta per l’abbattimento del lavatoio.

 

I venditori, la stalla, la vita all’aperto. Passavano poi anche i venditori ambulanti, che attiravano tutti i bambini del quartiere: «Ricordo quando arrivava l’ombrellaio – narra Dario Innocenti -. L’arrotino era affascinante, perché arrivava con la sua bicicletta e la fissava con il cavalletto; Veniva il magnà, che faceva il fuoco e lavorava; veniva un signore con una carretta piana su cui erano sistemati i cachi, e anche un tale che, se gli davi le bottiglie vuote di spumante, ti dava un palloncino». Anche la stalla era un importante luogo di ritrovo: «Soprattutto d’inverno, la sera ci si ritrovava tutti nella stalla: le mamme rammendavano, lavoravano la lana, facevano le calze. Noi lavoravamo a maglia; a volte si giocava a carte o a schiaffo, c’era qualcuno che raccontava le barzellette. Nella stalla si faceva una bella vita: ricordo le donne con la cesta dei panni da aggiustare. Mia zia aveva sette figli e restava fino a tardi a lavorare: era anche una maniera per stare al caldo» rimembra Lina Verzeri.

Un altro divertimento per i più piccoli era l’acqua della seriola: «La seriola era uno dei punti di aggregazione: noi ragazzi d’estate ci facevamo il bagno, non avevamo il costume ma le mutande normali – continua Angelo Verzeri -. Mia mamma non voleva che facessi il bagno qui e una volta mi ha rotto il battipanni sulla schiena, mentre scappavo a piedi nudi… e non c’era l’asfalto!». E dove la roggia portava acqua, s’era costruito una lavatoio: «Ricordo le donne che andavano al lavatoio, le loro discussioni. Quando hanno coperto la seriola e hanno eliminato il lavatoio, è finita un’epoca».

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