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Gli studiosi del mais l'oro giallo di Bergamo

Gli studiosi del mais l'oro giallo di Bergamo
Viva Bèrghem 11 Settembre 2014 ore 18:00

Quando Cristoforo Colombo lo porto con sé dall’America, il mais finì negli orti botanici come curiosità vegetale. Due secoli dopo, la fame e le carestie lo condussero dai giardini alle campagne, stravolgendo l’economia agricola e trasformando le tradizioni alimentari. La sua virtù principale: da un seme se ne possono ottenere più di mille.

Oggi viene coltivato non solo per l’alimentazione umana ma anche per quella animale e  per la produzione di biocarburanti. A livello nazionale è una della coltivazioni più diffuse, su una superficie di oltre un milione di ettari.
Gli ettari, nella bergamasca, sono 23mila e, se il mais ha raggiunto un ruolo rilevante nella produzione agricola italiana, è anche grazie all’Unità di ricerca per la Maiscoltura che si trova tra Bergamo e Stezzano.

La prima stazione a Curno e Luigi Fenaroli. L’interesse per questo cereale era così forte nella politica economica d’Italia che nel 1920 fu fondata la Stazione Sperimentale per la Maiscoltura a Curno. Luigi Fenaroli, eccellente agronomo e botanico, ne fu il direttore nel Dopoguerra. Diresse importati progetti sperimentando e introducendo in Italia ibridi di mais americani, incrementando esponenzialmente i livelli di produttività del settore. Allo stesso tempo, si fece promotore del programma di raccolta e conservazione di semi della antiche varietà tradizionali italiane. Grazie alla sua lungimiranza oggi il centro vanta una collezione vastissima.

Il CRA-MAC oggi. Oggi il CRA-MAC si trova alle porte di Bergamo. O meglio, tra Bergamo e Stezzano. Nel 2007, la stazione sperimentale prende il nome di Unità di ricerca per la Maiscoltura, il CRA-MAC. Oggi, diretto da Carlotta Balconi, sviluppa le sue attività seguendo le linee guida di Fenaroli.

Da una parte, si intraprende l’attività di miglioramento genetico del mais sfruttando strategie genetiche, biochimiche, fisiologiche e molecolari. Semplificando un po’, si cerca di ottenere delle varietà con alti indice di produttività, migliori qualità nutrizionali e maggiore resistenza alle malattie e attacchi parassitari. Non si confonda la ricerca genetica con l’ingegneria genetica. Il centro non si occupa di OGM. Il lavoro è lungo, perché segue necessariamente i ritmi della vita vegetale e per vedere i primi risultati - non necessariamente positivi - i tecnici devono aspettare anni.

La ricerca non si fa solo in laboratorio ma anche nei campi, prendendosi cura di 2500 particelle di terreno, per portare avanti 40mila fecondazioni manuali e altre 12 mila per le prove agronomiche di adattamento e resa. I risultati positivi sono a disposizione della comunità scientifica internazionale, quelli economicamente validi vengono brevettati e i brevetti venduti alle aziende sementifere che riforniscono gli agricoltori del mercato.

 

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Importante il progetto di mantenimento e salvaguardia della biodiversità, che si compone da una parte della conservazione fisica dei semi e dall’alta della reintroduzione di varietà tradizionali in ambiti di promozione rurale. La collezione comprende circa 5700 varietà conservate in apposite celle a temperatura controllata. Di queste, 1262 sono varietà locali: oltre la metà di queste è stata raccolta in Italia negli anni Cinquanta, quando si diffondevano, per ragioni di crescita economica, gli ibridi a discapito delle coltivazioni tradizionali.

La struttura dispone di un’azienda agricola (di circa 25 ettari) per la sperimentazione in campo. Serre, capannoni, uffici e abitazioni per una superficie di oltre 3 mila metri quadrati. Il CRA-MAC comprende anche una biblioteca di 1800 volumi e oltre 300 periodici. La maggior parte dell’attività è svolta nei cinque laboratori, dotati di delicate strumentazioni, del valore di due milioni di euro.

MEB 2105: il mais come identità del territorio. Luigi Fenaroli, a suo tempo, propose Bergamo come capitale europea del mais. Il CRA-MAC raccoglie oggi questa eredità e prende parte alla creazione di una rete internazionale per la valorizzazione di Mais Expo Bergamo (MEB) coordinata dalla Provincia.

Il respiro è ampio. A fianco degli aspetti strettamente scientifici di ricerca, trovano spazio fondamentale anche proposte di educazione alimentare. Non solo progetti didattici, ma anche attività divulgative. Interessante l’accento posto sull’aspetto culturale: il mais come identità del territorio e dei territori. La sua storia rappresenta un ponte culturale che collega Paesi e civiltà lontanissime. Proprio qui si inserisce l’ultimo scopo del MEB: l’intervento sulla sensibilizzazione per la cooperazione e lo sviluppo internazionale.

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