Se ne è andato cinque anni fa

In ricordo del maestro Vania Russo e della sua onirica Bergamo infinita

In ricordo del maestro Vania Russo e della sua onirica Bergamo infinita
Viva Bèrghem 17 Luglio 2018 ore 11:22

Chi osserva Città Alta, specie per la prima volta, rimane affascinato dalle sue forme maestose e leggere al contempo che ricordano un merletto su un blocco di pietra. Purtroppo l’horror vacui edilizio che caratterizza lo spazio attorno alla nostra acropoli non permette quasi più di percepirne l’interezza e da ciò deriva una visione frammentata e frammentaria fatta di tante “cartoline” non meglio sovrapponibili. A ciò si aggiunga un immaginario visivo dell’upper town fisso su una serie di stereotipi figli della massa di immagini-tutte-uguali riversate quotidianamente in rete.

Pochi sanno che qualcuno si è concesso il lusso di guardare in modo del tutto differente al classico skyline di Bergamo; uno sguardo lento e riflessivo, figlio di un percorso artistico e di un processo creativo che ha portato a distillare le idee-concetti tagliando tutto il superfluo, proprio come si fa con la grappa. Un lusso che ci ha restituito delle visioni interiori della nostra città. Classe 1937, Vania Russo - Adalberto all’anagrafe - lo conoscevo abbastanza bene. Non lo sapeva, ma per me lui era il mio “maestro”; avevamo anche pensato di mettere su uno studio insieme, lui di pittura e io di fotografia. Figura eclettica, il Vania: vignettista con una lunga collaborazione con L’Eco (inventò il personaggio “Orobik”) e una carriera da grafico pubblicitario nella cui veste ha firmato, a partire dagli Anni Settanta, le campagne di comunicazione della Banca Popolare. Poi, dalla fine degli Anni Ottanta, l’incontro con la “sua” pittura, sintesi alchemica tra arte e capacità di comunicare mutuata dalla pubblicità, vergata con una pulizia epigrammatica dei segni presa dal mondo della vignetta.

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Conoscevo già bene la sua “magnifica ossessione” per Bergamo, che l’aveva portato alla creazione di un proprio leitmotiv artistico: una città alta emergente da un paesaggio astratto, quasi metafisico, ridotto a una sottile linea d’orizzonte e pochi altri segni: la luna, il sole, le nuvole, l’albero. Una Mont-Saint-Michel nostrana sorgente da acque oniriche quasi in un quadro di De Chirico. Una volta mi chiamò per vedere la sua ultima opera: si trattava di tre fogli di carta allungati su cui a china era tracciato tutto il profilo della città. «Vedi Rota - mi spiegò da dietro i folti baffi con il suo sguardo un po’ severo e un po’ sornione -, se tu cerchi bene e trovi il punto di osservazione giusto, scoprirai che Bergamo ha solo tre lati. Tutti pensano che siano quattro o anche di più ma tu puoi disegnare il profilo di Bergamo in tre viste soltanto. E, se ci pensi bene, non c’è un inizio o una fine e puoi continuare a girarci attorno all’infinito, come attorno ad un cerchio. Ecco come la vedo io Bergamo: la vedo infinita».

Era la summa della sua ricerca, la trasposizione in segno dell’azione determinata dello Sforza Pallavicino per ridisegnare la Bergamo medievale all’interno di una cortina ininterrotta, città ideale, misurata e completa in sé e baluardo contro lo spazio che la circonda silva et campanea visto come luogo insicuro ed incerto. Scriveva Ruskin: «Se una cosa non è disegnata in ragione dell’amore che per essa si prova non sarà mai esatta; se essa è stata disegnata con amore non sarà mai falsa perché le deformazioni dell’amore sono più vere di quanto non lo sia la più grande esattezza matematica». Sono quasi cinque anni che Vania se n’è andato. E a noi manca. Moltissimo.