Perché il castello non viene salvato?

Riportiamo i soldati all’Allegrezza

Riportiamo i soldati all’Allegrezza
04 Maggio 2019 ore 08:00

Il castello dell’Allegrezza, l’antico fortilizio che dominava le vallette che da Longuelo salgono verso la Madonna del Bosco e verso Città Alta, Val d’Astino compresa, resiste al tempo e all’incuria. Le sue pietre si ergono ancora forti, ben squadrate anche se i tetti sono crollati. Le pietre della torre, e quelle del muro fortificato dell’edificio principale che alla torre era unito. L’Allegrezza non era semplicemente una torre, era un fortilizio formato da alcuni edifici che ospitavano una piccola guarnigione di soldati. Nonostante i crolli, nonostante il bosco si sia impadronito dei cortili, la struttura della fortezza è ancora ben leggibile, e molto suggestiva. Ma a quando risale questo complesso? Perché si trovava proprio in questo punto? E perché non viene salvato, recuperato?

 

 

Certo, qualora si decidesse di impedirne la scomparsa, la distruzione totale, bisognerebbe intervenire con grande sensibilità, con tatto, per mantenerne il fascino dell’antichità dei suoi muri, delle sue pietre, ma anche  mantenendo – almeno in parte – il senso del tempo che la rovina regala, che è un valore aggiunto, un elemento in più di fascino, di significato, di mistero. I restauri che rendono questi luoghi del tempo “come nuovi” rubano a queste costruzioni, alle pietre, uno degli aspetti più affascinanti, intriganti. Quel senso di decadenza che li rende degni di una rappresentazione gotica. Il castello dell’Allegrezza lo si può raggiungere da Astino in una quindicina di minuti oppure dalla chiesa della Madonna del Bosco, in un tempo analogo. La passeggiata è suggestiva, da ambo i lati, il sentiero è segnato con il numero 921 e dal castello sale poi fino al “passo” della Madonna del Bosco. Da lì si può scendere a Fontana, oppure è possibile imboccare un altro sentiero che va verso i Torni. Salendo dalla chiesa della Madonna del Bosco si attraversano terreni coltivati e si arriva a ridosso dell’antico forte un po’ all’improvviso e colpisce subito la forza di quei ruderi, la precisione delle grandi pietre squadrate, la torre con la finestrella sormontata non da un’architrave, ma da una pietra triangolare, come si usava nel periodo carolingio. I ruderi del castello stanno un po’ più in alto rispetto al convento di Astino e alla chiesa parrocchiale della Madonna del Bosco. L’Allegrezza faceva parte di un sistema difensivo dimenticato, conosciuto soltanto dagli addetti ai lavori. Ma che si potrebbe valorizzare, sia dal punto di vista culturale che da quello turistico.

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Il fortilizio dell’Allegrezza “dialoga” con il Castello Presati (dimora fortificata dei signori di Mozzo), in linea d’aria a circa un chilometro, con la torre della cascina che porta proprio questo nome e con l’altra torre che si trova a Longuelo, lungo la vecchia strada che porta alle Crocette di Curno, nei pressi della zona Fornaci. Le quattro fortificazioni formano un quadrilatero realizzato in modo che i singoli edifici potessero inviarsi reciprocamente dei segnali. In questo sistema occidentale, rispetto alla città, entravano anche la torre del Polaresco e il portone di San Matteo, la Stongarda, ma anche un edificio fortificato che, con probabilità, stava dove oggi si trova la villa Benaglia. Tra le poche informazioni che si conoscono, si sa che la fortificazione dell’Allegrezza nel XIII secolo apparteneva alla famiglia Suardi, la più potente di Bergamo. Ma una torre, un luogo difensivo probabilmente esisteva già nell’alto medioevo e aveva a che vedere con i periodi di turbolenza, con l’arrivo di invasori, con le sortite di briganti e il passaggio occasionale di orde dedite al saccheggio dei centri abitati. Queste fortificazioni conobbero diverse fasi di vita; la funzione originale venne meno con l’arrivo di Venezia, la pacificazione interna e una maggiore stabilità politica; a quel punto diversi edifici difensivi vennero trasformati in cascinali e le torri spesso sono state inglobate nelle nuove costruzioni. Anche l’Allegrezza diventò cascinale e per secoli fu dimora di contadini che lavoravano per i monaci del convento di Astino; nella zona era sviluppata la coltivazione di alberi da frutto: meli, peri, noci, pruni, castagni, ciliegi, fichi. La terza fase si affermò con il Seicento quando sovente, accanto alla torre e alla cascina, si aggiunse la villa dei signori che per lo più abitavano in Città Alta e che andavano nella bella stagione a villeggiare in campagna.

 

 

Un’ultima nota, naturalistica: il bosco dell’Allegrezza, dove si trovano i ruderi del forte, costituisce un luogo importante, ospita il querceto antico, con querce, ornelli, aceri e carpini. Oggi la proprietà dei ruderi è della Fondazione Misericordia Maggiore di Bergamo (Mia) che ha acquistato la Valle di Astino e provveduto al recupero dell’antico monastero. La Mia provvederà anche al recupero di questa piccola, antica fortificazione?

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