Vennero considerati dei figli

I “bimbi” ebrei sono tornati a Selvino Il commovente ricordo di Sciesopoli

I “bimbi” ebrei sono tornati a Selvino Il commovente ricordo di Sciesopoli
26 Settembre 2015 ore 17:10

“Anche se andassi per le valli più buie, di nulla avrei paura, perché tu sei al mio fianco”. Il coro della scuola di Selvino attacca Gam Gam, la canzone ispirata al Salmo 23 che gli ebrei cantano durante lo Shabbath. Sidney Zoltak, 86 anni, ascolta immobile un paio di strofe. Poi alza un dito e si asciuga una lacrima. Nel 1945 era qui, sull’altopiano, ospite della colonia di Sciesopoli insieme ad altre centinaia di ragazzini ebrei che, come lui, erano scampati alla furia nazista. Settant’anni dopo, alcuni di quei bambini sono tornati per riabbracciarsi e per dire grazie a questo piccolo paese che seppe accoglierli come figli suoi.

 

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[I bambini (di oggi) accolgono i “Bambini di Selvino”]

 

Una storia a lungo sconosciuta. «Qui ho passato il miglior periodo della mia vita – racconta invece Milton Kostik –. Ero sopravvissuto ad Auschwitz, ma nessuno dei miei 37 familiari ce l’aveva fatta. Ero rimasto solo al mondo, così decisi di lasciare la Polonia. I russi però bloccavano il confine: passai con un passaporto greco falso. Arrivai in Italia e mi portarono a Sciesopoli». Sidney lo guarda e lo abbraccia: «Ci siamo conosciuti qui, siamo amici da settant’anni. Ricordare è duro, ma necessario. La storia di Selvino è rimasta a lungo sconosciuta, ora spero che la insegnino nelle scuole. Oggi è stato un giorno incredibile: ho ritrovato lo stesso rispetto che i selvinesi ci riservarono allora». Quando rimette piede nel giardino della colonia estrae lo smartphone e si mette a scattare foto alla facciata, imitato dagli ex compagni. Poi i bambini di allora abbracciano quelli di oggi, venuti a dar loro il bentornato.

Un nuovo giorno. La storia di Sciesopoli (chiamata così in onore di Antonio Sciesa, patriota anti-austriaco) comincia in era fascista: ci vengono i giovani balilla milanesi a passare l’estate. Dopo la fine della guerra, la colonia viene requisita dal Comitato nazionale di liberazione. È il posto ideale, tranquillo e isolato: Luigi Gorini, scienziato e partigiano, lo sceglie per dare rifugio agli orfani ebrei che la brigata ebraica dell’esercito britannico va raccogliendo in giro per l’Europa. Un giovane tenente, Moshe Zeiri, ne diviene il direttore. Nella vita civile è un maestro di musica e a Sciesopoli introduce un metodo didattico che prevede non solo lezioni di storia e lingua ebraica, ma soprattutto cori e balli. I bambini, pesantemente traumatizzati dagli orrori dei lager e dei rastrellamenti, ritrovano lentamente il sorriso e la voglia di vivere.

 

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La notte è difficile, perché molti hanno gli incubi e gridano nel sonno. Ma di giorno la luce rispunta in fondo all’anima. Si studia, si impara a fare qualche lavoretto e soprattutto si gioca. I maschi, manco a dirlo, rincorrono il pallone. E sfidano volentieri i coetanei del posto: «Quante partite – ricorda il selvinese Dante Noris, 83 anni – e quante sconfitte per noi. Non che loro fossero più bravi, però applicavano il fuorigioco. Noi non sapevamo cosa fosse. L’arbitro continuava a fischiare e noi non capivamo. Per fortuna poi ci consolavano offrendoci marmellata e cioccolata». Era appena finita la guerra, c’era più cibo nella colonia che fuori: gli ebrei americani inviavano aiuti alimentari e i selvinesi ne approfittavano. Sciesopoli aveva un effetto magnetico per i giovani del paese, attratti non solo dal calcio e dalle merende: «C’era una magnifica piscina, dove le ragazze ebree facevano il bagno e prendevano il sole – dice Alberto Ghilardi, 74 anni –. A un certo punto le nostre mamme non ci lasciarono più salire…».

Più di una colonia. La colonia fu una parentesi felice tra l’orrore dello sterminio («La mia comunità contava 7mila ebrei. Ne restarono 70» spiega Sidney) e la migrazione verso Israele. A partire dal 1946 molti bambini di Sciesopoli si imbarcarono clandestinamente da Arenzano. Intercettati dagli inglesi, che avevano limitato gli ingressi in Palestina, finirono nei campi profughi di Cipro. Fu lì che Avram e Ayala si innamorarono dopo essersi incontrati a Selvino. Ora vivono a Tel Aviv, da dove hanno inviato il loro saluto affettuoso. Non c’è più invece Jacob Hollander, uno dei più famosi compositori israeliani: si è spento alcuni mesi fa, a 82 anni. Aveva imparato ad amare la musica a Sciesopoli.

 

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[A sinistra il sindaco di Selvino, Diego Bertocchi]

 

Salviamo Sciesopoli. I ricordi si accumulano nel 70esimo anniversario dell’apertura della colonia ai bambini ebrei: dal 22 settembre 1945 alla fine del 1948 l’edificio ospitò circa 800 ragazzini. Chiuse a metà anni ’80, dopo aver accolto per altri quattro decenni minori in difficoltà, provenienti dal Sud o dalle classi operaie. Da allora, i cancelli sono rimasti chiusi, tranne che per i vandali, che hanno rubato e devastato ogni cosa: «Piange il cuore a vedere questo posto ridotto così – sospira Nitza, la figlia di Moshe –. Ricordo quei giorni come se fossero oggi. Gli alberi sono cresciuti e anch’io sono diventata vecchia. Ma che bello pensare ai giochi in giardino, alle passeggiate in montagna». Quando nevicava, i bambini uscivano dalla colonia, si facevano prestare gli sci da una signora che abitava vicino e si buttavano a capofitto giù per il pendio. Una voglia di vivere che nemmeno il nazismo era riuscito a spegnere e che emerge ancora oggi, nonostante i “Bambini di Selvino” abbiano passato da un pezzo gli ottanta. Basta attaccare un ballo tradizionale e li vedi scattare su dalle sedie, prendersi per mano e ballare in cerchio.

Il sindaco, Diego Bertocchi, osserva compiaciuto: con l’aiuto dello storico Marco Cavallarin e all’archivista Bernardino Pasinelli, il Comune ha riaperto l’album della memoria. Altri, dalla Regione in giù, si sono defilati. I politici, sempre pronti ad accorrere a inaugurazioni e convegni, stavolta non si sono visti. Forse arrampicarsi sui tornanti, proprio il sabato mattina, costava troppa fatica. «Vogliamo salvare Sciesopoli dall’abbandono – dice Bertocchi –, abbiamo fatto tanto per riscoprire la memoria e molto altro faremo. Ma qualcuno ci deve aiutare, servono i soldi che noi non abbiamo. Da soli non ce la possiamo fare, Selvino è un piccolo paese». Ma con un cuore grande così: «Fuggii dalla Polonia – dice Sidney –, perché quando tornai nel mio quartiere, dopo esser rimasto nascosto 14 mesi, la gente mi accolse chiedendomi: “Ah, sei ancora vivo?”. C’era antisemitismo ovunque. Qui no, qui era tutta un’altra cosa».

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