Viva Bèrghem
UniBg, eccellenza di cui prendersi cura

Pochi stranieri negli atenei italiani? Vero, ma di certo non a Bergamo

Pochi stranieri negli atenei italiani? Vero, ma di certo non a Bergamo
Viva Bèrghem 29 Luglio 2016 ore 12:30

L’integrazione tra gli Stati europei è un tema che non passa mai di moda, soprattutto quest’anno che verrà ricordato, tra le altre cose, per il trauma della Brexit. Uno dei volani più efficaci dell’integrazione europea è rappresentato dagli scambi universitari: la generazione Erasmus è forse la prima del Vecchio Continente a sentirsi fortemente europea. In questo senso, gli studenti che vanno a frequentare un ateneo in una Nazione estera rappresentano il fiore all’occhiello della tanto agognata integrazione culturale. Purtroppo però, in questa particolare classifica, l’Italia non è messa benissimo (e non è una novità): ne ha parlato Il Sole 24 Ore, riportando i dati dell’anno accademico 2014-2015. I nostri atenei non reggono il passo di quelli francesi e tedeschi, che vantano rispettivamente 271.399 e 206.986 utenti stranieri, a fronte dei nostri miseri 70.339.

 

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L'importanza della lingua inglese. Il giornale della Confindustria ha individuato principalmente due motivi che spiegano questo divario così ampio. Da una parte ad incidere sarebbe il basso numero di corsi di laurea tenuti in lingua inglese. Da noi ce ne sono appena 245, spalmati su 52 atenei: poco meno di 5 a testa in media, ma è una media tipo "pollo di Trilussa". Alcune università, infatti, vantano moltissimi corsi in lingua, mentre altre solo pochi; per non parlare delle circa 40 che non ne forniscono nemmeno uno. E così abbiamo il Politecnico che viaggia ad oltre i 20 corsi, Bologna che si attesta sui 19, la Statale di Milano a 11, la Bocconi a 10, la Sapienza a 14, Tor Vergata a 13, Trento a 17, il Poli di Torino a 8. Questi atenei polarizzano circa la metà dell’offerta didattica in lingua inglese presente nell’intero Paese. Una distribuzione quindi non equilibrata sul territorio. Sono numeri comunque in crescita negli ultimi anni, ma ancora distanti dalle situazioni virtuose dell’estero: la piccola Danimarca offre ben 700 programmi in inglese, quasi tre volte tanto i nostri, mentre la Francia e la Germania sono pura fantascienza, con 1.262 e 1.801 corsi.

La retta salata. Se questo primo motivo era abbastanza pronosticabile, l'altro è decisamente meno scontato. Forse anche perché siamo condizionati dal mito delle università americane, con le loro rette astronomiche (Obama ha finito di pagare i debiti per gli studi grazie al successo del suo primo libro, a 42 anni), e quindi per estensione pensiamo che all'estero gli studi universitari siano sempre più costosi che da noi. Ma non è affatto così: ad eccezione della Gran Bretagna, in Europa si spende di norma meno che in Italia. In Danimarca, Svezia e Finlandia gli studenti Ue non pagano nulla per le lauree triennali e magistrali, così come in Germania per le lauree di primo livello e i master (solo se frequentati nel medesimo ateneo). In Francia si spendono in media 190 euro all'anno; da noi circa mille.

 

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E Bergamo? Come si posiziona la nostra università cittadina rispetto a questa situazione non troppo felice del Paese? Il dato (Universitaly) a cui si riferisce Il Sole indica soltanto due corsi in inglese, ma non è aggiornato e non segnala moltissime attività collaterali, attive ormai da un paio d’anni nell'ateneo cittadino. UniBg infatti trae la sua forza in questo particolare settore da un vero e proprio programma di internazionalizzazione. Come ha detto Scagliarini (Università di Bologna) al Sole, «non basta tradurre un corso in lingua inglese per renderlo “internazionale” ed ugualmente efficace. Il metodo d'insegnamento anglosassone è differente dal nostro, i docenti necessitano quindi di un fattivo supporto e le strutture di risorse dedicate all'internazionalizzazione dei corsi». Ed è proprio quello che sta accadendo nella nostra università, attraverso prestigiosi accordi con gli atenei di Harvard e di Berlino, titoli di studio congiunti con università tedesche, americane e francesi, convenzioni con istituti in Cina, Russia, Messico, Corea del Sud e India. Tra le proposte anche un dottorato internazionale "Cultural studies in literary interzones", che coinvolge 16 atenei in 5 continenti, di cui l’Università di Bergamo è capofila.

I progetti internazionali. Bergamo è quindi molto attiva in questo senso: gli accordi con Harvard e Berlino sono parte del progetto Excellence Initiatives, studiato dall’UniBg per promuovere le iniziative di ricerca di alto livello con istituzioni prestigiose, favorire scambi di ricercatori e studenti e avviare esperienze didattiche e curriculari innovative e di rilevanza internazionale. Il progetto Italian Talented Young Researchers è dedicato al sostegno della ricerca giovane, sia per ricercatori dell’università, sia per i loro colleghi provenienti da istituzioni estere. Una mobilità che viene stimolata in uscita ma anche e soprattutto in entrata: nel 2015 sono stati ben 55 i professori provenienti da 15 diverse Nazioni estere. Circa 900 gli studenti. Ma c’è molto di più: cinque curricula per gli studenti che si iscriveranno alle quattro lauree magistrali insegnate interamente in inglese; Master in Corporate and Organizational Communication e Degree in Allgemeine und Vergleichende Literaturwissenschaft in ambito Lingue e letterature europee e panamericane. Master in Hospitality and Tourism Management, Master of Science in Economics - European Economic Integration e la specialistica internazionalizzata in Lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione internazionale.

 

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E ancora, un percorso biennale multilingue e multidisciplinare: Master Erasmus Mundus in Crossways in cultural narratives, che coinvolge dieci università consorziate, europee ed americane, di cui Bergamo è capofila, come lo è anche per Cultural Studies in Literary Interzones, l’unico dottorato umanistico scelto dall’EACEA (European Union’s Education, Audiovisual and Culture Executive Agency) come parte del programma Mundus II. C’è inolte la possibilità di ottenere un “double degree” anche per altre quattro lauree magistrali: gli studenti potranno seguire parte del percorso di studi anche nelle sedi convenzionate, l’ateneo di Madison in New Jersey (USA), quello della Ruhr in Germania, o quello di Lione in Francia. Fanno parte del progetto UniBg International anche dei programmi speciali attivati in collaborazione con atenei esteri: Boarding Pass (una serie di seminari in varie sedi estere a studenti di Management, finanza e international business), Global Business (programma annuale rivolto a 30 studenti selezionati, diviso in trimestri di lezioni a Bergamo, Novgorod e Linz) e quattro Summer School in ambiti disciplinari differenti. Dallo storico Summer Business Program in collaborazione con l’University of Missouri, a cui partecipano quaranta studenti per ogni ateneo e quattro docenti per ogni sede, alla Summer School of Applied Health Econometrics and Health Policy, organizzata dal Dipartimento di Ingegneria. Senza dimenticare la Humanities Summer School, in collaborazione con la Fairleigh-Dickinson University e la Summer School Global Perspectives of Public and Private Sector Interaction, nata dall’intesa con la School of Public and Environmental Affairs della statunitense Indiana University e la tedesca Universität Augsburg.

 

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Le cifre parlano. Queste attività virtuose hanno un riscontro evidente nella popolazione estera dell’ateneo orobico, perché come i nostri studenti si spostano all’estero per i progetti, allo stesso modo gli stranieri vengono da noi per periodi più o meno lunghi. Dal 2010 ad oggi la crescita è stata notevole: a livello percentuale, si è passati da un 4,6 (2010-11), a un 5,7 (2015-16). Un aumento considerevole e oltretutto basato su un numero totale di iscritti a Bergamo anch'esso in crescita: da 10.761 del 2010 ai 12.127 di quest'anno. In città ci sono ad oggi quasi mille (918) studenti universitari non italiani, non è poco. Nel 2014-15 gli iscritti totali in Italia erano 1.624.208 (dato fornito dall'Anagrafe Nazionale Studenti Universitari del MIUR e riportato dall'Unione degli universitari) e quindi gli stranieri (70.339) rappresentavano il 4,3 percento del totale nazionale. A Bergamo, già in quell'anno accademico, gli stranieri avevano toccato quota 5,6. Insomma, il nostro ateneo viene abbondantemente frequentato dall'utenza non italiana, grazie anche a una fitta rete di iniziative e progetti. Il futuro presenta poi uno scenario ancor più confortante: secondo una previsione di Scopus, nel 2020 gli stranieri che studiano all'UniBg saranno il 10 percento del totale.

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