Luoghi dimenticati

Un paradiso da salvare

Un paradiso da salvare
10 Dicembre 2019 ore 06:00

Andiamo a visitarlo questo Piazzo di cui tanto si parla ad Albino. Andiamo a camminare su questi percorsi antichi, che tagliano la collina e da Albino salgono e arrivano sopra Nembro e poi a Trevasco, a San Vito per arrampicarsi poi verso Selvino. La mulattiera parte dalla zona dei Frati Cappuccini, in paese. Si cammina su un bel sentiero, ma intorno è tutta boscaglia, tanti sterpi hanno invaso i terreni che un tempo erano coltivati. Spiega Angiolino Persico, pensionato con l’hobby dei fiori e della fotografia: «Fino agli Anni Sessanta in questa zona non c’era boscaglia, non c’erano rovi, erano pendii terrazzati, coltivati. La signora Honegger era proprietaria di tanta parte di questa collina e ci teneva moltissimo al verde, ai suoi contadini. Poi lei è morta e le cose sono cambiate. Da un lato si è costruito, abbastanza bene, in maniera direi rispettosa dell’ambiente, in altri punti invece si è verificato l’abbandono, i campi sono rimasti incolti, le piccole cascine sono decadute».

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E infatti le incontriamo sul percorso. Qualcuno ha anche pensato bene di farci una discarica qui, proprio dove si trova il cartellone che spiega “La fascia dei pianori verdi di Piazzo” e che informa: «Inizia nell’ampia conca di Albino, a 330 metri, risale verso ovest condonando tutto il versane sud del Monte Certo dove si è sviluppato un paesaggio agrario tipicamente “costruito” con terrazzamenti e ciglionamenti. Su di essi, fino a cinquant’anni fa, le famiglie di mezzadri hanno coltivato frumento e granoturco in rotazione biennale; sui bordi dei ronchi e tra i campetti erano piantati filari di vite e di gelso con alberi da frutto, si ricavava dalla vite uva da vinificare e foglie di gelso per alimentari i bachi da seta». Ogni famiglia aveva qualche capo di bestiame, due, tre vacche. Servivano per il latte, ma anche per il letame con cui si concimavano i campi. Tutte le case avevano un nome, dice Angiolino Persico: «Sì, e normalmente il nome era legato a una famiglia che qui aveva vissuto, nome o soprannome. C’era la casa Belot, la casa Capelu, Lene, Palasì, Pidrì e il Purtù di Tumì».

 

 

Accanto al cartello c’è un palo di cemento, per i fili elettrici; alla base del palo è stato scaricato di tutto: dai dischi ai vestiti, libri, scaffali. Come se qualcuno avesse svuotato la cantina. Per portarla qui. Si sale in maniera agevole, si sfiorano la cascina dove nacque il vescovo monsignor Carrara, la casa di Palasì (sulla destra). Poco più avanti, ormai semidistrutta, la casa di Pidrì: il tetto è sfondato, la balconata, tutta in legno, che cade a pezzi. Sono luoghi spettrali. Eppure la natura intorno è viva. Si arriva a una pozza d’acqua, a una sorgente che si chiama “Fontanì del Barbagiacom”, un luogo davvero suggestivo, una pozza di acqua limpida, intorno alla quale cresce il capelvenere. Entriamo ora in una zona ben tenuta, con i prati curati, i filari di viti. Raggiungiamo la santella voluta dal tenore Federico Gambarelli, una gloria della zona, nato nel 1858 e morto nel 1922. Poi tocchiamo l’agriturismo Piazzo, che un tempo era una colonia per i bambini. È stata trasformata, ma il cancello di ingresso è rimasto tale e quale. Ora il panorama offre bei prati con lievi ondulazioni, doline carsiche, lasciate dai ghiacciai di un’altra era.

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Non lontano da qui scende un ruscello, in questi giorni ricco di acqua, e sgorgano delle sorgenti: c’è anche una vasca in pietra che fungeva da piccolo lavatoio, testimone del tempo contadino. Siamo ormai a Trevasco, frazione di Nembro, oltre il costone. Si incontra subito una bella cascina, con un’unica famiglia che la mantiene viva; la pianta di pomodori addossata al muro offre ancora i suoi piccoli frutti rossi, dolci e saporiti. Subito dopo si incontra la chiesetta della Trinità e dopo qualche minuto la cascina dei Pelliccioli con le sue tre mucche, le galline, i galli. La signora scuote la testa, dice: «Le mucche erano quattro fino a una settimana fa, poi una di loro si è rotta una gamba. Era gravida: abbiamo salvato il vitellino, ma per lei non c’è stato niente da fare». Il vitellino è qui, protetto in un box, al caldo, nella stalla. Dopo Trevasco, in quindici minuti si arriva a San Vito, che lambisce la strada provinciale che sale a Selvino. Anche qui case antiche, anche qui poche persone e una chiesetta dedicata, appunto, a San Vito. Una chiesa forse del Quattrocento: all’esterno si ammirano ancora degli affreschi di un mondo lontano secoli, ma che resta e ci consola perché ci dice che veniamo da lontano. Un patrimonio da salvare.

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