Dopo l'autogol delle autorità

Un tempo per dire basta Un tempo per vincere

Un tempo per dire basta Un tempo per vincere
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La partita dei tifosi, questa volta, ha un “prima” e un “dopo”. Per capire fino in fondo la domenica pallonara di chi vive l’Atalanta bisogna fare un piccolo passo indietro. Non ve la spieghiamo tutta di nuovo, già è imbarazzante in due parole e poi in settimana ci torneremo: Atalanta–Chievo doveva essere una grande festa, soprattutto perché ci sarebbe stata anche l’associazione “La Passione di Yara” ad ammirare una coreografia da urlo. Venerdì qualche illuminato dirigente del Casms di Roma (Comitato di Analisi e Sicurezza Manifestazioni Sportive) aveva deciso che la gara con il Chievo era ad alto rischio e l’aveva vietata agli ultras con il voucher. Mail, telefonate, prese di posizione pubbliche e private e poi il clamoroso dietrofront. Dunque, domenica alle 15 tutti dentro. Già, ma come è andata? Lo raccontiamo subito, c’è un “prima” e un “dopo”.

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Prima dell’intervallo: uno spettacolo surreale. Il sole su Bergamo splendeva alto, alle 14 gli spalti erano già belli pieni ma nonostante 16mila persone allo stadio non c’era il solito clima. Il brusio disordinato di chi borbotta cercando il suo posto prima di dare il via alla contesa questa volta si sentiva un po’ più lontano. Sulle tribune, nei bar, in sala stampa non si parlava d’altro: che figuraccia quelli del Casms. Prima di arrivare al parcheggio del Lazzaretto, tutti i giornalisti non possono non aver notato cosa è accaduto nel “pericolosissimo” parcheggio del settore ospiti. I circa 70 tifosi del Chievo arrivati a Bergamo hanno preparato una tavolata stile pic-nic con sopra un po’ di affettato e nell’attesa del match hanno pure giocato a pallone. Sissignori, avete capito bene: tra bus e automobili c’erano alcuno ragazzi che hanno tirato quattro calci al pallone con una serie di mezzi di polizia e uomini attorno che sono apparsi perfino esagerati. La partita, come non poteva essere altrimenti, è scivolata via nel primo tempo come se fosse un semplice allenamento. Nessun coro, pochissimi applausi, quasi una totale indifferenza da tutti i settori dello stadio come a voler dire: ok, l’Atalanta è qui e noi ci siamo ma questa volta siamo proprio arrabbiati e delusi. Più o meno è l’atteggiamento che avevano annunciato gli ultras e che invece ha accomunato anche gli altri settori. Prima domanda: ma come, non dovevano essere da soli quei 5-600 “delinquenti” non tesserati?

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Dopo l’intervallo: la Curva esplode, l’Atalanta vince. Per 49 minuti (45 più 4 di recupero), il silenzio quasi tombale dello stadio aveva fatto storcere il naso a tutti. Ma questo è sport? Nel breve volgere di un quarto d’ora, lo striscione “Rispetto” esposto ai pali in Curva Pisani è stato sostituito con il drappo “lunga Vita agli Ultras”, i bambini che prima scorrazzavano felici nel piazzale sono stati chiamati a raccolta dai papà e che qualcosa stava per accadere si è intuito anche dal brulicare di stendardi, due aste e bandiere che si è notato dalle tribune. Puntuali come un orologio svizzero, gli ultras hanno ripreso a cantare in avvio di ripresa. E il primo coro, cantato con grande impeto e pieno furore è stato questo: “C’avete rotto il c***o, c’avete rotto il c***o”. Dagli altri settori dello stadio si è levato un applauso spontaneo e convinto. Evidentemente, per quello che è successo, non sono solo gli ultras ad essere indignati, ma tutta la città. Il primo quarto d’ora del secondo tempo è poderoso dal punto di vista canoro, la spinta della Curva è totale e la giocata vincente arriva proprio al 55', in pieno sfogo di passione atalantina come nei giorni migliori. Non a caso, lo zampino nell’azione del gol ce lo mettono Diamanti e Borriello. Due che stanno decidendo il finale di stagione e che con la piazza che si esalta vanno a nozze. “Quando hanno incominciato a cantare, hanno cambiato il ritmo alla partita”, ha detto Borriello nel dopo partita. Una volta trovato il vantaggio, la Dea ha amministrato e poi chiuso con una vittoria. Fino al 94' lo stadio ha applaudito e alla fine è arrivata la grande gioia.

 

 

Quella maglia di Raimondi è la maglia di tutti. Nei prossimi giorni proveremo a ragionare su quanto accaduto ma sappiamo già che non sarà semplice. Perché di motivazioni non ce ne sono. Intanto godiamoci la salvezza e osserviamo bene la sottomaglia di Raimondi: a pennarello, c’era scritto “Rispetto”. Una parola semplice, un’esortazione forte e la dimostrazione che chi ha a cuore l’Atalanta non potrà facilmente passare sopra al polverone che in poche ora ha lasciato l'amaro in bocca a tutti i tifosi atalantini. La sensazione provata al Comunale è che la tifoseria questa volta sia tutta unita. La violenza si condanna sempre ma gli ultras e i tifosi comuni sono rimasti feriti da decisioni che hanno costretto l’associazione dedicata alla piccola Yara a rinunciare alla manifestazione in programma. Che brutta pagina di sport, e stavolta quei “delinquenti” degli ultras non c’entrano proprio nulla.

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