Nembro

L’orchestra che salvò una chiesa: i primi 25 anni della Salmeggia

Il racconto del promotore e direttore artistico Gianni Bergamelli. Giovedì 23 gennaio, al Teatro Modernissimo, concerto con composizioni di Gianluigi Trovesi

L’orchestra che salvò una chiesa: i primi 25 anni della Salmeggia
23 Gennaio 2020 ore 10:00
di Fabio Santini

 

Nembro per una notte celebra la grande musica. Giovedì 23 gennaio al Teatro Modernissimo, ore 21, concerto dell’Orchestra Enea Salmeggia con composizioni di Gianluigi Trovesi e la direzione del Maestro Stefano Montanari, intitolato “For a While…Profumo di Violetta”. I proventi della serata saranno devoluti agli Amici dell’Oncologia Valle Seriana e Val Cavallina. «Trovesi elabora un percorso musicale con musiche scritte da lui», ci spiega il promotore e direttore artistico dell’orchestra, Gianni Bergamelli, «parte da autori del ‘500 arrivando piano piano fino all’opera italiana, appunto “Profumo di Violetta” come riferimento a “La Traviata”. Agli arrangiamenti ha lavorato il compositore e pianista Corrado Guarino. Montanari non ha certo bisogno di presentazione: dirige nei più prestigiosi teatri lirici del mondo».

Il tema della serata del 23 è quindi un viaggio intorno all’Opera?

«Sì, l’intento è quello di chiudere il progetto nato 25 anni fa esatti con una musica che sia più vicina alla classica che al jazz. Così sono state scritte tutte partiture originali tra le quali c’è una mia composizione, quasi a voler anticipare il mio 90° compleanno che sarà il prossimo 26 luglio. Ci piacerebbe farne un disco, bisogna trovare i fondi. Le potenzialità artistiche ci sono. Eccome».

Su quale base e perché è nata la “Salmeggia”?

«La facciata della Chiesa Santa Maria in Borgo qui a Nembro stava venendo giù. Dentro ormai c’era un magazzino di frutta e verdura. Per noi nembresi doc quella era la chiesa di quando eravamo ragazzini, non potevamo lasciarla morire così. Allora abbiamo pensato di restaurarla. Ho promosso insieme con Monsignor Nicoli l’Associazione culturale Enea Salmeggia e, per raccogliere soldi, ho formato l’orchestra, abbiamo tenuto concerti e reperito i fondi necessari per salvare la nostra chiesa, una parte di noi».

Quanto è costato il restauro?

«Due miliardi delle vecchie lire. Trovarli è stata u n’impresa. Ero riuscito a sensibilizzare tutti i notabili del paese in un incontro in cui la presenza di Monsignor Nicoli si rivelò fondamentale e così convincemmo i presenti a tirar fuori 5 milioni a testa. E tutti i ricchi del paese li hanno tirati fuori».

Anche lei?

«Certo, anche se per me era una cifra molto pesante. Lo feci presente a Monsignor Nicoli. Mi rassicurò: non preoccuparti ti faccio il funerale gratis…».

E com’è andata a finire?

«Niente funerale gratis, lui se n’è andato. Io sono ancora qui. Comunque riuscì ad ottenere finanziamenti dalle banche. Durante le fasi del restauro, abbiamo tenuto parecchi concerti. Uno dei quali si intitolava “Around Small Fairy Tales”».

Mi sta parlando di una pietra miliare del jazz, Bergamelli.

«Esatto. Il progetto era stato curato da Bruno Tommaso uno dei più prestigiosi contrabbassisti in circolazione. Incidemmo l’omonimo cd per l’etichetta Soul Note. Venne promosso in tutto il mondo, riscosse apprezzamenti negli Stati Uniti meritando 4 stelle e mezzo su 5 nel referendum della Bibbia del jazz, la rivista “Dow n Beat”».

L’orchestra Salmeggia coniuga da sempre musica classica e jazz.

«L’idea è mia. Ho pensato: il mondo è pieno di big band che fanno swing e generi affini. Io volevo che Trovesi potesse esprimere la sua straordinaria identità di musicista. Per fare ciò, ho pensato che dovesse essere accompagnato da un tappeto di archi, per questo è nato un ensemble che fosse un’orchestra».

Oggi lei è direttore artistico.

«Per dirla tutta il mio ruolo oggi serve per reperire i fondi. I musicisti della “Salme ggia” hanno un tale valore artistico che non hanno certo bisogno dei miei consigli. Stiamo parlando di musicisti professionisti che vanno pagati perché vivono di quello, mica gli puoi pagare la pizza e basta».

Bergamelli, quante grandi imprese ha portato a termine in vita sua?

«Ho sostituito Enzo Jannacci al pianoforte nel gruppo di Mina, quando era giovane. Ho fatto jam session con Gianni Basso, Sergio Fanni, Giancarlo Pillot, Gianni Cazzola gente che ha suonato al Donizetti con me. Ho suonato con la mia orchestra nei grandi night di allora. A 35 anni mi sono detto: basta suonare. Mi sono messo a fare il pittore. Ho esposto nelle più importanti gallerie. All’inizio ho dovuto far patire la fame anche ai miei. Ho smesso di suonare per due anni, poi ho ripreso. Sono entrato nel giro del Festival jazz di Bergamo con Paolo Arzano. Nel ’70 ho fatto esordire Gianluigi Trovesi. Poi lui ha spiccato il volo. Mi sono occupato dell’ABJ, l’ass ociazione bergamasca del jazz in una città dove non avevamo né un bassista né un batterista. Abbiamo dato vita al movimento jazzistico di Bergamo. Ricordo un Claudio Angeleri ragazzino che andava a vedere i concerti con il Maestro Sala. Da allora molti giovani si sono accostati al jazz ».

Che cos’è prima di tutto Bergamo per lei?

«Sono legato a questa città e alla parlata di questa città. Io amo il dialetto. Anche quando ero in giro per il mondo, pensavo a Città Alta. La ammiro ancora oggi sempre. Almeno una volta alla settimana parto dalla stazione e faccio il giro delle Mura. E il dialetto è pieno di finezze che la lingua italiana non ha. Sono nato qui a Nembro. Della quale dico: Nembro, nella sua mediocrità, è davvero eccezionale…».

 

 

 

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