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Bossetti, cosa dice la sentenza che ha confermato l'ergastolo

Bossetti, cosa dice la sentenza che ha confermato l'ergastolo
Cronaca 18 Ottobre 2017 ore 06:00

Ben 370 pagine nelle quali i giudici della Corte d'assise d'Appello di Brescia (presieduta da Enrico Fischetti) motivano la conferma della condanna all'ergastolo per Massimo Bossetti, l'uomo ritenuto il colpevole dell'omicidio di Yara Gambirasio avvenuto nella sera del 26 novembre 2010. Il corposo plico è stato depositato nella tarda mattinata di lunedì 16 ottobre. La condanna di secondo grado era arrivata il 17 luglio, dopo un processo durato meno di un mese e nel quale, proprio come in primo grado, i giudici avevano negato alla difesa del carpentiere di Mapello la possibilità di ripetere il test sul Dna che, di fatto, ha incastrato Bossetti.

 

 

«Test del Dna irripetibile». Era proprio il motivo del no a questo nuovo esame ad essere particolarmente atteso, visto che Claudio Salvagni e Paolo Camporini, avvocati del condannato, ne hanno fatto il perno del loro castello difensivo. Nelle pagine della sentenza, si legge che «non vi sono più campioni di materiale genetico in misura idonea a consentire nuove amplificazioni e tipizzazioni». In parole più semplici, è impossibile ripetere il test sul campione biologico rinvenuto sul corpo della tredicenne e che le indagini svolte dalla Procura di Bergamo e dai Ris hanno poi affermato essere quello di Massimo Bossetti. Per questo motivo, continuano i giudici, «si deve ribadire ancora una volta e con chiarezza che una eventuale perizia, invocata a gran voce dalla difesa e dallo stesso imputato, [...] sarebbe un mero controllo tecnico sul materiale documentale e sull’operato dei Ris (e quindi la famosa perizia genetica sarebbe necessariamente limitata a una mera verifica documentale circa la correttezza dell’operato del Ris e dei consulenti dell’accusa, pubblica e privata)».

Una vera e propria mazzata per la difesa di Bossetti, che non più tardi di dieci giorni fa (sabato 7 ottobre) era scesa in piazza a Bergamo, nella persona di Claudio Salvagni, per manifestare contro l'opposizione dei giudici allo svolgimento di un nuovo test. Insieme all'avvocato, armato di megafono, anche un centinaio di persone convinte dell'innocenza dell'uomo. A questo punto, è ovvio che verrà presentato un nuovo ricorso, questa volta in Cassazione, probabilmente nella speranza che la suprema corte riconosca una «violazione del principio del contraddittorio» finora non riscontrata dai giudici di primo e di secondo grado. Va però sottolineato come la Cassazione non possa rivalutare il procedimento nel merito, e dunque non possa valutare i fatti del processo, ma soltanto lo svolgimento di esso secondo le norme di diritto.

 

 

«Un processo mediatico». La Corte d'assise d'Appello, inoltre, nella sentenza non risparmia delle "tirate d'orecchi" alla difesa, sottolineando come «oltre a svolgersi nelle aule di giustizia, (il processo, ndr) si è svolto parallelamente sui media, alimentandosi di notizie vere e notizie false, senza peraltro in alcun modo influenzare la regolarità e serenità del processo giudiziario. [...] Pure senza approfondire il tema irrilevante su chi abbia alimentato (o contribuito ad alimentare) il processo mediatico, appare alquanto singolare e paradossale che la difesa e l’imputato, dopo aver fatto specificatamente appello alla necessità di chiudere giornali, di spegnare la tv, di abbandonare il web e aprire i codici e la Costituzione, abbiano dato il loro consenso alla ripresa audio e televisiva del processo di secondo grado, di seguito non autorizzata dalla Corte».

Le foto di Yara nell'inchiesta sulla pedofilia. Fuori dalle aule di Tribunale, intanto, il caso sulla morte della tredicenne continua purtroppo a far parlare. Innanzitutto in televisione, dove pochi giorni fa s'è presentato Agostino Comi, fratello di Marita, moglie di Bossetti. L’uomo ha spiegato le ragioni per cui, a suo parere, suo cognato è innocente: «Su Massimo sono uscite solo notizie costruite dalla Procura. Erano loro che volevano metterci dei dubbi con gli interrogatori martellanti che ci hanno fatto. Io ero al bar con Massimo il giorno dopo la scomparsa di Yara e l’ho guardato negli occhi: è sempre stato normalissimo, non credo che una persona che abbia fatto una cosa del genere rimanga sempre impassibile, lui non sa fingere. Poi se mi mettevano davanti veramente le prove... Ma non me l’hanno mai messe, per cui… Ci batteremo fino all’ultimo, fino in Cassazione, perché se un innocente è dentro vuol dire che il colpevole è fuori». Comi ha poi parlato di come sta Bossetti: «Ha degli alti e dei bassi logicamente. Capisce che anche noi che siamo fuori siamo in difficoltà e cerchiamo di aiutarci a vicenda». Ma di Yara e della sua terribile morte parla anche, stando a quanto riportato da diversi organi di stampa, un'altra inchiesta, portata avanti dalla polizia postale del Trentino Alto Adige e coordinata dalla Procura di Trento, denominata "Black Shadow". Si tratta di un'indagine su una rete di pedofili e, sul pc di uno dei dieci arrestati (a fronte di una cinquantina di indagati), ovvero un 53enne di Rimini, sarebbero stati trovati documenti e foto di Yara. Un file di circa quaranta pagine sulla 13enne di Brembate con anche preghiere blasfeme e filastrocche. Secondo il Corriere della Sera Bergamo, la vicenda potrebbe ora essere seguita dai legali di Bossetti, alla ricerca di un possibile colpevole che possa scagionare il loro assistito.