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Cosa è stato detto in aula

Bossetti è l’assassino di Yara

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo per il carpentiere di Mapello. Dopo aver ricevuto la notizia, l'uomo è scoppiato in lacrime consolato dai compagni di cella

Bossetti è l’assassino di Yara
Cronaca 15 Ottobre 2018 ore 06:00

«Il Dna ha fatto parlare il corpo di Yara, quel corpo che ha trattenuto il codice genetico di colui che non ha avuto un moto di pietà e l’ha lasciata morire sola in quel campo»: con queste parole il procuratore generale della Cassazione Mariella De Masellis, alle 15 circa di venerdì 12 ottobre, aveva chiesto la condanna definitiva di Massimo Bossetti all’ergastolo. E il presidente della Corte di Cassazione di Brescia Iassilo, dopo poco meno di quattro ore di camera di consiglio, ha respinto il ricorso presentato dalla difesa dell’imputato, confermando dunque la condanna all’ergastolo arrivata in primo e in secondo grado. Si è chiuso così uno dei processi più lunghi, complicati e discussi della storia italiana.

 

 

Sebbene permanga, nell’opinione pubblica, un nutrito gruppo di innocentisti, per la giustizia italiana il caso è chiuso: la notte del 26 novembre 2010, Massimo Giuseppe Bossetti, carpentiere di Mapello, rapì Yara Gambirasio all’uscita di palestra e la uccise, lasciandola morire al freddo in un campo di Chignolo d’Isola. E non possono che ammetterlo anche i legali dell’uomo, Paolo Camporini e Claudio Salvagni, all’uscita del Tribunale: «Abbiamo dedicato tutte le energie per smontare una sentenza che conteneva incongruenze grandi come una casa – ha detto Salvagni ai tantissimi giornalisti presenti -. Pensavo che ci fossimo riusciti. I giudici sono uomini, non sono infallibili. Decidono sugli atti e in questo caso gli atti erano sbagliati. A un certo punto si decide che la Terra è piatta, allora ci terremo la Terra piatta». Bossetti non era presente in aula, è rimasto nella sua cella del carcere di via Gleno a Bergamo. Ed è lì che gli è stato comunicato il suo destino: carcere a vita. Come racconta Bergamonews, il 48enne è scoppiato in lacrime. A rincuorarlo, i compagni di cella, mentre altri detenuti hanno fischiato in segno di disapprovazione della sentenza.

Anche quella di venerdì 12 ottobre è stata una giornata lunga, dal punto di vista processuale. Per l’ennesima volta in questo caso, accusa e difesa si sono dati battaglia sul campo della “forma”. «Non è lui (Bossetti, ndr) l’imputato, oggi lo sono le due sentenze e le regole processuali che non sono state rispettate», ha dichiarato Camporini. I legali del carpentiere hanno messo sottolineato come sia stato esaltato il Ris, ma solo «perché viene ritenuto inattaccabile il punto di partenza», ovvero l’infallibilità di coloro che hanno svolto le analisi sui leggings e sugli slip di Yara da cui è stato estrapolato il Dna di Ignoto 1 che ha, di fatto, incastrato Bossetti. «Se si parte dal presupposto che questa tabellina è corretta, allora il processo è finito», ha aggiunto la difesa. Eppure, secondo Camporini e Salvagni, proprio in quella procedura ci sono stati degli errori che hanno inficiato l’intero procedimento. Per questo i due legali del carpentiere hanno continuato a chiedere nuovi test, che però l’accusa ha sempre dichiarato irrealizzabili per mancanza di materiale genetico. E ancora: la discrasia tra il Dna nucleare, secondo le indagini appartenente a Bossetti, e l’assenza di quello mitocondriale dell’imputato. Una situazione anomala, secondo la difesa. Anzi, impossibile in natura. Non rilevante, invece, per l’accusa: «È dal 1985 che la genetica concorda sul fatto che il Dna nucleare si usi per fini identificativi, non è un caso che la banca dati raccolga solo quello e non il mitocondriale – ha detto in aula il procuratore generale -. È l’evoluzione dell’impronta digitale, è un’impronta genetica».

 

 

Il magistrato De Masellis ha poi sottolineato come, contro Bossetti, ci fossero altri «indizi convergenti» oltre al Dna. A partire dall’assenza di un alibi, confermata anche dai dialoghi avvenuti in carcere tra l’uomo e la moglie, Marita Comi. Dopo due ore di discussioni su leggi, cavilli e vizi di forma, la voce del procuratore generale della Cassazione si è incrinata, rotta dall’emozione. È in quel momento che ha chiesto la conferma della condanna all’ergastolo per Bossetti, ma anche l’annullamento della sentenza di appello che scagionava Bossetti dall’accusa di calunnia nei confronti del collega Massimo Maggioni. Alla fine, il presidente Iassilo ha respinto il ricorso della difesa e anche quello dell’accusa sulla calunnia. Si è chiuso così, dunque, il processo. E forse ora Yara potrà riposare in pace.