C'era una volta

Così è evaporata l’anima bergamasca di Ubi (ben prima dell’Ops di Intesa)

Nel settembre scorso alcune delle più importanti famiglie imprenditoriali del territorio detentrici di azioni dell’istituto hanno deciso di lasciare il Patto dei Mille per dare vita al Car...

Così è evaporata l’anima bergamasca di Ubi (ben prima dell’Ops di Intesa)
24 Luglio 2020 ore 21:30

di Andrea Rossetti

Passando in questi giorni per viale Giulio Cesare, a Bergamo, vi trovate innanzi quel che resta della Tribuna Ubi del Gewiss Stadium nerazzurro. Una facciata e tante macerie. E un po’ vien da pensare che nome migliore, in questo momento, non avrebbe potuto avere. Perché, negli stessi giorni, quel che resta dell’anima bergamasca di Ubi Banca pare essere sempre più una mera facciata, un altare a quel che è stato e che, inesorabilmente, non è più. E da ben prima del lancio dell’Ops di Intesa.

L’anima orobica dell’ex Popolare di Bergamo, nella governance di Ubi, è definitivamente evaporata il settembre scorso, quando i più grandi azionisti privati (leggasi alcune delle più importanti famiglie imprenditoriali del territorio detentrici di azioni dell’istituto) hanno deciso di lasciare il Patto dei Mille per dare vita al Car, il Comitato azionisti di riferimento, abbandonando i criteri territoriali e assecondando invece il desiderio di controllo del quarto istituto bancario italiano. Un’unione d’interessi con le due grandi Fondazioni (Cassa di risparmio di Cuneo e Banca del Monte di Lombardia), detentrici rispettivamente del 5,9 e del 3,9 per cento delle azioni di Ubi, che ha permesso al Car, con il suo 19 per cento, di “sfilare” il controllo dell’istituto dalle mani dei bresciani (e di Giovanni Bazoli), fermi all’8 per cento. Il comitato direttivo del Car, alla sua nascita, era composto dai rappresentanti delle tre anime che lo compongono: Giandomenico Genta per i cuneesi, Mario Cera per i pavesi e Armando Santus per i bergamaschi.

Matteo Zanetti, presidente del Patto dei Mille di Ubi

A distanza di dieci mesi da allora e nel pieno della buriana, l’unico rimasto a ritenere «ostile e inaccettabile» l’Offerta pubblica di scambio di Intesa nei confronti di Ubi è proprio Santus, visto che le Fondazioni rappresentate da Cera e Genta hanno comunicato di aver deciso di aderire all’Ops. Santus, che è presidente del patto Car, non dice una parola. Ma è evidente che da quel 17 febbraio, giorno in cui Intesa annunciò l’operazione, le cose sono molto cambiate. Sia nell’offerta stessa (con un premio salito dal 28 al 44 e passa per cento grazie all’aggiunta di una parte cash di 0,57 euro ad azione per ogni azionista che aderisce), sia negli equilibri politici interni a Ubi. Perché, numeri alla mano, ormai sono rimasti soltanto i bergamaschi (e la famiglia bresciana Gussalli Beretta, anch’essa nel Car) a tenere in mano il cerino del “no” a Intesa insieme alla presidente Letizia Moratti e all’ad Victor Massiah. Anzi, neppure più tutti i bergamaschi.

Martedì 21 luglio, infatti, s’è riunito il Patto dei Mille, che dopo la nascita del Car detiene “soltanto” l’1,6 per cento delle azioni di Ubi ma rappresenta comunque lo zoccolo storico vero e proprio degli azionisti dell’istituto di matrice ex Popolare di Bergamo (la famiglia Zanetti, la Diocesi, Confindustria Bergamo, Italmobiliare alias famiglia Pesenti, Persico, Pezzoli, Vanier, Zambaiti), e il verdetto, dopo aver ascoltato le analisi di due advisor della banca riguardanti il ritocco migliorativo dell’offerta di Intesa, è decisamente cambiato rispetto al “no” su tutta la linea: «libertà di scelta», ha detto il presidente Matteo Zanetti. Che, nei fatti, significa che molti azionisti del Patto dei Mille hanno intenzione di aderire. La cosa s’era già intuita pochi giorni prima, quando a fronte delle dichiarazioni del vicepresidente Alberto Barcella («Il rilancio di Intesa è un passo avanti, ma la valorizzazione del patrimonio di Ubi è ancora insufficiente»), il presidente Zanetti ha commentato: «La posizione di Barcella non rappresenta quella del Patto dei Mille». E si è visto.

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