ricoverato col Coronavirus

«Dell’inferno ricordo gli occhi di medici e infermieri»: la commovente lettera di Flavio da Casnigo

Una testimonianza «sulla malattia e sul percorso che ho affrontato a causa del virus all'ospedale di Piario». Da leggere

«Dell’inferno ricordo gli occhi di medici e infermieri»: la commovente lettera di Flavio da Casnigo
Val Seriana, 06 Aprile 2020 ore 10:52

In queste settimane abbiamo pubblicato diverse testimonianze. Parole di persone per le quali il virus è stato molto più di un nemico invisibile che ci costringe chiusi in casa, di un tema ricorrente in televisione. Vittime, alcune che stanno ancora lottando contro di lui, altre che lo hanno vinto. Tra quest’ultime c’è anche Flavio Moro, un nostro lettore, che dopo tanti giorni passati in un letto dell’ospedale di Piario ha vinto la sua personale battaglia ed è tornato a casa nella sua Casnigo. E, con una lettera indirizzata a un amico che in realtà siamo tutti noi, ha voluto raccontarci la sua storia. Eccola.

Caro amico,

sai, in questi ultimi tempi, quante parole mi sono girate per la testa? Quanti punti ho aggiunto e quante virgole ho spostato per dare un senso più drammatico o più commovente alle frasi?

Non potevo fare altro, intanto che dentro di me il dolore non mi dava tregua, intanto che il tempo passava troppo lento e mutava di continuo una realtà fatta di crampi allo stomaco, tosse senza respiro, febbre, mal di ossa e paura. Parole, mi frullavano nella testa, non pensieri. Sì perché noi che amiamo scrivere siamo così: ogni volta che parliamo a noi stessi ci sembra che gli altri siano lì ad ascoltarci, sicché lo facciamo in punta di piedi, intenti a curare la forma, il lessico e la grammatica, come se chi è all’ascolto non debba sentire ma leggere.

È una mezza schiavitù e una mezza libertà. Le parole, in fondo, in questi ultimi tempi ce la facevano comunque ad alleviare la mia sofferenza e a stendere un velo trasparente sulla paura che fossero le ultime, le più preziose da tirar fuori per l’ultima volta.

In un letto di ospedale, con quelle parole volevo descrivere quanto è diverso e lontano il virus dei telegiornali da quello in cui ci sei dentro, volevo far capire che il personale medico non è quello delle foto in televisione, buone a vincere premi ai concorsi fotografici, ma di più, molto di più. Volevo riferire che l’ossigeno delle cannule che fa scena nei telefilm ti crea sangue nelle narici e brucia giù nella gola. Volevo dire che, quando sei proprio lì sotto alla montagna sconosciuta, la vetta non la vedi e non sai quanto sarà ancora lungo e faticoso il tuo cammino. Volevo dire che, a volte, la paura di soffrire è più grande del dolore.

Caro amico, io non avevo carta e penna, senza una tastiera non potevo fissare quelle parole e loro ne approfittavano per entrare nella testa, uscire, frullare, confondersi e sparire per lasciare il posto ad altre ancora più sagaci e scaltre. Non le fissavo perché, in fondo, anche la voglia mancava, specialmente quando squillava il cellulare e una voce incerta biascicava qualcosa che non avrebbe voluto dirmi. Sai, diceva, il nostro amico Santino non ce l’ha fatta però… però forse aveva già un po’ di asma. Così mi coprivo la testa e piangevo per un’ora mentre le parole che giravano nella mente erano tutte per quell’amico. Neanche quelle riuscivo a fissare perché squillava di nuovo il telefono. Sai, tuo cugino Dario, non respirava bene e gli è ceduto il cuore… ricordi che con quello non era messo bene? Tu invece…

Così di nuovo sotto la coperta a piangere per un’altra ora mentre nella testa giravano i ricordi di tutta un’infanzia passata con il mio cugino Dario. Due stanze oltre la mia, il mio amico Jimmy respirava sotto una campana trasparente e mi mandava a salutare da un infermiere con un simpatico accento del sud che correva tutto il giorno al capezzale di chi premeva il pulsante di chiamata. Anche per Jimmy ho pianto per un’ora e non sono riuscito a fissare le parole.

In fondo, della tragedia di un’epidemia, se spegni il televisore non ne vedi un granché, solo i morti che ti cadono intorno. Neanche quelli, perché se li portano subito al crematorio, senza una cerimonia, come soldati caduti al fronte.

Il mio letto d’ospedale era proprio davanti alla grande finestra e potevo osservare il profilo delle montagne innevate che danno un senso alla valle; poco oltre il davanzale si snodava il lungo viale di accesso costeggiato da decine di alberi e da immensi prati color primavera. Una volta l’ospedale era un sanatorio di importanza regionale. Nelle prime luci dell’alba i passeri si levavano all’improvviso, si rincorrevano, si addensavano e sparivano tra i rami dell’unico albero già carico di fiori di ciliegio: li seguivo con lo sguardo e capivo che erano proprio come quelle parole che non riuscivo a catturare e che, in fondo, era giusto così, che stessero lì a comporre un quadro che già era di tutti, non solo mio. Quel quadro, caro amico, lo osservavo mentre sentivo lo sferragliare dei carrelli tra le corsie ancora un po’ sopite nelle tribolazioni della notte…

Il rumore si fa vicino e cessa. Entrano nella stanza. Indossano camici verdi, di quel tessuto non tessuto che svolazza e dilata le figure, la cuffia dello stesso materiale copre per bene i capelli e una mascherina corposa cela quasi tutto il viso. I guanti in lattice turchese completano la figura che pare uscita da un film dal quale non sarebbe possibile uscire. Mi fanno un po’ paura. Sembrano tutti uguali, ma ciascuno svolge il proprio compito con una compostezza difficile da descrivere per uno che non è del mestiere.

Allora cerco di indovinare la persona che sta sotto a tutti gli svolazzi, così, tanto per distrarmi un po’ dal dolore e dalle paure. Ne ascolto la voce, è donna, osservo i fianchi grossi, forse i chili di troppo sono il suo cruccio. L’altra si muove più spedita, ha il fisico persino troppo asciutto, una così è difficile che abbia fatto figli. Lui è sicuramente giovane, forse è uno di quegli infermieri di primo pelo che, adesso, servono come il pane. I dottori no, non è difficile capire che lo sono in quanto reggono la cartella e si spostano sempre in coppia e con un fare molto diverso dagli altri.
Cerca di bere un po’ di camomilla, mi dice la prima figura del mattino chinandosi verso di me. No, le rispondo con la mano sullo stomaco che mi tormenta da dieci giorni, se solo bevo un sorso d’acqua, lo tiro su.

Le guardo il volto e li vedo.

Come quelli di tutti gli altri, sono coperti da una maschera di plastica trasparente e mi fissano con un velo di sincera preoccupazione. Quegli occhi sono scuri, ai lati ci sono i solchi sottili delle rughe di una madre. Come ho fatto a non notarli prima! Adesso quelle figure non sono e non saranno più tutte uguali, ciascuna avrà il suo sguardo che esprime i sentimenti con occhi che hanno un colore da ricordare.

Ecco, caro amico mio, ciò che nell’inferno non è inferno: occhi dietro alla plastica, sguardi umani a cui dare spazio nella mia anima. Forse un giorno, quando tutto sarà passato, incontrerò per strada uno di quegli sguardi, magari lo incrocerò al supermercato, sulla panchina di un parco oppure al tavolino di un bar. Non so cosa gli dirò, ma sarà comunque poco, troppo poco.

Certo, caro amico, non sarà così facile trovare uno di quegli sguardi, ma lo cercherò. Cercare sarà una delle tante cose che ho ancora da fare in questa mia vita che mi è stata salvata.

Un forte abbraccio, per quanto possibile.

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