Vi ricordate Second Life?

Dovevano cambiarci la vita, invece.. I grandi flop tecnologici del Duemila

Dovevano cambiarci la vita, invece.. I grandi flop tecnologici del Duemila
04 Maggio 2015 ore 14:58

Oggi tocca agli Apple Watch: chi non ha letto o sentito che ci rivoluzioneranno le esistenze, che ci cambieranno irrimediabilmente le vite, lanciandoci in un futuro quanto mai presente? Ebbene sì, il fantamirabolante orologio ipertecnologico made in Cupertino è solo l’ultimo arrivato nella vasta famiglia delle innovazioni tese e cambiarci per sempre la vita. Come in un nuovo illuminismo, gli Anni 2000 sono stati e sono tutt’oggi quelli in cui, a ritmi frenetici, la scienza ha il compito, quasi ineluttabile e obbligato, di rivoluzionare il presente, per portarci, a velocità supersonica, nel domani. Peccato che il 90% delle volte queste rivoluzioni da fast food tecnologico si rivelino dei grandi buchi nell’acqua. Colpa nostra, forse, non ancora pronti a cotanta innovazione; o più probabilmente colpa delle innovazioni stesse, in realtà semplici bolle di entusiasmo più che economiche. Difficile dire oggi se l’Apple Watch avrà successo o meno (la fame diabolica con cui se ne sono nutriti i Paesi in cui è già stato messo in commercio fa propendere per la risposta positiva), certamente gli auguriamo una fine migliore di tante altre grandi innovazioni tecnologiche che dovevano rivoluzionare il mondo e, invece, sono state dimenticate.

 

 

C’era una volta una realtà virtuale. Padre di questa grande famiglia poco invidiata, come ha ben raccontato Marco Gorra su Libero, è certamente Second Life. Un portale web che accoglieva dentro di sé niente meno che una nuova realtà, in versione però pixellata e a colpi di bit. Milioni di persone in tutto il mondo, dieci anni fa circa, si trasferirono con armi e bagagli su Second Life, creando dei loro alter ego virtuali (meglio noti come avatar). I vantaggi? Abbandonare la tristezza di una quotidianità insoddisfacente per aprire le porte a un universo parallelo, in cui essere tutto ciò che si voleva e dove fare tutto ciò che si desiderava. Il boom fu pazzesco: non solo giovani smanettoni crearono loro avatar (naturalmente tutti alti, belli e in formissima), ma addirittura politici e personalità del sociale decisero di esplorare questo nuovo mondo. Navigando per Youtube ci si può abbattere nel video della canzone Bruci la città, di Irene Grandi, interamente girato su Second Life o addirittura quello dell’alter ego digitale di Antonio Di Pietro che tiene il primo comizio dell’Italia dei Valori (no, non è un fake). Questa realtà virtuale, però, durò poco. Presto ci si accorse, con incredibile stupore degli sviluppatori del portale, che la gente preferiva ancora il mondo reale (con i suoi piaceri e i suoi dolori, veri) a quello surreale.

 

 

Tutti useranno i bitcoin, un giorno… Di pochi anni successivo all’avvento di Second Life fu quello dei bitcoin, moneta virtuale che prometteva di portare alla morte, inesorabile, del contante. Tutti noi eravamo attesi dall’inizio di una nuova era, fatta di valuta immateriale e di libertà totale. I presupposti per il successo c’erano tutti: lo stretto legame con internet, la volontà di facilitare gli scambi commerciali a distanze fisicamente incolmabili se non in ore e ore di volo, l’immancabile coloritura sociale legata alla scomparsa delle banche cattive, che non avrebbero più potuto stampare denaro e arricchirsi alle spalle di noi tapini. Peccato che il mondo stia ancora attendendo quella rivoluzione. Sono passati anni, e sebbene i bitcoin si siano diffusi in alcuni ambiti di nicchia (fatti di smanettoni irreprensibili e hacker sempre alla ricerca di nuovi metodi di pagamento non tracciabili) nei nostri portafogli rimangono ancora le care vecchie banconote.

 

https://youtu.be/F8oKJbU5MCQ

 

Muoversi in velocità e senza spreco. Altro ambito che oramai da anni attende la venuta dell’invenzione ultima, quella che rivoluzionerà per sempre le nostre vite, è quello degli spostamenti. Automobili? Biciclette? Treni? Aerei? Basta, sono mezzi di trasporto obsoleti e inquinanti. Nel 2001 il futuro sembrava servito: venne presentato il primo prototipo di Segway, uno strano aggeggio dotato di due ruote e un manubrio. Grazie alla combinazione di informatica, elettronica e meccanica, Segway prometteva di portarci ovunque senza fatica e, soprattutto, senza inquinare. Una sorta di monopattino intelligente, in grado di partire, fermarsi e fare retromarcia con dei semplici movimenti del passeggero-guidatore e piccoli piegamenti in avanti o indietro. Un anno dopo, tra squilli di trombe e grandi lanci pubblicitari, il Segway venne messo sul mercato. A distanza di 13 anni, i modelli in circolazione sono tanti quanti i falegnami in centro città e il principale motivo per cui viene ricordato è la tragica morte, avvenuta nel 2010, del suo inventore, tragicamente investito da uno di quei mezzi che aveva promesso di portare all’estinzione: l’automobile.

 

 

E i Google Glass? La lista, a dire il vero, sarebbe ancora molto lunga. Ci sarebbe Zune, un dispositivo non meglio precisato che prometteva di rivoluzionare per sempre la fruizione della musica, abbinando l’interattività e la condivisione all’ascolto, e che oggi, invece, ricorda solo il nome di un animale mitologico. Ci sarebbero i droni, nati come altro rivoluzionario mezzo di trasporto del futuro e finiti a essere venduti nei centri commerciali promettendo meravigliose foto aeree. A voler indagare bene potremmo ricordare anche i relativamente recenti Fire Phone, ideona di Amazon che promettevano la scomparsa degli smartphone a favore di questi nuovi dispositivi, sia telefoni che carrello della spesa. Niente, nessuno di loro ce l’ha fatta. Almeno per ora. E in questa lunga lista anche il colosso di Mountain View, la Google, s’è conquistata uno spazio di tutto rispetto. Merito degli arcinoti Google Glass. Gli occhiali ipertecnologici promettevano una nuova fruizione della realtà, senza confini e senza limiti. Eppure, a oltre due anni dalla loro presentazione, i Google Glass restano un oggetto antiestetico e in grado di farti venire un’emicrania più velocemente di un cd degli Scorpions a tutto volume.

Non sappiamo quale sarà la fine dell’Apple Watch, se entrerà nella famiglia degli irrinunciabili oggetti della nostra quotidianità o, piuttosto, in quella dei più grandi tech-flop. Ma noi attendiamo. Attendiamo il prossimo rivoluzionario gingillo dalle mille promesse e dai pochi fatti, protagonisti di un illuminismo 2.0 che, siamo certi, non verrà ricordato sui libri di storia, a differenza del suo ben noto antenato.

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