Dieci anni dopo

Sotto gli archi del processo, la pièce per ricordare i morti della Thyssen

Sotto gli archi del processo, la pièce per ricordare i morti della Thyssen
05 Dicembre 2017 ore 13:53
*Giovanna Stanzione, classe 1988, è laureata in Giurisprudenza a Salerno e ha conseguito un dottorato di ricerca in Diritto pubblico, indirizzo di penale e procedura penale, all’Università di Roma Tor Vergata. Ha pubblicato per Cedam Autoincriminazione e diritto al silenzio. Le esperienze italiana, francese e inglese. Da un anno frequenta la Scuola Holden, College Scrivere. Con questo testo teatrale dedicato al processo Thyssenkrupp ha vinto il Premio Letteratura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli XXIII edizione.

 

Questa notte, la notte tra il 5 e 6 dicembre, saranno passati dieci anni dal rogo della Thyssen in cui morirono sette uomini. Durante la mia vita da giurista a Roma ho seguito l’ultima udienza di Cassazione del processo Thyssen. È durata più di otto ore. All’inizio l’aula era gremita, poi, poco a poco, se ne sono andati tutti. Io sono rimasta. Tornata a casa ho scritto l’ossatura di questo atto unico teatrale. Poi, nell’anno successivo ho studiato e letto tutte le sentenze passate e le relazioni dei periti tecnici. Quello che ne è uscito sono state le impressioni di quella prima sera, visive, olfattive, uditive, rese più amare e più consapevoli dalla conoscenza successiva. Non si può ascoltare, leggere, anche solo sfiorare, la vicenda della Thyssen senza restarne in qualche modo, per una parte di animo, invischiati.

 

Sotto gli archi del processo
L’ultimo atto del processo Thyssenkrupp

La scena è scura, l’attore inizia a parlare sul buio, è in un angolo del palco. Lentamente si accendono luci soffuse, illuminano una scenografia che riprende le forme dell’aula della Cassazione: Un tavolo molto lungo a ferro di cavallo, la scritta sul muro in fondo in caratteri di bronzo “la legge è uguale per tutti” cui mancano delle lettere, in alto appesi con delle mollette a un filo per stendere i panni gli ingrandimenti delle foto dei volti dei 7 operai morti.

Ultimo atto del processo Thyssenkrupp. Udienza di Cassazione.

Durante l’esposizione del Consigliere relatore, in aula sono presenti gli Avvocati e Professori, il Presidente e le Eccellenze della Corte, il procuratore generale, l’onda di fuoco alta 12 metri detta Flash fire, i corpi carbonizzati di sette operai.

Sgocciola sinistramente l’olio termico dalla relazione del Consigliere, sgocciola sulla scrivania a ferro di cavallo dell’aula magna della Corte di cassazione. Se scoppiasse una scintilla, una lingua di fuoco avvolgerebbe il tavolo e i faldoni del processo, coprendo i giudici e il cancelliere alla vista del pubblico.

(Le luci si fanno più calde, dal giallo al rosso, e tremolanti a simulare il fuoco)

Allarmati, gli avvocati, otto in tutto, seduti uno di fianco all’altro, dietro un lungo tavolo rettangolare, correrebbero a mettere mano agli estintori.

Estintori.

(Le luci tornano soffuse e immobili)

E se non ci fossero gli estintori?

Come farebbero a spegnere gli eccellentissimi giudici della corte?

Quelle lunghe toghe nere paiono piuttosto infiammabili, come pure le sedie di legno foderate di uno scolorito cuoio rosso, come pure il grande tavolo a U che occupa il fondo dell’aula.

Si consumerebbero i capelli bianchi dei consiglieri, polverizzandosi sul cranio come farina.

Brucerebbe la cornice di legno che troneggia sul muro dietro al presidente, cadrebbero in terra una a una le lettere di ottone contenute in essa: L A L E G G E È U G U A L E P E R T U T T I.

(Le lettere in scena cadono in terra una ad una)

Ma tutto questo non accade.

 

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(si accendono tutte le luci sul palco la scena diventa chiara, il tavolo con le toghe posate sulle sedie su cui dovrebbero esserci il presidente al centro, il procuratore a sinistra e il consigliere relatore a destra, le lettere cadute a terra)

L’aula è una solita aula di cassazione, prima che il Consigliere relatore inizi a parlare.

Il Procuratore Generale siede solitario al margine del tavolo a ferro di cavallo, con lo sguardo di grosso cane triste fisso nel vuoto e i baffoni spioventi. Non muterà mai, a nessun insulto degli Avvocati.

I Signori Avvocati e Professori si pavoneggiano disordinati come volatili, girati gli uni verso gli altri, troppo grassi per spiccare il volo, contenti di raccattare grano per terra, contenti della loro stazza che li tiene ben saldi al suolo. Li osservano i loro pulcini, seduti ansiosi in prima fila, i  giovani collaboratori, pronti a scattare a una richiesta, pronti a diventare come loro, con gli occhi avidi come volpi.

Entra la Corte, tutti in piedi. Gli avvocati si disciplinano, mettono su sguardi ipocriti da studenti del primo banco.

Il Presidente saluta, si scambiano frasi di circostanza, compiti, educati. Cerca con lo sguardo IL Professore in mezzo a tutti gli altri. Lo trova. Gli fa un cenno. Deliziami, gli dice il suo sguardo. Mi annoio, il mondo è basso e un po’ misero per uno arrivato a questi vertici, per uno arrivato alla mia età. Deliziami. Fammi riprovare quella scintilla.

Il Professore risponde allo sguardo e il Presidente è contento, perché il Professore ha gli occhi di fuoco.

La Giustizia ha sguardi miopi, nasi grossi e labbra leporine. La Giustizia ha zeta marcate come quelle di sua Eccellenza il Presidente ed erre mosce come quelle del Consigliere relatore.

L’aula, che è solo un’aula quando il Consigliere relatore inizia a parlare, poco a poco gela come lo stanzone umido e un po’ squallido di una fabbrica di Torino.

(Di nuovo si fa buio, si sente uno sgocciolio in scena)

 

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Il Consigliere racconta con parole di acciaio.

Va avanti per quasi due ore, nel corso delle quali è come se si consumasse. È come se i sette anni di processo cadessero su di lui e si depositassero. Alla fine non è più freddo, non è più asettico, la voce si incrina, si affievolisce, la fronte suda copiosamente, deve fermarsi e bere periodicamente, sembra se stesso invecchiato di decenni.

Parla del processo di lavorazione dei rulli di acciaio nella linea di ricottura e decapaggio APL5, spiega il funzionamento di quelle grosse macchine piombate in aula, racconta la disposizione degli operai, spiega cosa siano i “pulpiti”, i luoghi in cui stavano per controllare alcuni passaggi.

Dietro ogni passaggio, dietro ogni fase della lavorazione si annida la tragedia. Dove sarà? Come sarà? Quando accadrà? Chi può prevederlo?

(L’attore inizia a mimare i gesti di un operaio in una catena di montaggio sempre gli stessi ripetuti circolarmente)

Chi può sapere quando un gesto che ti viene tanto naturale, tanto automatico, a un certo punto, un certo giorno non lo compirai, ti dimenticherai di farlo? Chi può sapere quando uno di quei piccoli incendi che scoppiavano giornalmente e venivano presto spenti diventerà un’onda di fuoco alta 12 metri che ti inghiottirà?

(L’attore si ferma, guarda su come stesse osservando qualcosa di molto alto)

“Un‘orribile mano dalle dita di fuoco che non lasciavano scampo”, la descriverà di lì a poco un avvocato in vena di immagini poetiche.

(Pausa. L’attore piano torna a guardare il pubblico.)

Chi può prevederlo? Già. Il problema sta tutto lì.

Noi sappiamo che succederà, noi aspettiamo il fuoco dietro ogni parola del Consigliere relatore. Prima o poi scoppierà, bisogna solo capire quando.

E loro? Lo aspettavano loro? I sette operai armati di estintori che si avvicinano all’ennesimo incendio per spegnerlo.

Come l’ha definita il Consigliere relatore? Una nuvola d’olio. Una nube d’olio idraulico si sprigiona dai tubi, come spray gettato sul fuoco, lo gonfia. Dodici metri, misura quasi quanto sette uomini stesi uno dietro l’altro.

Le parole fredde asettiche del Consigliere e d’improvviso il fuoco.

Esplodono nell’aula quei sette uomini che cercano di domare le fiamme.

(Rumori di fiamme, grida e richiami soffusi in sottofondo, l’attore mima a gesti lenti una lotta contro il fuoco. Poi si ferma.)

 

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La cosa successe così: un tubo di alluminio, inserito nel solito nastro scorrevole, sulla APL5, sbanda, non è fissato bene. Qualcuno si è dimenticato di premere il pulsante per centrarlo oppure il meccanismo non ha funzionato. Urta contro le pareti, produce scintille. Un rotolo di carta oleata, che non doveva essere lì, prende fuoco, si stacca un pezzo incendiato e precipita al piano di sotto. Al piano di sotto, pozze di olio stagnante sgocciolato dai tubi che cadono a pezzi, si incendiano al contatto con la carta infuocata. Era da un po’ che si erano fatti tagli sulla pulizia dei locali. Gli operai nei pulpiti non se ne accorgono. Quando qualcuno se ne accorge c’è già un rispettabile incendio, gli operai accorrono, tutti quelli che possono aiutare aiutano. È un altro dei tanti incendi che spengono giornalmente. La pompa dell’acqua non funziona, non ha abbastanza pressione, lo si sapeva ma si è provato lo stesso. Le lampadine di emergenza sono bruciate o mancano. I telefoni di emergenza sono muti, inservibili. Questo piccolo incendio pare restio anche agli estintori, uno non si è proprio aperto, lo hanno sostituito subito. (Recitato velocemente e con ritmo)

E poi: flash fire, signore e signori. (Flash di luci, l’attore alza le mani, forzatamente allegro come un presentatore di varietà, musichetta gaia di sottofondo)

Lo chiamano così questo…»

 

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