giovedì 18 giugno

Niente contratto da 14 anni per 2.900 operatori sanitari bergamaschi: sarà sciopero

Lo hanno confermato i sindacati. Si tratta dei lavoratori della sanità privata

Niente contratto da 14 anni per 2.900 operatori sanitari bergamaschi: sarà sciopero
27 Maggio 2020 ore 18:04

Sono trascorsi 14 anni dall’ultimo rinnovo del contratto nazionale per i dipendenti della sanità privata: per questa ragione i sindacati Fp-Cgil, Cisl-Fp e Uil-Fpl hanno proclamato lo sciopero nazionale del settore giovedì 18 giugno. «Quelli passati senza rinnovo contrattuale sono stati lunghi anni in cui, però, cliniche e istituti hanno messo da parte guadagni considerevoli, come abbiamo rilevato pochi mesi fa in un’analisi dei bilanci di molte realtà del nostro territorio provinciale – sottolinea Roberto Rossi, segretario generale della Fp-Cgil di Bergamo -. Eppure per le nostre controparti Aiop e Aris sembra non valere nulla il sacrosanto diritto dei lavoratori di vedere rinnovato il proprio contratto. Non è ammissibile rimandare ancora una volta la firma, facendo riferimento tra l’altro alla delicatezza del periodo causa emergenza Covid-19. I lavoratori non si sono sottratti alle loro mansioni malgrado i rischi che hanno corso. Ora, le controparti non si sottraggano alla firma».

A Bergamo sono poco più di 2900 i lavoratori della sanità privata alle dipendenze delle Cliniche Gavazzeni, Habilita, Istituto Quarenghi, Clinica Castelli e dei Policlinici di Ponte San Pietro e di Zingonia, del Gruppo Palazzolo, di Nephrocare e Ferb. Intanto, sia il Ministro della Salute Roberto Speranza sia il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini, lunedì scorso (25 maggio) in un confronto con i rappresentanti di Aiop e Aris, hanno sottolineato che il tema del rinnovo del contratto non può più essere procrastinato, chiedendo alle parti di riprendere e concludere rapidamente le trattative e invitando le associazioni datoriali a rimuovere le pregiudiziali relative alla clausola di salvaguardia regionale.

«L’ultimo incontro risale allo scorso 19 febbraio – prosegue Rossi – Era già stata raggiunta l’intesa rispetto all’allineamento delle retribuzioni a quelle della sanità pubblica, ma il cambio di delegazione di parte datoriale ha rimesso in discussione un accordo che era praticamente definito, tranne che in alcuni aspetti politici. Le controparti datoriali hanno ribadito di volere una clausola compromissoria, che subordini l’applicazione del nuovo contratto al raggiungimento di un’intesa a livello regionale. Si tratta di una condizione che riteniamo inaccettabile dal momento che il tavolo contrattuale non va subordinato ai rapporti tra datori di lavoro e Regioni in tema di remunerazioni delle prestazioni».

I sindacati si dicono pronti a riprendere da subito le trattative, per arrivare nell’arco di poche ore alla sottoscrizione del Contratto nazionale. Il tutto a condizione però che si confermino la parificazione dei tabellari e le platee a cui si applica e che si dia uno strumento di maggiore tutela professionale ai lavoratori.

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