Grido d'allarme

«Il Coronavirus è l’Ebola dei ricchi»: la lettera di tredici medici del Papa Giovanni e il loro atto d’accusa

Pubblicata sul New England Journal of Medicine e tradotta e "diffusa" dal professore de La Sapienza Fabio Sabatini, è una missiva durissima, che attacca le inefficienze del nostro sistema sanitario

«Il Coronavirus è l’Ebola dei ricchi»: la lettera di tredici medici del Papa Giovanni e il loro atto d’accusa
24 Marzo 2020 ore 10:53

Che la situazione, al Papa Giovanni di Bergamo così come in tutti gli ospedali lombardia, sia allo stremo non è certo una novità, purtroppo. Il Coronavirus ha messo in ginocchio il sistema sanitario, costringendo medici, infermieri e operatori sanitari a raschiare il fondo del barile delle loro energie e delle loro competenze. Uno tsunami che ha travolto tutto e tutti quando al massimo ci si aspettava l’alta marea (come spiega alla perfezione un articolo de Il Post).

Il pronto soccorso del Papa Giovanni XXIII

Sicuramente il Coronavirus si sta dimostrando un nemico ben più ostico di quanto molti, anche esperti, potessero immaginare. Ma, allo stesso tempo, il nostro sistema sanitario s’è dimostrato impreparato. Non tanto nelle professionalità di chi ci lavora, quanto nelle sue ataviche inefficienze e nella sua capacità di gestire l’imprevisto, l’inatteso. È da questo punto, di fatto, che parte una lunga e dettagliata lettera che tredici medici del Papa Giovanni di Bergamo hanno scritto alla rivista scientifica New England Journal of Medicine e che il professore associato di Politica Economica presso il Dipartimento di Economia e Diritto della Sapienza di Roma Fabio Sabatini ha tradotto e pubblicato sui propri social (sui quali sta facendo, sin dall’esplosione della pandemia, un approfondito lavoro di analisi e spiegazione del virus e dei suoi effetti, potete seguirlo su Twitter o su Facebook).

Nella lettera, i medici del Papa Giovanni toccano diversi temi: dalla sottovalutazione del problema che c’è stata inizialmente (e che purtroppo ancora esiste in alcuni Paesi) alla reale pericolosità del virus, fino alle evidenza mancanze del nostro sistema sanitario, messe in luce dall’emergenza che stiamo vivendo. Proponiamo, di seguito, la traduzione della lettera del professor Sabatini, che definisce il testo un «grido d’allarme struggente e un atto d’accusa durissimo». I numeri riportati sono, ovviamente, fermi ad alcuni giorni fa, quando la missiva fu scritta.

Lavoriamo all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, una struttura all’avanguardia con 48 posti di terapia intensiva. Nonostante Bergamo sia una città relativamente piccola, è l’epicentro dell’epidemia con 4305 casi, più di Milano e di qualsiasi altro Comune nel Paese.

Il nostro ospedale è altamente contaminato e siamo già oltre il punto del collasso: 300 letti su 900 sono occupati da malati di Covid-19. Più del 70% dei posti in terapia intensiva sono riservati ai malati gravi di Covid-19 che abbiano una ragionevole speranza di sopravvivere.

La situazione è così grave che siamo costretti a operare ben al di sotto dei nostri standard di cura. I tempi di attesa per un posto in terapia intensiva durano ore. I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative. Le famiglie non possono avere alcun contatto coi malati terminali e sono avvisate del decesso dei loro cari per telefono, da medici benintenzionati ma esausti ed emotivamente distrutti.

Nelle zone circostanti la situazione è anche peggiore. Gli ospedali sono sovraffollati e prossimi al collasso, e mancano le medicazioni, i ventilatori meccanici, l’ossigeno e le mascherine e le tute protettive per il personale sanitario. I pazienti giacciono su materassi appoggiati sul pavimento. Il sistema sanitario fatica a fornire i servizi essenziali come l’ostetricia, mentre i cimiteri sono saturi e (l’accumulazione dei cadaveri, ndt) crea un ulteriore problema di salute pubblica.

Il personale sanitario è abbandonato a se stesso mentre tenta di mantenere gli ospedali in funzione. Fuori dagli ospedali, le comunità sono parimenti abbandonate, i programmi di vaccinazione sono sospesi e la situazione nelle prigioni sta diventando esplosiva a causa della mancanza di qualsiasi distanziamento sociale. Siamo in quarantena dal 10 marzo. Purtroppo il resto del mondo sembra non essersi accorto che a Bergamo l’epidemia è fuori controllo.

I sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti intorno al concetto di patient-centered care (un approccio per cui le decisioni cliniche sono guidate dai bisogni, dalle preferenze e dai valori del paziente, ndt). Ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un approccio community-centered care. Stiamo dolorosamente imparando che c’è bisogno di esperti di salute pubblica ed epidemie. A livello nazionale, regionale e di ogni singolo ospedale ancora non ci si è resi conto della necessità di coinvolgere nei processi decisionali chi abbia le competenze appropriate per contenere i comportamenti epidemiologicamente pericolosi.

Per esempio, stiamo imparando che gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del Covid-19, poiché si riempiono rapidamente di malati infetti che contagiano i pazienti non infetti. Lo stesso sistema sanitario regionale contribuisce alla diffusione del contagio, poiché le ambulanze e il personale sanitario diventano rapidamente dei vettori. I sanitari sono portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza. Alcuni rischiano di morire, compresi i più giovani, aumentando ulteriormente le difficoltà e lo stress di quelli in prima linea.

Questo disastro poteva essere evitato soltanto con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio. Per affrontare la pandemia servono soluzioni per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali.

Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Ossigenoterapia precoce, ossimetri da polso, e approvvigionamenti adeguati possono essere forniti a domicilio ai pazienti con sintomi leggeri o in convalescenza. Bisogna creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l’adeguato isolamento dei pazienti facendo affidamento sugli strumenti della telemedicina. Un tale approccio limiterebbe l’ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo così il contagio, proteggendo i pazienti e il personale sanitario e minimizzando il consumo di equipaggiamenti protettivi.

Negli ospedali si deve dare priorità alla protezione del personale medico. Non si possono fare compromessi sui protocolli; l’equipaggiamento deve essere disponibile. Le misure per prevenire il contagio devono essere implementate massicciamente, in tutti i luoghi compresi i veicoli. Abbiamo bisogno di strutture ospedaliere interamente dedicate al Covid-19 e separate dalle aree non contagiate.

Questa epidemia non è un fenomeno che riguarda soltanto la terapia intensiva, è una crisi umanitaria e di salute pubblica. Richiede l’intervento di scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica, psicologi e assistenti sociali. Abbiamo urgente bisogno di agenzie umanitarie che operino a livello locale.

L’Oms ha lanciato l’allarme sugli allarmanti livelli di inazione (dei Paesi occidentali, ndt). Sono necessarie misure coraggiose per rallentare l’infezione. Il lockdown è fondamentale: in Cina il distanziamento sociale ha ridotto la trasmissione del contagio di circa il 60%. Ma non appena le misure restrittive saranno rilassate per evitare di fermare l’economia, il contagio ricomincerà a diffondersi. Abbiamo bisogno di un piano di lungo periodo per contrastare la pandemia.

Il Coronavirus è l’Ebola dei ricchi e richiede uno sforzo coordinato e transnazionale. Non è particolarmente letale, ma è molto contagioso. Più la società è medicalizzata e centralizzata, più si diffonde il virus. La catastrofe che sta travolgendo la ricca Lombardia potrebbe verificarsi ovunque.

Gli autori della lettera: Mirco Nacoti, Andrea Ciocca, Angelo Giupponi, Pietro Brambillasca, Federico Lussana, Michele Pisano, Giuseppe Goisis, Daniele Bonacina, Francesco Fazzi, Richard Naspro, Luca Longhi, Maurizio Cereda, Carlo Montaguti.

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