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Il New York Times: l’Italia sia di lezione, chiudere tutto e subito (non come in Val Seriana…)

In un lungo e accurato articolo, il quotidiano americano dimostra come il nostro Paese abbia tardato a prendere decisioni immediate. Gli altri Stati dovrebbero non ripetere gli stessi errori

Il New York Times: l’Italia sia di lezione, chiudere tutto e subito (non come in Val Seriana…)
23 Marzo 2020 ore 18:16

di Matteo Rizzi

Il New York Times torna a puntare la lente di ingrandimento sul nostro Paese. Inevitabile, nel momento in cui anche negli Stati Uniti la lotta al Coronavirus è entrata nel vivo, come ormai nel resto del mondo, e in cui l’esperienza italiana diventa per forza di cose il punto di riferimento da cui partire per osservare l’efficacia delle strategie di contrasto del virus in un paese occidentale. E la differenza con la Cina è notevole: sappiamo tutti quanto la fede nella democrazia e nel liberismo abbiano reso ideologicamente difficile applicare le restrizioni e disastrose e imprevedibili le risposte dei mercati. Questo conflitto ideologico ha giocato un ruolo fondamentale nelle prime fasi dell’emergenza, coincise con una sorta di mezzo rifiuto iniziale da parte di molti di prendere sul serio l’emergenza (i tempi della «banale influenza» e dei «#nonfermiamoci»).

Questa premessa per dire che, con il senno di poi e a ecatombe in corso, è indubbiamente facile rimproverare a dirigenti e governanti di non aver fatto come in Cina. Noi stessi avevamo condiviso tutti gli appelli delle nostre istituzioni locali che invitavano la popolazione a non perdere le abitudini; la maggior parte di noi bergamaschi era tra coloro che accoglievano in qualche modo la “linea soft”, quella che parlava di maggiori precauzioni, di più igiene, di metro di distanza, ma lungi dal concepire un blocco totale. Era stato girato, del resto, a Bergamo il servizio di Open che faceva visita ad alcuni ristoratori e baristi della zona dell’Università ai tempi in cui una delle frasi più comuni era: «Alla fine conteremo i morti, e non saranno quelli di Coronavirus». A nostra discolpa siamo stati i primi, siamo stati l’epicentro, siamo stati travolti e abbiamo cercato di negare il pericolo, sperando chi nel caldo, chi nella banale influenza, chi nella capacità degli ospedali di reggere l’urto, chi nel buonsenso delle persone.

L’articolo, pubblicato sul NYT domenica 22 e poi rilanciato sul sito

E pure altrove il rischio di sottovalutare il pericolo, anche dopo aver visto le immagini di Codogno deserta prima, di Bergamo teatro della tetra sfilata di carri militari poi, si è concretizzato in dichiarazioni shock (molte delle quali dall’Inghilterra, dal medico che ci prendeva in giro parlando di volontà di fare una siesta al premier Johnson che farneticava sull’immunità di gregge), con una certa tendenza a cedere al vizio dell’opportunismo politico – da Orbàn che approfitta del panico e della distrazione internazionale per chiedere «pieni poteri permanenti» allo stesso Trump che temporeggia prima, dichiara emergenza nazionale poi e durante coglie la palla al balzo per accusare nuovamente la Cina di scarsa trasparenza. Spagna, Francia (un Paese in cui è notoriamente quasi impensabile prendere decisioni che interferiscano con la libertà, e sappiamo tutti il perché), Germania. Ovunque, nonostante la Cina, nonostante l’Italia, nonostante gli scienziati, nonostante gli appelli, si è arrivati tardi.

E l’articolo del New York Times ci ricorda cosa abbiamo combinato ai tempi della «banale influenza» e del «#Bergamononsiferma». Cose che con il senno di poi e con le immagini dei nostri morti che se ne vanno fanno un male tremendo. L’articolo ci ricorda l’aperitivo di Zingaretti; ci ricorda il Conte delle velate accuse all’ospedale di Codogno che avrebbe gestito l’inizio del contagio «in modo non del tutto proprio»; ci ricorda il Di Maio del «virus dei media, ben più pericoloso del Coronavirus». E, da questi spunti citati direttamente, ne arrivano tanti altri: vi ricordate della bagarre per la disputa o meno di Inter-Juve? O di quando ci lamentavamo perché non sapevamo se saremmo potuti volare a Valencia?

Tutte cose che sono successe perché le misure restrittive non sono state applicate subito, e perché, una volta applicate, non sono state rispettate se non quando farlo non costava nulla. Visto dalla prospettiva di oggi, dopo due settimane di clausura, dopo due settimane di angoscia a ogni intervento di Borrelli; dopo tre interventi di Conte che hanno alla fine portato alla chiusura di qualunque cosa non sia indispensabile al funzionamento del sistema Paese (o almeno così dovrebbe essere, anche se poi…), fa ancora più rabbia. Che errore stupido, che indulgenza ingiustificata. Anche perché abbiamo sperimentato sulla nostra pelle che il rapporto tra crescita esponenziale dei contagi e giorni di attesa per l’attuazione delle misure si calcola in vite umane. E abbiamo letteralmente perso il conto.

Nessuno dovrebbe permettersi di dire «lo avevamo detto, dovevate darci retta». Non è il momento. Ma c’è un errore, uno in particolare, che è stato per noi bergamaschi più fatale di altri: la Val Seriana doveva essere dichiarata zona rossa subito, appena il trend dei contagi aveva raggiunto i livelli delle altre zone rosse. Qualcuno dovrà rendere conto della scelta di temporeggiare nonostante l’evidenza dei dati. E il mondo dovrebbe ricordarsi di quello che è successo, osservando la nostra esperienza e rendendosi conto che questa nostra tragedia ha un inizio preciso, una ragione che va al di là del senno di poi. Quel momento in cui tutti i governanti locali, di qualunque colore, chiedevano a gran voce provvedimenti, misure di contenimento, ricevendo in risposta silenzio e attesa. Bergamo ha iniziato a morire in quel momento, quando non si sa per quale ragione si è deciso di rimandare l’intervento sulla Val Seriana.

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