Tra esercito e morti

Perché la zona rossa a Fondi e non in Val Seriana? Una cicatrice che nessuno potrà mai cancellare

Ora i sindaci del territorio lo gridano a gran voce: i decessi sono molti di più di quelli dichiarati. E dopo che nel Lazio hanno "chiuso" un Comune per 47 casi, torna forte una domanda...

Perché la zona rossa a Fondi e non in Val Seriana? Una cicatrice che nessuno potrà mai cancellare
23 Marzo 2020 ore 10:45

di Andrea Rossetti

Quando ci si abitua al dolore, allo strazio, significa che la ferita ha raggiunto profondità inaudite e intime. A Bergamo, nei bergamaschi, resterà una cicatrice dopo queste settimane che niente e nessuno potrà mai cancellare. L’Esercito è tornato: prima per portare via altre bare, poi nelle strade. Intanto, gli ospedali continuano a essere in emergenza e i morti continuano ad accumularsi, perdendo anche l’onore di un dignitoso addio.

Altro che mille morti. «Il dato ufficiale non è rappresentativo»: lo ha detto il sindaco Giorgio Gori, per l’ennesima volta negli ultimi giorni. Le circa mille vittime del Coronavirus di cui parlano i numeri di Regione e Protezione civile cozzano con una realtà che è molto, troppo più dolorosa ed evidente. Limitandoci a necrologi e annunci di lutto, sul PrimaBergamo in edicola (e in edizione digitale QUI) in dieci giorni abbiamo contato 1.200 decessi (non tutti di Coronavirus, ma la differenza rispetto al passato resta abnorme). Il Corriere Bergamo ha invece fatto un calcolo più certosino: nelle ultime due settimane, in tredici Comuni dalla Bassa alle valli ci sono stati 480 morti contro i 107 dello stesso periodo del 2019, mentre quelli ufficialmente attribuiti al virus sono solo 91. Più precisamente: a San Giovanni Bianco ci sono stati 30 morti (2 l’anno scorso, 6 nei dati regionali), a Scanzo 36 (6 lo scorso anno, 5 nelle statistiche Covid), a San Pellegrino 23 (2 nel 2019 e 2 nei dati regionali). Il succo? Altro che mille e passa vittime, qui è un’ecatombe.

Le domande. Dopo che tutti i sindaci bergamaschi hanno chiesto, a gran voce, che Regione e Governo si decidessero finalmente a prendere provvedimenti più seri, più duri, più rigidi, qualcosa è stato finalmente fatto nel fine settimana, con un provvedimento del governatore Fontana e un nuovo decreto che dovrebbe (condizionale d’obbligo) chiudere tutto del Governo. Come ha giustamente sottolineato Val Seriana News, però, al di là della speranza che arrivi, finalmente, una svolta, restano sul “campo di battaglia”, al fianco delle vittime, anche tante domande. Una, su tutte: perché non fu istituita la zona rossa nella Bassa Val Seriana due settimane fa, quando i numeri erano già eloquenti e fotografavano una tragedia in divenire?

Il coraggio di metterci la faccia. Il 20 marzo la Regione Lazio ha “chiuso” il Comune di Fondi, quarantamila anime circa nei pressi di Latina. Preoccupano, legittimamente, i circa 50 contagi riscontrati. E si vuole evitare che l’epidemia arrivi a Roma. Il 9 marzo, sottolinea Val Seriana News, tra Albino, Nembro e Alzano (popolazione complessiva: 43 mila abitanti, come Fondi dunque) i casi di Coronavirus ufficiali erano 189. Quasi quattro volte quelli del Comune laziale messo in zona rossa senza troppe discussioni, senza rimpalli di responsabilità, senza stucchevoli annunci caduti nel vuoto. È vero, in Val Seriana ci sono aziende che rappresentano una grande fetta del Pil lombardo, che a sua volta rappresenta il 22 per cento del Pil italiano. Ma davanti a tutto questo, davanti alla cancellazione di una generazione, davanti all’erosione di un patrimonio umano inestimabile, davanti alla tragedia immane, davvero si può far prevalere la calcolatrice sul cuore? Se così fosse, abbiano almeno il coraggio di dirlo, che qualcuno ci metta la faccia. Perché qua c’è chi ci sta (ri)mettendo la vita.

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