Una foto tragica

Forse ora qualcuno si è accorto di cosa sta passando Bergamo (che però è incazzata nera)

Quell'immagine dei mezzi dell'Esercito in fila lungo Borgo Palazzo carichi dei nostri morti aprirà gli occhi a qualcuno. Ma non raccontateci che andrà tutto bene. Non adesso, almeno

Bergamo, 19 Marzo 2020 ore 10:47

di Andrea Rossetti

Tra la sofferenza e il dolore, c’è un sentimento pericoloso che si sta facendo largo a Bergamo: la rabbia. Pericoloso, ma comprensibile. Perché siamo arrivati a questo: una colonna di mezzi dell’Esercito carichi di bare che portano i nostri morti in altre città per cremarli. È un’immagine straziante quella che sta facendo il giro delle televisioni, dei giornali, dei siti e dei social in queste ore. È un’immagine che racconta il dramma di Bergamo, un dramma vissuto in silenzio nella speranza che qualcuno, prima o poi, se ne accorgesse. Invece niente. Qui si contavano i morti, si creavano posti in terapia intensiva laddove solo l’immaginazione poteva arrivare; da altre parti si cantava e si sentivano le notizie senza ascoltarle.

La rabbia è comprensibile. Perché serviva la zona rossa ad Alzano e Nembro. E poco importa, francamente, se gli amministratori locali, al riguardo, si siano contraddetti più volti: non dovevano essere loro a decidere. Chi doveva farlo davvero, però, non lo ha fatto. La rabbia è comprensibile perché ogni sera ci danno numeri e statistiche che paiono arrivare da Marte. Li riportiamo anche noi, ovvio, sono gli unici ufficiali che esistano. Ma “ufficialità” e “realtà” sono due cose ben diverse. Gli ospedali sono pieni, la gente viene mandata indietro senza che gli venga fatto alcun tampone e, talvolta, finisce per morire nel letto di casa. Sola, proprio come sarebbe accaduto in un letto d’ospedale, ma senza neppure la dignità di veder dichiarato pubblicamente il proprio assassino. A quei numeri, dunque, la gente non crede più. Sta chiusa in casa, ha paura, piange i propri morti e si incazza.

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La rabbia è comprensibile perché ci siamo ridotti a elemosinare aiuti dalla Cina (che sta lanciando una silente Opa sulla parte più ricca del nostro Paese, ricordiamocelo tra qualche mese…) dato che da altre parti, dove si appendono tricolori e si canta l’inno dal balcone, pare abbiano altro a cui pensare. E se così non fosse, be’, diciamo che stanno miseramente fallendo l’obiettivo di dimostrare ciò che invece starebbero facendo. Anzi, sono pure riusciti a bloccare (speriamo temporaneamente) l’ospedale da campo degli Alpini alla Fiera. Un capolavoro. Anche la polemica sui tamponi a tappeto, in Bergamasca, è ormai superata. Si pensa solo a salvare quanta più gente possibile, non a come isolare il virus. Il virus è ormai scappato da un buco nella rete, un buco che era lì e nessuno ha visto o voluto vedere.

Forse, finalmente, quell’immagine dei mezzi dell’Esercito in fila lungo Borgo Palazzo carichi dei nostri morti aprirà gli occhi a qualcuno. Ma non raccontate a Bergamo che andrà tutto bene. Non adesso, almeno. C’è un tempo per ogni cosa, anche per le parole. E Bergamo, adesso, è semplicemente triste e incazzata. La speranza è che al di fuori dei confini orobici se ne rendano conto e rimedino, per quanto possibile, alle inefficienze e alle mancanze di queste settimane. Altrimenti, quando tutto questo sarà finito, non ci saranno solo morti da ricordare e lacrime da asciugare, ma si dovranno fare i conti con una terra che si è sentita abbandonata nel suo momento di maggior bisogno.

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