Cronaca
Il gelo tra Usa e Israele

Perché Obama e Netanyahu non se le mandano a dire

Perché Obama e Netanyahu non se le mandano a dire
Cronaca 24 Marzo 2015 ore 11:26

La grande confusione tra Stati Uniti ed Israele, alimentata dalla vittoria elettorale del Linkud di Benjamin Netanyahu, sembra destinata a durare ancora a lungo. Nel pomeriggio di mercoledì 18 marzo le prime dichiarazioni ufficiali fatte trapelare da Washington sul voto israeliano erano state quelle del Capo Ufficio Stampa della Casa Bianca Josh Earnest, che testimoniavano come l’amministrazione Obama fosse «molto preoccupata» dalla situazione. Al contrario del segretario di Stato John Kerry, che si era subito prodigato per i convenevoli di rito, il presidente americano ha atteso due giorni per telefonare al “collega” israeliano e congratularsi per il successo alle urne, segno che le stoccate ricevute il 3 marzo durante il discorso di Netanyahu al Congresso americano non sono state ancora digerite.

Le paure di Obama. Obama è rimasto sconcertato dalle dichiarazioni di Bibi prima e dopo il voto. Anzitutto il video postato su Facebook nei giorni delle votazioni che mostrava un Netanyahu preoccupato dall’affluenza degli arabi alle urne («Fate attenzione, mi giunge notizia che gli arabi stanno votando in massa»), ed in seguito la posizione presa contro la nascita di uno Stato Palestinese, ribadita dopo la certezza della vittoria del suo partito. Lo stesso Capo di Stato d’Israele Reuven Rivlin, che nei prossimi giorni incaricherà Netanyahu di formare un nuovo Governo, durante l’apertura delle consultazioni con i dirigenti dei partiti, ha voluto abbassare i toni della disputa: «Abbiamo avuto una campagna elettorale agitata, piena di emotività. Ora è il momento di ricucire e di medicare la società israeliana. Il nuovo governo dovrà fare riferimento agli ebrei come agli arabi, alla destra come alla sinistra, al centro e alle periferie».

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La questione dei due Stati. Nella giornata di sabato Barack Obama ha rilasciato un’intervista all’Huffington Post dalla quale sono emersi alcuni elementi in merito ai rapporti con Israele e con Netanyahu. Parlando della telefonata di congratulazioni con il leader del Linkud, il presidente Usa ha ricordato come gli Stati Uniti ritengano la soluzione dei due Stati come «l’unica soluzione possibile per la difesa d’Israele», considerando lo status quo attuale assolutamente insostenibile. Il Comunicato Stampa della Casa Bianca relativo alla discussione telefonica parla di «un impegno Usa di lunga data per la soluzione dei due Stati, che si traduce in un Israele sicuro accanto ad una Palestina sovrana». Obama ha riconosciuto che, nonostante le divergenze politiche, la cooperazione militare e d’intelligence tra Stati Uniti ed Israele dovrà continuare per mantenere la sicurezza dell’area. Sul veto posto da Netanyahu alla soluzione dei due Stati, il presidente democratico ha detto che gli Stati Uniti saranno pronti a vagliare nuovi scenari, ma sembra non abbia preso in considerazione le parole di Bibi di giovedì scorso: Netanyahu aveva fatto un parziale dietrofront, dicendo la sua disponibilità ai due Stati, a patto che «le circostanze cambino».

Il rapporto con gli arabi. Nell’intervista Obama ha affrontato anche la questione legata alle relazioni con gli arabi all’interno del governo israeliano, commentando l’uscita di Netanyahu durante le elezioni: «Quel tipo di retorica era contraria a quanto di meglio c’è nelle tradizioni israeliane. La democrazia israeliana si basa sulla premessa che tutti nel Paese devono essere trattati equamente e giustamente. Se dovesse andare perduto, credo che inizierà a minare anche il senso di democrazia del Paese». Nelle prime consultazioni al Parlamento, un rappresentante del Linkud ha parlato di malinteso legato alle dichiarazioni di Bibi, ma il leader della Lista Araba Unita Ayman Odeh ha evidenziato come con Netanyahu la soluzione dei due Stati sia impraticabile, in quanto già la sua persona «rappresenta un pericolo per la democrazia».

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«Tanti settori in cui lavorare assieme». Gli scenari destinati ad aprirsi ora in Medio Oriente sono parecchi, all’interno di quella che Netanyahu ha definito «una sfida comune». Il mutamento di posizione del Linkud sui due Stati è vincolato esclusivamente alla fine dei rapporti tra il governo di Mahmoud Abbas, Capo di Stato palestinese, e gli estremisti islamici di Hamas. Dall’altra parte Obama è rimasto scottato dall’accusa dell’accordo sul nucleare iraniano, fatta da Bibi davanti al Congresso, e medita di rinunciare al veto in favore di Israele al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove ha sempre bloccato le richieste palestinesi. Le dichiarazioni di Netanyahu di una collaborazione fruttuosa con gli Stati Uniti al momento appaiono pura retorica volta ad un aumento di consensi intorno a sé. L’obiettivo d’Israele sembra essere quello di arrivare alle prossime elezioni americane senza clamorosi cambiamenti di linea politica, così da poter trattare con un nuovo presidente. Ora occorrerà aspettare le decisioni definitive di Obama, anche se non sembra che si proverà ad appoggiare una nuova possibile trattativa tra Bibi e la Palestina, visto il fallimentare tentativo di negoziati portato avanti da Kerry tra il 2013 e il 2014.

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