Cronaca
La psicanalista

Il senso di colpa di tanti anziani sopravvissuti al Covid: «Dovevo morire prima io»

La dottoressa Iamundo de Cumis spiega le difficoltà psicologiche che si trovano ad affrontare molti anziani dopo la scomparsa del loro coniuge a causa del virus

Il senso di colpa di tanti anziani sopravvissuti al Covid: «Dovevo morire prima io»
Cronaca 20 Aprile 2020 ore 12:18

«Il Coronavirus prima ha destabilizzato la nostra vita poi ha provocato drammi e lutti. Ho parlato - racconta la dottoressa Alessandra Iamundo De Cumis, psicoanalista - con numerose persone che sono state particolarmente provate da questa pandemia e nelle loro parole ci sono delle costanti che accomunano tutti, soprattutto quanti hanno subito un lutto».

Che cosa è emerso, dottoressa?

«Innanzitutto mi preme dire che arriva al cuore, sorprende e commuove la dignità, il garbo e la compostezza dei bergamaschi nell'esprimere il proprio dolore. Pur trovandosi nell'occhio del ciclone di una tragedia mondiale, non si sono comportati da vittime, ma facendo leva sulle emozioni più autentiche è stato naturale per loro reagire con forza».

Cominciamo dall'inizio, quando in pochi giorni si è passati dal “tutto aperto” al “tutto chiuso” con l’obbligo di stare in casa. Come ha reagito la gente?

«Il primo periodo è stato caratterizzato da uno stato d’allerta, ansia e forte destabilizzazione. Le persone erano protese a comprendere cosa stesse succedendo, in preda a una caccia spasmodica di dati reperiti attraverso i media per tracciare la “fisionomia” del virus, cercavano così di mettere insieme informazioni parziali e discordanti. Nel contempo si facevano grandi scorte di cibo e di medicinali».

A seguire?

«Un periodo con canti e inni, soprattutto l’inno di Mameli, che è scemato in breve tempo. Questo comportamento aveva duplice valenza: da un lato esorcizzare il pericolo, e dall’altro rafforzare l’identità di gruppo della nostra Italia. Attraverso questo coinvolgimento era come voler creare, con una sorta di canto di guerra, una barriera emotiva alla paura e all'isolamento».

Adesso?

«Ci troviamo in un momento caratterizzato da note depressive alternate a “grida” appena accennate di speranza, siamo molto provati fisicamente e mentalmente ci stiamo arrendendo gradualmente all'idea che questa situazione farà parte della nostra vita ancora per diverso tempo. Tuttavia c’è da rilevare che una buona quota di persone sostiene di aver riadattato la propria quotidianità in modo soddisfacente riuscendo ad apprezzare cose semplici».

Questo immagino riguardi chi non ha avuto lutti, ma come è la situazione per chi soffre per la perdita di una persona cara?

«A prescindere dall'età, dall'appartenenza di genere, dalla professione o che abitino a Bergamo o in provincia il grado di sofferenza è il medesimo. Un dolore sordo che descrivono come inumano e straziante, viscerale e dilaniante. Troppo grande per poter essere retto. Molte di queste persone sono anziane e ora vivono da sole dopo matrimoni, di quelli di una volta, di 30 o anche 50 anni. Unioni dove i coniugi si erano conosciuti da adolescenti: le classiche famiglie tradizionali. Il vedovo o la vedova ora, si trovano soli in casa circondati dal peso degli oggetti del congiunto. Oggetti comuni che diventano ricordi e che soltanto a volte, con un atto di forza, riescono a togliere dalla vista e a riporre. Alcuni sono adirati con il coniuge perché è morto per primo, altri subiscono i sensi di colpa per essere ancora in vita. Queste persone, inoltre, a causa della normativa che non permette spostamenti, sono costrette anche a fare i conti con un dolore totalizzante nella più completa solitudine. Sono persone della vecchia generazione temprate dalle vicissitudini ed è toccante sentire come molti trovino la forza per continuare a seguire delle regole come prepararsi i pasti o tenere in ordine la casa. Un atteggiamento tenuto sia per se stessi sia per essere autonomi e non gravare sui figli».

Quali disagi devono affrontare le persone già provate dal lutto?

«I parenti si pongono domande che prendono la forma di pensieri ossessivi. Già quando un membro della famiglia è malato gravemente ed emerge il problema di un eventuale ricovero, sorgono i primi angoscianti interrogativi: “Se lo ricovero devo mettere in conto che potrei non rivederlo mai più negandogli così la possibilità di andarsene circondato dai suoi affetti. Gli farei un torto che subirei come una condanna a vita. Se, al contrario, lo tengo a casa e, privandolo delle cure dell’ospedale dovesse morire, ne sarei la causa”. Sono domande che pur essendo una il contrario dell’altra hanno la stessa matrice: un’autoaccusa e comportano una responsabilità troppo grande e troppo crudele per essere tollerata da una sola persona. Quando invece questa decisione viene presa di comune accordo in famiglia il peso emotivo viene parzialmente stemperato».

Fin qui il “prima” ma cosa accade con l’annuncio della morte del congiunto?

«Chi non vede tornare il proprio caro dall'ospedale ha difficoltà a realizzare quanto accaduto. Tutte, e ribadisco tutte, le consuetudini e i cerimoniali legati al lutto sono stati cancellati dai provvedimenti emergenziali lasciando spazio a un immenso vuoto: non c’è camera ardente, non c’è veglia funebre e non c’è nemmeno il funerale. E in alcuni casi, solamente in un secondo momento, si viene a sapere in quale città avverrà la cremazione. E, molto importante, non ci sono l’affetto, gli abbracci e il sostegno dei parenti e degli amici. L’assenza di questi passaggi e soprattutto quella del funerale lascia un buco; uno scarto temporale impossibile da colmare. Questa mancanza non permette di collocare nella mente quanto si è verificato e l’assenza del funerale rende l’evento ancora più irreale. Sono infatti negati i passaggi essenziali e determinanti affinché ci sia una elaborazione del lutto. I familiari si sentono defraudati della dignità e hanno la percezione che il defunto sia stato spogliato di riconoscimento e valore».

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