I funerali

Il video del commovente addio della Bolivia a monsignor Eugenio Scarpellini

La Conferenza episcopale Boliviana ha trasmesso, sui propri canali social, le esequie del vescovo bergamasco, portato via dalla pandemia poco tempo fa

21 Luglio 2020 ore 10:10

Si sono celebrati ieri, lunedì 20 luglio, in Bolivia, i funerali di monsignor Eugenio Scarpellini, il vescovo di El Alto originario di Verdellino e mancato mercoledì della scorsa settimana. Conosciutissimo e molto amato in America Latina, le esequie del prelato verdellinese sono state trasmesse in diretta su Facebook alle 17 (ora italiana, le 11 in Bolivia). La cerimonia si è tenuta nella cattedrale de Collpani ed è stata trasmessa in diretta dal canale Virgen del Copacabana e dai canali social della Conferenza episcopale Boliviana.

Monsignor Eugenio Scarpellini: chi era. Mons. Scarpellini era originario di Verdellino ma da tantissimi anni viveva in Bolivia, dove aveva trovato la sua seconda casa. Si è spento mercoledì della scorsa settimana proprio in America Latina. Era risultato positivo al Covid-19. Nato a Verdellino l’8 gennaio del 1954 da una famiglia ancora oggi molto stimata in paese, dimostrò fin da piccolo una grande passione per lo sport, per il rugby in particolare, che non fu però mai tanto grande come quella per il Signore. Monsignor Scarpellini, o meglio padre Eugenio come preferiva farsi chiamare tralasciando le formalità, a 13 anni entrò in seminario e fu ordinato sacerdote il 17 giugno del 1978.

Dopo qualche esperienza nei piccoli paesi della Bassa e a Nembro, che fino all’ultimo ha ricordato con affetto, nel 1988 arrivò in Bolivia e si innamorò di quel Paese così duro e così bello, incastonato tra le montagne, dove la gente aveva un gran bisogno di lui. Dopo anni passati a fare il parroco a La Paz, nei quartieri più “problematici” della capitale boliviana, padre Eugenio nel 2010 fu nominato vescovo ausiliario della diocesi di El Alto e nel 2013 papa Francesco gli diede la nomina di vescovo titolare. Ma lui, che amava il contatto con le persone più che le cariche istituzionali, si è sempre fatto chiamare padre Eugenio.

I disordini in Bolivia e il dialogo promosso da Scarpellini. Nonostante la sua umiltà lo portasse a non parlarne spesso, mons. Scarpellini è estremamente amato in tutta la Bolivia per il ruolo fondamentale che ha avuto nella pacificazione del Paese. In seguito alle elezioni politiche del 2019, alle tensioni per i presunti brogli elettorali e alle dimissioni del presidente Evo Morales, il Paese era infatti stato travolto da una lunga serie di atti di violenza. E proprio sotto l’impulso di padre Eugenio la Chiesa cattolica riunì a un tavolo tutte le forze politiche per evitare ulteriori spargimenti di sangue. La preoccupazione essenziale di padre Eugenio era la vita delle persone e coloro che lo hanno accompagnato nella ricerca della pace sottolineano la sua leadership nel dialogo: «Da quella prima ora l’ho accompagnato e ho assistito alla sua instancabile capacità di facilitare il dialogo, anche quando le avversità sembravano travolgenti, ma il fallimento non è mai stato un’opzione – ha affermato in un’intervista a un quotidiano boliviano León de la Torre, ambasciatore dell’Unione Europea -. In quei momenti drammatici in cui tutto poteva accadere, ci siamo avvicinati molto, tanto che scherzavamo sul fatto che fossi il suo “chierichetto”». Secondo De La Torre era sempre chiaro a tutti i mediatori che la «leadership morale» del tavolo per la pace appartenesse a Scarpellini. «Ha goduto del rispetto e della fiducia di tutte le parti in conflitto e la sua giusta mediazione e attenzione al bene comune gli hanno permesso di ottenere l’autorità necessaria al momento», ha detto.

Padre Eugenio con Papa Francesco

L’ultima intervista al Giornale di Treviglio. Un periodo sicuramente impegnativo e denso di preoccupazioni per il vescovo che però, alla fine, è riuscito nel suo intento: pacificare il Paese e porre fine all’ondata di sangue e violenza che stava devastando la Bolivia, riportandola alla tranquillità e alla democrazia. Un periodo di pace che però per padre Eugenio non è durato molto: con l’arrivo della pandemia da coronavirus in Italia, e in particolare a Nembro, la “sua” parrocchia, le preoccupazioni del vescovo non hanno fatto che aumentare. «Ho fatto il curato a Nembro per cinque anni prima di partire per la Bolivia – aveva raccontato lui stesso ai colleghi del Giornale di Treviglio a marzo, per telefono -. E ormai quando mi scrivono gli amici sono sempre brutte notizie. Io sono lontano, non posso fare molto a parte parlare con le famiglie dei malati e dei defunti, anche se da lontano. Sto moltissimo tempo al telefono per cercare di incoraggiare i miei ex parrocchiani e confortarli nel lutto. Qualcuno mi ha detto: “Eugenio, vivo come in un film del terrore, hanno chiuso mio padre in una borsa di plastica e non l’ho più visto”. Il dramma di tante famiglie ora è quello di non poter vivere normalmente il lutto. Tanti me lo dicono, tanti me lo fanno sentire. Io faccio quello che posso, nel mio piccolo, sia per le persone qui in Bolivia che per quelle in Italia».

Il lutto per don Fausto, compagno di messa. Ci sono stati periodi decisamente difficili per padre Eugenio, che non riusciva a nascondere la commozione nella voce nel parlare della perdita del suo compagno di messa, don Fausto Resmini, o di Ivana Valoti, l’ostetrica di Alzano morta per il Covid dopo aver assistito la madre colpita dalla stessa malattia che da ragazza frequentava il centro giovanile di padre Eugenio. «Nonostante questo brutto periodo, mi è di grande conforto la solidarietà che si sta muovendo. Oltre a medici, infermieri, personale degli ospedali e forze dell’ordine, ci sono migliaia di volontari, gente che non ha paura di mettere a rischio la propria vita per aiutare gli altri. Anche qui in Bolivia c’è molta solidarietà nei confronti della nostra terra: la comunità boliviana a Bergamo conta circa 17mila persone e da quasi 60 anni ci sono tanti bergamaschi qui in Bolivia. Tantissima gente chiama e scrive per dare un aiuto, un supporto, o anche solo un messaggio di conforto. E questo è molto importante».

Le sue preoccupazioni però non riguardavano solo la Bergamasca, ma anche il suo Paese adottivo, la Bolivia: «In tutta la Bolivia ci sono solamente 220 posti di terapia intensiva, di cui un 90 per cento già occupati da situazioni di emergenza non legate al virus – raccontava a marzo -. Quello che preoccupa è la cultura della gente di campagna: le persone pensano che qui il virus non possa arrivare e continuano la vita normale, nonostante sia scattata le quarantena. Qui a El Alto siamo più di un milione di abitanti, ma circa l’80 per cento della popolazione vive alla giornata, con un lavoro informale. Se non lavorano, non vivono. Per queste persone non uscire di casa significa non mangiare». E per questo padre Eugenio aveva sospeso le messe, trasmettendole quotidianamente in diretta Facebook dalla sua pagina personale per tutti i suoi fedeli. Messaggi di cordoglio sono arrivati da tutti coloro che lo hanno conosciuto e che, anche dopo 32 anni di lontananza, non hanno mai potuto dimenticarlo. «Era un principe della Chiesa nel senso più nobile e meno pomposo del termine – ha scritto l’avvocato Gonzalo Mendieta Romero, suo amico fraterno -. Che sia morto per la pandemia che ha sferzato la sua diocesi è simbolo che la sua consegna era soggetta all’accordo che aveva con Dio, a cui faceva sempre riferimento tra sorrisi. Per aver curato questo accordo se n’è andato».

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