Lockdown infinito

«Il virus è ancora in giro e allora io sto a casa»: quelli che dopo il Covid non sono più usciti

Sono parecchi i bergamaschi che per timore di essere contagiati hanno scelto di prolungare la quarantena. Passeggiatina all'alba, una piccola spesa e poi di nuovo clausura

«Il virus è ancora in giro e allora io sto a casa»: quelli che dopo il Covid non sono più usciti
24 Luglio 2020 ore 16:37

di Angela Clerici

Per Ezio Bianchi il lockdown non è mai finito: dopo il 4 di maggio ha proseguito per la sua strada. Claustrale. Ha 65 anni e abita a Seriate, sebbene sia nato e cresciuto a Bergamo. Dice: «Non esco di casa quasi mai, per me la quarantena non è ancora finita perché il virus è ancora in giro. Guardo ogni giorno i bollettini e scopro che ogni giorno in Lombardia abbiamo un certo numero di nuovi contagi. Ieri, nella regione, abbiamo avuto trentaquattro nuovi casi e un morto. No, non mi fido». Ezio parla al telefono, in casa sta con la moglie, non riceve nessuno, soltanto i figli, che non abitano più con loro. «Ma chiedo ai miei figli di mettere la mascherina e disinfettarsi bene le mani. Non sono più giovane e ho avuto alcuni amici morti per questo maledetto coronavirus».

Ezio, per la verità, non è del tutto segregato in casa, sia lui sia sua moglie escono nelle ore in cui sui marciapiedi si incontrano poche persone. Spiega: «Esco intorno alle sette della mattina, rientro verso le otto, usciamo a turno io o mia moglie, facciamo una camminata, compriamo qualcosa che ci serve, ma la spesa vera la facciamo arrivare a domicilio. Leggo in Internet quello che viene scritto, ascolto. Qualcuno dice che il virus è come “morto”, ma i numeri contraddicono questa affermazione. Forse quello che è successo mi ha traumatizzato, ma conosco diverse altre persone come me, ci sono alcuni amici che pure non escono se non in certi orari e con molta attenzione. È che poi ci si abitua a un certo tipo di vita. Io prima ero uno che usciva molto. Sono in pensione da due anni, con mia moglie andavamo spesso a camminare in montagna. Ma la quarantena mi ha fatto scoprire il valore dello stare a casa. C’è sempre qualcosa da fare. Poi ascolto musica, finalmente sto dedicando tanto tanto tempo a questo hobby. Ascolto sonate e concerti di Beethoven o di Debussy o di Schubert che mi ripromettevo da anni di ascoltare… e lo stesso per la musica lirica, ci sono autori che volevo conoscere, come Umberto Giordano, per esempio, o Antonio Salieri o Pietro Antonio Locatelli. A volere restare a casa, ci sono tante di quelle cose da scoprire o da conoscere che una vita non basta».

La voce, al telefono, non sembra depressa, come se questa vita domestica fosse comunque accettabile. Ma l’incontro con le persone? I viaggi? «Per ora non mi mancano – dice Ezio. – Mi trovo bene qui. L’idea di avvicinarmi troppo alle persone, di trovarmi magari in un assembramento, mi preoccupano molto. È come se andassi a cercarmi il virus. Un mio amico lo ha preso a marzo, è morto in aprile, in ospedale, non ha visto più nessuno, nessuno ha potuto salutarlo. Adesso hanno portato alla famiglia la cassetta con le ceneri. È terribile quello che è successo, noi non ci rendiamo conto. Sembra che sia già in atto una rimozione, un fare finta che non sia successo, come se la vita possa riprendere normalmente. Mi dicono che il virus adesso è in coma, inoffensivo e che invece ci sarà da preoccuparsi in autunno. Va bene, se in autunno diventerà di nuovo aggressivo io prolungherò il mio lockdown». (…)

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