L'arte che fa la morale

La Carmen con il finale al contrario (che a lei non sarebbe piaciuto)

La Carmen con il finale al contrario (che a lei non sarebbe piaciuto)
09 Gennaio 2018 ore 09:40
Foto: Carmen di Bizet al Maggio Fiorentino

 

Applausi per cast, orchestra e coro, fischi per tutto il resto. Così è stata salutata la Carmen di Bizet, al suo debutto per il Maggio Musicale Fiorentino con la regia di Leo Muscato. «Tutto il resto» è l’ambientazione in un accampamento rom degli Anni Ottanta e, soprattutto, il finale ribaltato: non è la bella sigaraia a morire per mano dell’ex amante abbandonato don José, ma proprio il geloso innamorato. Il motivo? Un atto contro il femminicidio e dunque in onore delle donne. Il pubblico della lirica, si sa, è per sua natura conservatore. Non amerebbe l’opera, se non fosse affezionato anche ai costumi antichi, alle storie d’altri tempi, a quella patina di nostalgia toccante che torna sulla scena ogni volta. Stante questo, come dargli torto?

L’ondata femminista. Sarebbe stupido, certo, non capire, da un lato, l’attenzione alla questione femminile: le prime pagine di tutti i grandi quotidiani di oggi aprono con il volto determinato di Oprah Winfrey, nel bel mezzo del suo discorso ai Golden Globes, nel quale si è schierata senza mezzi termini a favore di tutte le minoranze oppresse e di tutte le ingiustizie di genere e di razza. Hollywood, con le sue decine di attrici, ha appena fondato Time’s Up, un movimento per la parità sui luoghi di lavoro. E Time ha eletto persona dell’anno le silent breakers, quelle che hanno scelto di rompere il silenzio. Dal caso Harvey Weinstein in poi, è tutto un fiorire di movimenti, prese di posizione, hashtag femministi. Ben venga, se serve a qualcosa.

 

 

La rovina del politically correctPerò si sta anche un po’ esagerando, con questa storia del politically correct. Ricorda Mattia Feltri alcuni casi emblematici: la raccolta firme per togliere il quadro di Balthus Thérése che sogna, giudicato pedofilo, o il Codacons che se la prende con Corto Maltese per istigazione al fumo. Ma anche le favole in versione animalista, se proprio vogliamo rigirare il coltello nella piaga.

Dice bene la rete, irrisoria e scandalizzata dopo il tweet del sindaco Nardella in difesa di questa Carmen ribaltata: «Il lupo cattivo non deve morire, ucciso da un cacciatore poi! Che messaggio diseducativo!». E dalla Stampa Gianluca Nicoletti fa notare: «Si dovrebbe rivedere tutta la narrativa del passato in questa chiave. L’Iliade dovrebbe essere cancellata: Elena di Troia è una donna che ha fatto la sua scelta sentimentale decidendo di seguire Paride lasciando il marito Menelao, tutto finisce qui. Menelao se ne fa una ragione e magari diventa vegano. Anche il quinto canto dell’inferno della Divina Commedia andrebbe riscritto o cancellato. […] O l’Otello di Shakespeare dovrà essere completamente revisionato».

 

 

L’arte e la morale. Perché no. Soltanto che così accade una cosa, sgradevole sempre ma massimamente nell’arte, che è fare la morale. La vita non è giusta e non è bella: la narrativa, il teatro, l’arte figurativa, la lirica non hanno il compito di mostrarci la versione edulcorata e migliore di noi, di farci la lezione. Da sempre e per fortuna ci sbattono in faccia la nostra corruttibilissima natura umana. I suoi splendori, ma anche le sue piaghe e le sue infamie. Fare arte non è fare catechismo. Supponiamo che questo Bizet lo sapesse meglio di noi. E meglio di Muscato.

Eroine, non vittime. Anche perché, poi, si può dire tutto alle eroine liriche, fuorché che siano vittime. Muoiono, d’accordo. Ma in genere dopo aver scelto senza remore. Tre esempi. Tosca, che addirittura uccide il suo aguzzino e solo poi, in un impeto di ritrovata umanità, posa candelabri accanto al suo cadavere (alla fine si butta dagli spalti di Castel Sant’Angelo, ok). Violetta, che sceglie il sacrificio di sé per amore della “cognata”, «pura siccome un angelo», e rinuncia all’amore di Alfredo (alla fine muore di malattia senza poterglielo dire, ok). Norma, che – colpevole di nulla – si immola sulla pira al posto della sacerdotessa-amica che gli ha rubato l’amore (muore, ovvio).

 

 

E poi c’è Carmen, la bella zingara che «Jamais ne cédera! Libre elle est née et libre elle mourra!» (Giammai cederà! Libera è nata e libera morirà). Carmen gioca fin da subito a un gioco d’amore pericoloso, indomito. Rimescola le carte di Cupido e del destino con il fascino peculiare del suo personaggio, che è quello della ribellione ad ogni schema. Lo dice chiaro e tondo fin dalla prima aria: «Si je t’aime, prends garde à toi!» (Se ti amo, attento a te!). Tentatrice, battagliera, portatrice di un amore non innocente che soggioga e confonde con un gusto distratto e crudele, a Carmen questo finale politicamente corretto non sarebbe piaciuto. Meglio la morte.

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