Fu trafitto a morte

La morte di Stefano Iacobone e il guard-rail “killer”: la famiglia chiede giustizia

Due anni fa l'incidente mortale lungo la SS42, in via Bergamo. La perizia dei tecnici sull'effetto lancia che ha ucciso il giovane di Treviglio e le parole del fratello in vista del processo

La morte di Stefano Iacobone e il guard-rail “killer”: la famiglia chiede giustizia
Cronaca 20 Febbraio 2021 ore 15:06

Sono passati quasi due anni dal terribile incidente stradale lungo la ex Statale 42 a Treviglio, nel quale Stefano Iacobone, nuotatore 32enne, morì trafitto dalla lamina d’acciaio che costeggia il lungo rettilineo appena fuori dal centro abitato. E ora la famiglia chiede giustizia, per quello che sulla base degli accertamenti tecnici ordinati dal Pm del Tribunale di Bergamo sembrerebbe essere un fatale errore di progettazione della pista ciclabile. Come riporta PrimaTreviglio, infatti, se quel guard-rail in via Bergamo fosse stato a norma, probabilmente Stefano sarebbe ancora vivo.

Il tragico incidente di due anni fa

Erano le 2.15 di notte del 22 marzo 2019. Stefano, un giovane atleta della squadra di nuoto trevigliese, stava tornando a casa dopo il turno di lavoro serale in un ristorante di Bergamo, il Bacco Matto. Il destino, con lui, è stato davvero spietato. Stefano era sobrio e non aveva assunto alcuna droga, accerteranno gli esami. La visibilità ottima, il fondo stradale perfetto. A tradirlo fu semplice un colpo di sonno e un presunto errore di progettazione di un guard-rail.

Dopo il lungo rettilineo che scende a Treviglio da Arcene, l’auto sbandò infatti sulla sinistra, invase la corsia opposta e poi si schiantò contro quel terminale d’acciaio di protezione della pista ciclabile, che oggi si trova nei pressi della nuova rotatoria di via Da Verrazzano, all’epoca ancora in costruzione. Viaggiava a meno di cinquanta all’ora, ma tanto bastò. Il guard-rail si insinuò nel vano motore, e da lì nel cruscotto e poi nell’abitacolo, trafiggendo a morte il conducente. All’arrivo dei soccorritori non rimase molto da fare se non dichiarare il decesso.

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«Colpa del guard-rail non a norma»

Secondo i familiari, e secondo una dettagliata relazione del consulente tecnico del pm che ha indagato sull’incidente, quel guard-rail installato non era a norma: avrebbe dovuto essere impiegato un terminale diverso, adatto ad assorbire l’energia di eventuali incidenti senza causare quello che tecnicamente viene definito “effetto lancia”, e che per Stefano è stato fatale.

«Si ritiene che la causa delle lesioni che hanno determinato il decesso sia da ricondurre alla mancanza di un’adeguata progettazione del sistema di ritenuta, che prevedesse una scelta ragionata, opportuna e motivata della barriera stradale e in particolare dei suoi terminali, così come richiesto dalla normativa», spiega la relazione tecnica dell’ingegnere Paolo Panzeri, consulente del pm Antonio Pansa, nel procedimento penale aperto sulla vicenda. «Il nesso causale tra la violazione della norma e la morte appare evidente», conclude.

Ora la famiglia chiede giustizia

Stefano viveva a Treviglio da alcuni anni, ma era originario di Cornaredo, nel Milanese. Lì vive ancora la sua famiglia, che ora chiede giustizia. Il fratello e il papà. La mamma è mancata dopo pochi mesi. «Non ha retto il colpo», raccontano Davide e Antonio Iacobone. «Quella notte siamo stati contattati personalmente nella notte dai carabinieri di Cornaredo e siamo corsi subito a Treviglio – ricordano -. Da subito la polizia stessa ci consiglia di aprire delle indagini in quanto anche ai loro occhi sembrava palese l’irregolarità di quel tratto di strada (tra l’altro appena realizzato)».

Da qui la causa, che vede iscritti nel registro degli indagati quattro persone legate a vario titolo alla realizzazione della ciclabile.

«Alla causa adesso si è aggiunta anche l’Associazione vittime della strada, che proverà a darci supporto durante il processo penale. Purtroppo, dati i tempi legali italiani, la prima possibile data di processo sarà a novembre 2021 e ci avvicineremo già al terzo anno dalla morte di Stefano, senza che nessuno si sia mai assunto una parte di colpa o abbia avuto il coraggio di provare a chiedere semplicemente scusa».

«Ormai ciò che possiamo fare io e mio padre è lottare perché la giustizia faccia il suo compito in egual modo con tutti. Più di una vita è stata spezzata nello stesso modo di Stefano e trovo assurdo morire per un qualcosa che avrebbe invece la funzione di proteggerci e renderci sicuro. Ma trovo ancora più assurdo che gli enti coinvolti abbiano peccato di una tale negligenza da uccidere qualcun», ha concluso il fratello.

Leggi di più sul Giornale di Treviglio in edicola da venerdì prossimo, 26 febbraio 2021

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