Il dramma di anziani e familiari

«Le nostre mamme in casa di riposo: che dolore non poterle accarezzare»

La storia, emblematica, di Paolo e Antonella, marito e moglie di Albino: «Possiamo incontrare le nostre madri un quarto d’ora la settimana, ma devono stare dietro un grande tavolo, con il plexiglass in mezzo e poi indossiamo la mascherina»

«Le nostre mamme in casa di riposo: che dolore non poterle accarezzare»
Val Seriana, 28 Settembre 2020 ore 17:01

di Paolo Bosio

«È una situazione di emergenza che provoca un dispiacere grande. Noi siamo stati fortunati perché i nostri anziani in casa di riposo ci sono ancora, non sono morti per il Covid. Però la situazione è di sofferenza per le nostre mamme, i nostri padri, zii e per noi figli che non possiamo vederli come prima. È vero che dopo la tragedia del Covid ora viviamo comunque una situazione per certi aspetti drammatica».

Paolo e Antonella sono marito e moglie, vivono ad Albino, uno degli epicentri dell’epidemia. Racconta Paolo: «Quel famoso 23 febbraio io a pranzo a casa e mi stavo preparando perché alle 13.30 sarei dovuto andare giù dove avevamo il carro di carnevale. Io lavoro alla Persico e da anni collaboro per la sfilata di carnevale. La ditta ci presta un camion che allestiamo. Stavo uscendo quando è arrivata l’ordinanza del comune che sospendeva la sfilata. Mi sono tolto il trucco e tutto quanto e alle cinque e un quarto, come ogni giorno, insieme a mia moglie sono andato su in casa di riposo per la cena delle nostre mamme, per dare loro una mano. Siamo arrivati alla porta, ma il personale ci ha bloccato, ringraziandoci comunque e dicendo che non avremmo più potuto entrare fino a nuovo ordine. Da quel momento non è entrato più nessuno, nemmeno i volontari. Con il senno di poi, possiamo dire che sono stati lungimiranti, in questo modo hanno limitato di molto i danni, i decessi».

Rsa Martino Zanchi di Alzano Lombardo

Paolo e Antonella non hanno più potuto imboccare le rispettive madri. Racconta Paolo: «Mia mamma Mariuccia si trova in una delle tre strutture della fondazione Honegger, quella per i malati di Alzheimer. È malata da tanto tempo, con lei il rapporto è fondato sulla carezza, sull’abbraccio. Mia mamma è piemontese, è venuta ad Albino quando aveva dieci anni. A volte comincia a parlare in dialetto del suo paese, Trino Vercellese, e noi figli le rispondiamo in dialetto. Qualche altra volta si accende una luce e ricorda cose che sembravano del tutto cancellate dalla sua memoria. Adesso la situazione è davvero difficile perché possiamo incontrarla un quarto d’ora la settimana, ma lei deve stare dietro un grande tavolo, con il plexiglass in mezzo e poi indossiamo la mascherina. Lei non mi riconosce, allora l’infermiera le dice che sono il Paolo…».

La mamma di Antonella è pure malata di Alzheimer, ma in forma ancora abbastanza lieve: riesce ancora a leggere, riconosce le persone. Era entrata in casa di riposo da poco, a gennaio. Non è stato un inserimento fortunato. Aveva perso il marito da meno di un anno… la casa di riposo, il Covid. Improvvisamente non ha visto più nemmeno la figlia. Racconta Antonella: «Non è stato facile per me e tanto meno per mia madre. Adesso possiamo vederci per un quarto d’ora alla settimana, quando esco ho il nodo alla gola perché so che non la vedrò per sette giorni. Possiamo incontrarci poco e a distanza e mancano i momenti di tenerezza, l’abbraccio, la carezza. C’è in più la possibilità di una videochiamata alla settimana sul tablet, ma per gli anziani non è uno strumento propriamente facile».

Da qualche mese, le persone che vivono nelle strutture della Fondazione Honegger non si definiscono più “ospiti”, ma “residenti”. «Mi sembra giusto – dice Antonella – perché quella è la loro casa, sono davvero dei “residenti”. Mi sembra che questa parola esprima una dignità maggiore rispetto al dire “ospiti”. Io e mio marito Paolo ci rincuoriamo a vicenda per il fatto di non vedere le nostre mamme. Mia madre qualche volta mi dice: “Ma quando ritorno ad Albino?”. Intende dire che avrebbe voglia di uscire, di fare una passeggiata in paese, magari di mangiare un gelato per strada. Quando mi vede, per quei quindici minuti, è felice. Poi quando vado via mi dice “Porta un bacio a tutti”. Le vengono gli occhi lucidi e dice: “Quando ti vedo ancora?”».

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