la lettera

Vittime del Covid, un familiare scrive a Mattarella: «Vorrei solo capire cosa sia successo»

«Prima che scoppiasse la pandemia stavo leggendo un libro di Hannah Arendt. Si intitola “La banalità del male”. Sono certo che lei lo conosce molto bene»

Vittime del Covid, un familiare scrive a Mattarella: «Vorrei solo capire cosa sia successo»
Bergamo, 29 Giugno 2020 ore 12:03

Le immagini e i video del discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della Messa da Requiem di Gaetano Donizetti in ricordo delle oltre seimila vittime bergamasche del Covid hanno unito l’Italia in un commovente e sentito abbraccio a Bergamo e ai bergamaschi. Ma se alla cerimonia, da un lato, erano presenti tutti (o quasi) i sindaci della provincia e i rappresentanti delle istituzioni, tra cui il presidente regionale Attilio Fontana, dall’altro è emersa l’assenza di chi è stato colpito in prima persona da uno o più lutti, o anche di una piccola parte di loro. Per ragioni di protocollo infatti, in rappresentanza dei familiari delle vittime è stato invitato solo Luca Fusco, presidente del comitato Noi Denunceremo che si batte perché venga fatta giustizia in merito alla gestione dell’epidemia.

Nei giorni scorsi, diversi parenti avevano chiesto di poter essere ricevuti dalle istituzioni. Tra loro c’è anche un nostro lettore, che ha deciso di scrivere una lettera direttamente al Capo dello Stato, nella quale punta il dito contro la lontananza dalla realtà e la mancanza di idee dimostrate dalle autorità pubbliche durante l’emergenza sanitaria:

Gentile Presidente,

Sin dalle origini, l’uomo è stato prigioniero della ricerca del senso. Il senso della vita, ma anche quello della morte. I lombardi, ma in modo particolare noi bergamaschi e bresciani, la morte l’hanno sentita sulla pelle. Dal suono costante delle sirene delle ambulanze, al quotidiano rintocco funebre delle campane delle nostre chiese. L’abbiamo anche guardata dritta negli occhi, la morte. L’abbiamo vista mentre si portava via i nostri cari senza che potessimo stargli vicino negli ultimi istanti della loro vita. Cari a cui non abbiamo potuto dare un’ultima carezza, o stringere la mano per ancora pochi ma interminabili istanti.

Solo a Bergamo più di seimila famiglie non riescono ancora a dare un senso a quello che è successo. Non passa giorno senza che ognuno di loro si chieda come questa strage possa essere potuta accadere. E, come a Bergamo, anche a Brescia.

Prima che scoppiasse la pandemia stavo leggendo un libro di Hannah Arendt. Si intitola “La banalità del male”. Sono certo che lei lo conosce molto bene. E posso soltanto immaginare quante volte lo abbia riletto durante l’arco della sua intera vita.

Sa, io non credo nel caso. Mi piace pensare che la vita porti in sé qualcosa di magico, in cui tutto quello che succede oggi faccia parte di un piano già scritto che potremo capire solo domani. Con un po’ di sforzo, certo. Lo sforzo di connettere i punti andando a ritroso. Quello che è successo a Bergamo e Brescia non può certo paragonarsi all’immane tragedia narrata dalla Arendt nel suo libro. Tuttavia, se studiare la storia ha un senso allora dobbiamo imparare le lezioni che prova a insegnarci.

Credo che il processo di Gerusalemme raccontato in prosa ne “La banalità del male” voglia metterci in guardia da tutti quegli Eichmann che in diversi tempi e in diverse culture vogliano sottrarsi all’assunzione della propria responsabilità e a quella delle relative conseguenze. Mi permetterei, inoltre, di suggerire il testo come caso giurisprudenziale da tenere in considerazione quando le varie procure impegnate a sviscerare le centinaia di denunce arrivate sulle loro scrivanie dovranno stabilire le responsabilità individuali del massacro a cui abbiamo dovuto assistere imperterriti.

Come quelli che “per legge la zona rossa spettava al Governo” o che davano l’ordine di tumulare i cadaveri senza fare le autopsie, anche Eichmann sosteneva che non gli si poteva imputare alcuna colpa, proprio perché lui era sia un soldato che un cittadino. E in quanto tale era obbligato sia a obbedire agli ordini sia ad agire in piena conformità alla legge.

Come quelli che l’8 marzo scorso emanavano la delibera regionale che suggeriva agli ospedali di liberare posti trasferendo i malati nelle case di riposo senza precise linee guida, che sarebbe stato poi compito delle Ats fornire ai gestori delle Rsa, i quali a loro volta avrebbero dovuto assicurarsi che quelle stesse linee guida fossero implementate… Ecco, proprio come loro, che “no, era responsabilità delle Ats”, “no, le case di riposo avrebbero dovuto attrezzarsi”, anche Eichmann era certo della propria innocenza. Il suo compito era quello di organizzare la logistica dei treni che partivano per Dachau, Birkenau ed Auschwitz. Erano gli altri fisicamente ad uccidere. Quelli che gestivano i campi.

Sa, io vorrei tanto che in questa vicenda non ci fossero colpevoli. Vorrei solo capire cosa è successo. Ma più le inchieste vanno avanti, più emergono nuovi elementi, più mi accorgo che tante autorità pubbliche che hanno gestito l’emergenza avrebbero solo un motivo per evitare un eventuale processo. Quel motivo lo ritroviamo nel profilo che Hannah Arendt traccia di Eichmann nella conclusione del suo libro: non sono stupidi, sono semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo.

Cordialmente,

un famigliare dei quasi trentacinquemila morti di Coronavirus e dei circa sedicimila morti lombardi.

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