Un'inchiesta de Il Giornale

L’Italia sprecona delle partecipate Nomi e cifre dei dirigenti strapagati

L’Italia sprecona delle partecipate Nomi e cifre dei dirigenti strapagati
09 Dicembre 2014 ore 17:50

Se oggi siamo a conoscenza di molte spese (pazze o meno) dello Stato italiano, il merito è dell’ex commissario Carlo Cottarelli, che sotto il Governo Letta prima, e Renzi poi, ha tentato di fare un po’ di ordine nelle disastrate casse nazionali. Proprio grazie a Cottarelli, dunque, sappiamo che i dirigenti pubblici, di media, guadagnano 140mila euro l’anno. Mica male. Ma essendo, per l’appunto, una media, ciò significa che come c’è chi prende meno, ci sono anche tanti dirigenti che prendono di più. A far luce sulla questione è stato un articolo de Il Giornale, pubblicato domenica 7 dicembre. Il giornalista Paolo Bracalini ha infatti deciso di fare qualche conto in tasca ai dirigenti pubblici italiani, in particolare quelli legati alla miriade di enti che fanno capo agli enti locali quali Comuni e Regioni. Il quadro d’insieme è desolante.

Roma caput mundi. Negli ultimi giorni, attraverso le indagini dei Carabinieri che hanno messo in luce la “Mafia Capitale” di Roma, abbiamo imparato a conoscere l’incredibile traffico di denaro che circola negli ambienti capitolini. Non impressiona così scoprire che una delle città dove lo spreco di denaro e le super retribuzioni (meritate o meno è tutto da valutare) ai dirigenti pubblici sono più comuni è proprio la Capitale. La maglia nera tra le partecipate locali va, senza discussione, all’Atac, l’azienda dei trasporti locali romana. Nonostante il pessimo servizio quotidianamente offerto ai tanti utenti capitolini, la maggior parte dei dirigenti di questo ente percepiscono uno stipendio pari, o di poco inferiore, addirittura a quello del Presidente della Repubblica: 240mila euro l’anno. Ma c’è anche chi, sempre in Atac, arriva a toccare i 250mila euro l’anno, come Antonio Abbate, a capo di Atac Patrimonio s.r.l., ramo aziendale che gestisce il patrimonio mobiliare e immobiliare. Appena sotto, i dirigenti del settore Investimenti, Angelo Emilio Cursi e Pietro Spirito, che guadagnano 200mila euro l’anno a testa. Abbondantemente sopra i 100mila euro, invece, il responsabile marketing Roberto Cinquegrani e svariati altri dirigenti. Di certo questi stipendi monstre non farebbero così tanto scalpore se l’Atac fosse un’azienda florida e dai bilanci in ordine. In realtà, il 2013 s’è chiuso con un passivo imbarazzante: 219 milioni di euro. Il dubbio che le retribuzioni poc’anzi citate siano spropositate è, a questo punto, più che forte. L’unica contromisura presa dall’Atac davanti a questo evidente squilibrio è stata la decisione di non prevedere premi dirigenziali in denaro per il 2013. Grazie al cielo, oseremmo dire.

Sempre a Roma c’è un’altra “Eldorado” delle laute retribuzioni pubbliche: è l’Ama, la partecipata comunale per la raccolta dei rifiuti. In questo caso, il neo direttore generale, Alessandro Filippi (nominato il 5 dicembre), intascherà 220mila euro l’anno. Sotto di lui, anche gli altri dirigenti restano ben remunerati, a partire da Giovanna Anelli, predecessore di Filippi e ora direttore del Servizio ricerca fondi per eco-distretti dell’Ama, che intasca 173mila euro l’anno, e Leopoldo D’Amico, responsabile della Direzione Corporate dell’azienda della spazzatura, che si ferma a “soli” 149mila euro. Ironico il destino della società Lazio Service s.p.a., nata per aiutare la Regione a contenere la spesa pubblica regionale e la razionalizzazione dei costi delle società partecipate ma che si trova a sborsare ogni anno 156mila euro a Giuseppe Tota, suo direttore generale.

Tutta l’Italia è Roma. Parafrasando il detto “tutto il Mondo è Paese”, potremmo dire che, in temi di super retribuzioni pubbliche, tutta l’Italia è Roma. Oltre alla Capitale, infatti, i dirigenti pubblici percepiscono stipendi d’oro un po’ dappertutto sul territorio nazionale. A Venezia, ad esempio, Vittorio Ravà, direttore generale del Casinò, percepisce ben 306mila euro l’anno, addirittura più di quanto, in Germania, prende il primo ministro Angela Merkel. Per la serie che qualche tiratina d’orecchie da Berlino, forse, ce la meritiamo anche. Ma Ravà non è certo l’unico, perché sempre a Venezia, un’altra partecipata comunale, la Veritas s.p.a., sborsa 200mila euro l’anno ad Andrea Giovanni Razzini, suo direttore generale. Restando nel Nord Italia, ma spostandoci leggermente verso ovest, arriviamo alla nostra vicina Brescia, dove il numero uno assoluto dei dirigenti pubblici è Marco Medeghini: un uomo mille cariche. O meglio, un uomo e 4 cariche: direttore generale di Brescia Mobilità, direttore generale di Brescia Trasporti, direttore generale di Metro Brescia e amministratore delegato dell’Apam. Un portafogli di cariche che frutta, al suo portafogli personale, 300mila euro l’anno. E benché il Comune abbia ripetutamente chiesto di abbassare lo stipendio a 240mila euro (non certo due lire), secondo quanto riferisce il Giornale di Brescia, Medeghini non ci pensa proprio a tagliarsi la retribuzione. Del resto, a suo parere, ricoprendo ben 4 cariche, starebbe già facendo risparmiare al Comune. Punti di vista.

Nei casi sopracitati, è almeno possibile sapere quali sono gli stipendi dei dirigenti. Del resto, per la legge sulla trasparenza delle partecipate, gli stipendi dei dirigenti pubblici dovrebbero essere sempre reperibili. Così, però, non succede per quanto riguarda l’Asia di Napoli, la società che si occupa dei rifiuti: la pagina del sito che dovrebbe essere dedicata alla trasparenza dei conti è in un perenne stato di “coming soon”. Si sa solo che il presidente guadagna 60mila euro l’anno. Piccolo particolare: la città resta sommersa dai rifiuti.

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