Parole e accuse

Non chiusura del pronto soccorso di Alzano: la difesa d’ufficio che non dà alcuna risposta

Il direttore generale dell'Asst Bergamo Est, Francesco Locati, a L'Eco fornisce la sua versione dei fatti. Ma, in concreto, non arrivano spiegazioni. Più chiaro, invece, il dirigente regionale Cajazzo

Non chiusura del pronto soccorso di Alzano: la difesa d’ufficio che non dà alcuna risposta
11 Aprile 2020 ore 12:34

di Andrea Rossetti

Finalmente qualcuno ha deciso di parlare. E per una volta non sono stati medici, infermieri e operatori dell’ospedale di Alzano (in forma anonima per paura di ritorsioni), che hanno finora raccontato la loro versione di quanto accaduto quell’ormai famigerato 23 febbraio, bensì due dei soggetti “accusati” proprio da queste testimonianze di aver dato ordini, quali la non chiusura del pronto soccorso della struttura, che hanno poi causato la drammatica espansione del contagio tra personale e degenti.

Francesco Locati, direttore dell’Asst Bergamo Est

Dopo settimane di silenzi e non risposte, sulle pagine de L’Eco di Bergamo il direttore generale dell’Asst Bergamo Est, che gestisce oltre a Seriate anche il Pesenti-Fenaroli di Alzano, Francesco Locati ha finalmente concesso un’intervista. Purtroppo, però, le sue risposte non si può certo dire che fughino ogni dubbio. È vero, c’è un’indagine in corso della Procura, dunque esporsi ora non sarebbe forse saggio, ma dato il lungo silenzio di queste settimane, ci si sarebbe aspettato forse qualche spiegazione in più. Non dimentichiamo, infatti, che un dipendente dell’ospedale di Alzano, a TPI, ha raccontato come l’ordine di riaprire il pronto soccorso della struttura quella domenica 23 febbraio sia arrivato proprio da Locati o forse dal suo vice, il dottor Roberto Cosentina, e questo sebbene il direttore sanitario, il dottor Giuseppe Marzulli, fosse contrario.

Nell’intervista, Locati non risponde ad alcuna domanda esplicita su questo presunto ordine, ma rimarca come siano stati seguiti tutti i protocolli al momento vigenti, come sia stata effettuata una sanificazione da parte del personale presente in loco (quindi nessuna sanificazione straordinaria) e respinge le accuse di chi dice che non ci fossero mascherine per tutti. E quando gli si fa notare che forse sarebbe stato utile chiudere il pronto soccorso almeno ai pazienti non Covid o sospetti Covid, Locati sottolinea come le attività ordinarie dell’Asst siano state effettivamente bloccate già da quel 23 febbraio. Cosa che, però, non ha certo evitato che pazienti non Covid entrassero in contatto con pazienti Covid o soggetti già infetti, dato che la tenda per il pre-triage è arrivata soltanto nei giorni successivi e gli spazi di contatto erano quelli. Infine, Locati non fornisce alcuna informazione circa i numeri del personale contagiato della sua Asst ed evita di esprimere un giudizio sulla mancata imposizione della zona rossa in Val Seriana, affermando semplicemente che «l’Asst, come tutte le strutture sanitarie, aveva ricevuto le indicazioni per la gestione di un’eventuale epidemia. Ci si è trovati di fronte a una pandemia, con un impatto senza precedenti». Cosa vera, ma la principale differenza tra una epidemia e una pandemia non è tanto nei suoi effetti, quando nella sua durata e vastità del contagio.

Il direttore sanitario dell’ospedale di Alzano, Giuseppe Marzulli

In ogni caso, l’intervista di Locati è parsa, più che la volontà di fornire una propria versione dei fatti, una difesa d’ufficio, molto burocratica e decisamente poco empatica. Nulla è stato detto, ad esempio, della lettera che il 25 febbraio il direttore sanitario di Alzano, Marzulli, scrisse proprio ai vertici dell’Asst Bergamo Est. In quel documento, pubblicato dal sito TPI, Marzulli fa presente che nel “suo” ospedale erano ancora presenti tre pazienti sospetti Covid «senza che essi vengano accolti né dall’ospedale di Seriate né da altre strutture. Pare che sia stata data indicazione di non accettare i pazienti fino all’esito del tampone per Coronavirus». Un’indicazione che, a parere di Marzulli, «è assurda (ed uso un eufemismo) in quanto, come noto, i tempi di refertazione sono mediamente intorno alle 48 ore e ciò vuol dire far stazionare tali pazienti per 48 ore al Pronto Soccorso di Alzano, cosa contraria a qualunque protocollo ed anche al buon senso. Quando è stato sollevato il punto dell’assurdità di tale disposizione, il problema è diventato la mancata disponibilità di posti letto. Ritengo indispensabile un intervento urgente». Su questo punto, l’Asst Bergamo Est ha fatto solo sapere che quei tre pazienti furono isolati con dispositivi di protezione in una sala ad hoc del Pronto soccorso.

Più chiara e diretta, invece, la risposta fornita ieri (10 aprile) al Tg1 dal direttore generale dell’assessorato regionale al Welfare Luigi Cajazzo, che il 9 aprile, in un servizio dello stesso telegiornale, era stato accusato da un medico del Pesenti-Fenaroli (rimasto anonimo) di aver dato lui l’ordine di riaprire il pronto soccorso, finendo così per «mandare al macello» (come ha affermato il dottore) il personale sanitario della struttura. «È stata sospesa l’attività ordinaria dell’ospedale di Alzano, salvaguardando solo gli interventi indifferibili – ha detto Cajazzo -. È stato chiuso per circa tre ore il pronto soccorso, effettuata la sanificazione così come quella dei reparti dove erano stati i pazienti Covid, è stato poi riaperto il pronto soccorso con percorsi separati accettando solo casi urgenti. Se avessimo dovuto seguire la logica dell’ignoto primario avremmo dovuto chiudere nei giorni precedenti gli ospedali di Lodi, Crema, Cremona e Pavia e in quelli successivi tutti gli ospedali della Lombardia, negando l’assistenza a tanti pazienti che invece abbiamo curato».

Il direttore generale dell’assessorato regionale al Welfare, Luigi Cajazzo

A differenza di Locati, dunque, Caiazzo è stato decisamente più chiaro nella sua risposta, non negando di aver dato l’ordine di tenere aperto e sottolineando come, a suo parere, tutte le procedure siano state seguite in maniera rigorosa e corretta. Ovviamente, a questo punto sarà la Procura a fare luce sulle responsabilità eventuali dei singoli. Ci permettiamo, però, di dire che se davvero le procedure previste dovessero essere state seguite in maniera corretta e nessuno dei dirigenti locali e regionali dovessero aver commesso errori, allora qualche dubbio circa l’utilità delle procedure in vigore sopraggiunge, dato qual è stato il risultato finale in termini di contenimento della pandemia e di numero di contagiati e deceduti…

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