Indagini in corso

Chi ha detto di non chiudere l’ospedale di Alzano il 23 febbraio? Le accuse e l’inchiesta

La Procura dovrà fare luce su quanto accadde quel 23 febbraio. Dalle testimonianze di queste settimane vengono chiamati in causa diversi soggetti della Asst Bergamo Est e della Regione

Chi ha detto di non chiudere l’ospedale di Alzano il 23 febbraio? Le accuse e l’inchiesta
Val Seriana, 10 Aprile 2020 ore 15:45

di Andrea Rossetti

Maria Cristina Rota, alla guida della Procura di Bergamo in attesa che venga nominato il sostituto del compianto Walter Mapelli, è stata chiara: ci vorrà del tempo, perché «abbiamo una grossa mole di documenti da consultare». Di buono, però, c’è che l’inchiesta è finalmente partita. E i bergamaschi sapranno pazientare. A patto che, alla fine, venga fatta finalmente luce su quanto successo il 23 febbraio scorso all’ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano Lombardo.

Walter Mapelli e Maria Cristina Rota

L’inchiesta, le testimonianze e la Regione. Che qualcosa non ha funzionato è evidente. Lo dicono, ovviamente, i morti e il dolore che Bergamo e la sua provincia hanno dovuto affrontare (e stanno ancora affrontando) in queste settimane, ma lo dicono anche le numerose testimonianze che stanno arrivando proprio dalla struttura di Alzano. Racconti che narrano di procedure non rispettate, caos organizzativo e imposizioni dall’alto. Il tema sarà capire se tra queste testimonianze e tra i documenti in mano alla Procura verranno alla luce anche delle responsabilità penali. E, nel caso, di chi.

Da un lato c’è Regione Lombardia, che attraverso il governatore Attilio Fontana si dice assolutamente tranquilla. L’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, dal canto suo, continua ad affermare che quel 23 febbraio, ad Alzano, tutte le procedure sono state eseguite in modo corretto. Dall’altro, però, ci sono i tantissimi medici, infermieri e operatori sanitari contagiati e, come detto, i racconti loro (tutti anonimi per ovvi motivi) e di diversi pazienti passati per l’ospedale in quei drammatici giorni. In tal senso, le testimonianze vanno tutte, generalmente, nella stessa direzione: il virus era già presente da diversi giorni, nella struttura. Non fu individuato e per tempo e quando ciò è accaduto, il pronto soccorso è stato chiuso e poi riaperto senza però che fosse fatta alcuna sanificazione, così come alcun tampone sarebbe stato fatto nell’immediatezza a tutte le persone entrate in contatto con i pazienti positivi.

Francesco Locati, direttore dell’Asst Bergamo Est

La prima accusata: la Asst Bergamo Est. Ciò che differisce, nei vari racconti, è il punto chiave: la responsabilità. Chi sembra uscirne “pulito” in ogni caso è il direttore sanitario della struttura, il dottor Giuseppe Marzulli. Il quale, come dimostrano anche diversi documenti in possesso della Procura, ha invocato più volte, sia ai vertici dell’Asst Bergamo Est (che gestisce l’ospedale di Alzano), sia ai vertici regionali, la chiusura del pronto soccorso data la situazione fuori controllo. Un dipendente del Pesenti-Fenaroli ha raccontato a TPI che Marzulli «era chiaramente contrario (alla riapertura del pronto soccorso il 23 febbraio, ndr) e si è espresso più volte in questo senso. Dal suo ufficio lo si sentiva urlare con la direzione generale, sanitaria e con la direzione strategica di Seriate, che poteva essere la figura del direttore sanitario (Roberto Cosentina) piuttosto che del direttore generale (Francesco Locati), che gli hanno imposto la riapertura».

La figura di Cosentina è anche al centro dell’interrogazione parlamentare che il senatore pentastellato Elio Lanutti ha indirizzato il 9 aprile al ministro della Salute e a quelli delle Attività Produttive e per gli Affari Regionali e le Autonomie. Cosentina a gennaio è stato condannato in primo grado a due anni e sei mesi di reclusione per favoreggiamento e omissione in atti di ufficio sul caso dei morti in corsia attribuite all’ex medico di Saronno Leonardo Cazzaniga (tristemente noto alle cronache come “dottor morte”), condannato all’ergastolo. Cosentina è il vice di Locati, nominato a capo dell’Asst Bergamo Est nel 2016 in quota Lega dalla Giunta Maroni e a più riprese cercato da un po’ tutte le testate (locali e non) in queste settimane ma trinceratosi dietro un monolitico silenzio.

Sempre a TPI, anche un’infermiera del Pesenti-Fenaroli indica nei vertici dell’Asst Bergamo Est (pur senza fare alcun nome) i responsabili del disastro del 23 febbraio e dei giorni successivi. In particolare, l’operatrice spiega che è stata la Asst, dopo aver ordinato la riapertura del pronto soccorso, a ordinare anche di far stazionare i pazienti con sospetto Covid nello stesso pronto soccorso fino all’arrivo dell’esito del tampone. Una procedura che, soprattutto in quei giorni, richiedeva almeno 48 ore. Lo stesso direttore Marzulli, in una lettera inviata il 25 febbraio alla direzione generale e sanitaria della sua Asst, definiva «assurda» e «contraria a qualunque protocollo e anche al buonsenso» questa indicazione.

Luigi Cajazzo, direttore generale dell’assessorato regionale al Welfare

Le accuse al dirigente regionale. In un servizio del Tg1 trasmesso la sera del 9 aprile, però, la testimonianza anonima di un primario dell’ospedale di Alzano indica un altro responsabile di quanto accaduto, esterno alla Asst Bergamo Est: il direttore generale dell’assessorato regionale al Welfare Luigi Cajazzo. Il dottore ha infatti dichiarato: «Domenica 23 febbraio c’è stata una riunione con tutti i primari e i capi dipartimento. Ci hanno chiesto cosa fare con il pronto soccorso, in quel momento chiuso. Tutti noi abbiamo espresso il nostro parere: “Chiudiamo l’ospedale”. A un certo punto arriva la telefonata del direttore generale dell’assessorato al welfare Luigi Cajazzo. Che dice: “Non si può fare, perché c’è almeno un malato di Covid in ogni provincia. Non possiamo chiudere oggi Alzano, tra mezz’ora Cremona, tra due ore… Quindi riaprite tutto”».

Un’accusa pesante a un alto dirigente regionale. E, infatti, in serata è arrivata la replica, altrettanto dura, di Regione Lombardia, affidata alle parole dell’assessore al Bilancio Davide Caparini: «Medici, scienziati e dirigenti che da settimane lottano per strappare pazienti da una morte tremenda trattati come delinquenti da quello che fu un telegiornale autorevole. Con un’aggravante, che una giornalista senza scrupoli ha infangato un bravissimo dirigente convalescente di Covid ammalatosi sul campo. Questa è la dimostrazione di quanto sono caduti in basso nel disperato tentativo di assolvere gli unici colpevoli dei ritardi nell’adottare quelle misure di contenimento che proprio la sanità lombarda invocava da giorni. Non a caso la Rai è la televisione di Stato. La tv della vergogna».

Fare luce. Che la Procura di Bergamo si trovi tra le mani una patate bollente è dunque evidente. Sia perché il caso sta particolarmente a cuore ai bergamaschi, sia perché non sarà affatto facile districarsi in questo castello di carte, provvedimenti e testimonianze. Di positivo, però, c’è che finalmente è stato aperto un varco verso la verità e la speranza è che venga percorso fino alla meta.

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