Una rassegna di bufale

Cinque notizie che non lo erano A partire dalla polenta tossica

Cinque notizie che non lo erano A partire dalla polenta tossica
10 Dicembre 2014 ore 16:36

Continua il nostro appuntamento con le bufale, ovvero con notizie che non lo erano davvero, eppure, per un motivo o per l’altro, sono state prese per tali.

 

1. La polenta è tossica, lo rivela uno studio del Cnr di Napoli

Secondo quanto riportato da Bergamonews il 16 ottobre 2014, la polenta sarebbe tossica a causa di una tossina, chiamata fumonisina, che in alcune polente biologiche raggiungerebbe addirittura valori doppi rispetto al limite consentito.

Il titolo era però fuorviante e il contenuto vago lasciava spazio a interpretazioni e allarmismi, soprattutto tra noi bergamaschi che, della polenta, siamo grandi estimatori e consumatori da tempo immemore, senza alcuna conseguenza catastrofica a cui l’articolo allude.

Per chiarire l’argomento è necessario affrontarlo in maniera scientifica: le fumonisine sono delle microtossine prodotte da alcune muffe che infestano soprattutto il mais, e per cui esistono rigide normative UE che ne stabiliscono limiti molto bassi negli stabilimenti. Le autorità competenti in materia di sanità si occupano, tra le altre cose, di svolgere regolari controlli su tali valori, sia per le merci prodotte nell’UE che su quelle importate, proprio per evitare la proliferazione delle muffe. L’unico elemento che potrebbe essere più esposto è la polenta biologica, perché nella coltivazione non vengono utilizzati pesticidi che, spruzzati sulla pianta, hanno il fine di contrastare le infestazioni di queste muffe. Ma anche su questi prodotti ci sono limiti e controlli specifici.

La polenta, dunque, non è tossica. Lo potrebbe essere soltanto se contenesse ingredienti che non rispettano le norme di legge, cosa che vale per quasi tutti gli alimenti, perfino per l’acqua, che se non controllata può contenere sostanze nocive.

 

2. Il Governo ha cancellato l’obbligo, per i produttori, di indicare lo stabilimento di provenienza

Da dicembre è cambiata la normativa che disciplina l’obbligo, da parte dei produttori, di inserire nell’etichetta dei cibi commercializzati determinate informazioni sulla provenienza del prodotto. In particolare, non sarà più necessario indicare lo stabilimento di produzione.

La notizia è vera, ma diversamente da quanto riportato da alcuni media e da alcuni politici, tra i più importanti il deputato del Movimento 5 Stelle Giuseppe L’Abbate, non è stata una decisione del Governo, bensì un’adeguamento ad una normativa europea, che ha il potere di abrogare la precedente legge nazionale.

È importante sapere, per evitare strumentalizzazioni e inutili allarmismi, che già prima dell’inizio di dicembre questo obbligo riguardava i prodotti provenienti dal nostro territorio. Dall’applicazione della legge saranno escluse le categorie di prodotti alimentari maggiormente sottoposte a tutela.

Leggendo il testo della norma, si legge: «Il presente regolamento si applica fatti salvi i requisiti di etichettatura stabiliti da specifiche disposizioni dell’Unione per particolari alimenti». Nessun rischio, quindi, per i prodotti DOP o IGP e sono salvi anche i vini, molti prodotti ortofrutticoli e le carni, che già hanno standard qualitativi disciplinati singolarmente. La mancanza di obbligo, comunque, non comporta un divieto, perciò ogni produttore sarà libero di continuare a indicare la provenienza dei propri prodotti.

 

3. Il Real Madrid toglie la croce dal logo per assecondare gli sponsor arabi

L’opinione pubblica, sportiva e non, ha espresso tutta la propria disapprovazione quando il Real Madrid ha annunciato che sarà rimossa dal logo del club la croce reale, simbolo storico concesso da Re Alfonso XIII di Spagna nel 1920, da cui viene il nome stesso “Real”. La decisione è stata presa per non offendere il pubblico degli Emirati Arabi, o meglio, una banca di Abu Dhabi che ha deciso di commercializzare una carta di credito con il simbolo del club spagnolo, ma ha vincolato il cospicuo affare a questa modifica tutt’altro che trascurabile.

Quello che però molti media hanno dimenticato di dire è che, questa svolta storica, non ha mai avuto luogo. La modifica, infatti, varrà soltanto per quello specifico prodotto, mentre in ogni altro caso il simbolo del Real Madrid rimarrà invariato.

Tra i pochi a riportare la vicenda è stato il Washington Post, che ha specificato: «Al di fuori degli Emirati Arabi Uniti il simbolo del club non è stato modificato». E, senza lodarci, anche noi stessi di Bergamo Post, quando abbiamo parlato della notizia (QUI), abbiamo specificato che «per ora la misura vale solo per questa carta di credito». La spiegazione era già stata fornita dal presidente del club, Florentino Perez, qualche mese fa: «So che le popolazioni locali vivono ogni incontro in un modo diverso, ed i nostri collegamenti con gli Emirati Arabi Uniti sono in crescita. Questo accordo ci consentirà di conquistare i cuori dei sostenitori degli EAU».

 

4. Tim Cook, CEO di Apple, è gay e la Russia rimuove il monumento a Steve Jobs

Dopo l’intervento di Tim Cook, che ha dichiarato pubblicamente la propria omosessualità, la Russia avrebbe deciso di rimuovere il monumento dedicato al suo predecessore e fondatore della Apple, Steve Jobs, nel rispetto della normativa anti-gay. Questo almeno secondo quanto riportato da numerose testate nazionali.

L’Università di San Pietroburgo, proprietaria della statua, ha però smentito seccamente la notizia, spiegando che la rimozione era già programmata da tempo e non ha nulla a che fare con le dichiarazioni di Tim Cook. Si tratterebbe di un intervento tecnico: lo schermo che faceva parte del monumento interattivo era infatti guasto e ne comprometteva l’efficacia. Sarebbe comunque difficile trovare un collegamento reale con il tema dell’omofobia, trattandosi di un’installazione che contiene informazioni su Steve Jobs (che ha lasciato una moglie e tre figli) e che non fa certo “propaganda omosessuale”.

 

5. “Milano è EXPO”: ecco il video virale che presenta l’evento

È circolato per giorni sul web, raggiungendo in poco tempo decine di migliaia di visualizzazioni: si tratta di un video musicale dedicato a Expo 2015, con contenuti visivi e sonori quantomeno discutibili. Il problema è che per alcuni giorni è stato presentato come «video ufficiale dell’evento», scatenando feroci critiche da parte di molti, che hanno giudicato l’opera pacchiana e di cattivo gusto.
Il video è ora stato rimosso per motivi di copyright. È infatti emerso che non esistono collegamenti tra l’organizzazione di Expo e i creatori di questo video, che si sono semplicemente serviti della risonanza dell’evento per conquistare il proprio momento di popolarità.

L’autore del video trash, tale Sebastiano Fumagalli, aveva raccontato in un’intervista che questo video era stato proposto e accettato per affiancare l’inno ufficiale dell’Expo, cantato da Andrea Bocelli. Dopo qualche giorno, però, è arrivata la secca smentita dell’ufficio stampa di Expo 2015: «Non è la nostra sigla ufficiale, è stato utilizzato il logo Expo per un’iniziativa non autorizzata, prenderemo provvedimenti».

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