Verso le riaperture

QC Terme: «Contraddizioni nelle norme. Non ci fanno aprire, ma siamo più attrezzati delle piscine»

«Da anni applichiamo i parametri di sanificazione dell’acqua ora imposti dall’ultimo Dpcm alle piscine, le quali però possono aprire al contrario nostro. È una delle sperequazioni di trattamento e delle contraddizioni in cui si è infilato chi ha stilato il calendario delle riaperture».

QC Terme: «Contraddizioni nelle norme. Non ci fanno aprire, ma siamo più attrezzati delle piscine»
23 Maggio 2020 ore 11:28

Tra le attività economiche maggiormente colpite dal lockdown, oltre alle palestre e alle piscine, ci sono certamente anche i centri benessere e termali. La crisi però non scoraggia QC Terme spas and resorts, leader in Italia del settore: nel 2019, con le sue dieci strutture tra centri benessere e termali, tra cui quella di San Pellegrino, la società ha raggiunto i 100 milioni di euro fatturato, ospitando 1 milione 200 mila ospiti.

Negli anni, la società fondata dai fratelli Saverio e Andrea Quadrio Curzio ha visto una crescita straordinaria. Oggi QC Terme, nonostante la nuova crisi planetaria provocata dal Covid-19, continua a guardare fiduciosa l’avvenire e la propria crescita, tanto sul mercato italiano quanto all’estero, in particolare a New York dove tra pochi mesi aprirà il primo centro negli USA.

Andrea Quadrio Curzio

Tuttavia, se la pandemia ha solo rallentato il dinamismo della società senza fermarne i progetti di espansione, non mancano le preoccupazioni per la riapertura delle strutture, sulle quali aleggia l’ombra dell’incertezza. «Cinquecento dipendenti sono in cassa integrazione – spiega Andrea Quadrio Curzio -; oltre 200 massaggiatori, quasi tutti liberi professionisti che collaborano con noi, dal 24 febbraio non hanno potuto lavorare un giorno. Nella iperproduzione normativa odierna che a diverso titolo ci ha riguardato, secondo noi confusa, non siamo stati autorizzati a riprendere le nostre attività nonostante già da anni applicassimo i parametri di sanificazione dell’acqua ora imposti dall’ultimo Dpcm alle piscine, le quali però possono aprire al contrario nostro il 25 maggio (eccetto che in Lombardia dove resteranno chiuse fino al 31 maggio, ndr). È una delle sperequazioni di trattamento e delle contraddizioni in cui si è infilato chi ha stilato il calendario delle riaperture. Noi ancor più delle piscine, o dei parchi acquatici possiamo garantire lo spazio di distanziamento tra le persone. A poco, però, sembrano valere anche i recenti studi fatti sul fatto che il virus non resista negli ambienti caldi come le saune e i bagni turchi, o i ricambi d’aria da tre a dieci volte superiori alla norma che contraddistinguono i nostri centri».

Confusione e contraddizioni nelle norme certamente non aiutano nelle riaperture. «Mi piacerebbe solo avere una norma semplice che reciti che laddove si possano garantire i medesimi standard di sanificazione dell’acqua e di distanza interpersonale di una piscina possano riaprire anche le vasche dei centri benessere e termali indipendentemente dai codici Ateco – prosegue -. Le riaperture devono essere valutate in base alla sicurezza che le singole strutture garantiscono e non in base a una classificazione adottata dall’Istat per rilevazioni statistiche delle attività economiche».

La mancata apertura si traduce in un danno sociale ed economico non soltanto per i centri termali e benessere (complessivamente, QC Terme occupa oltre 800 persone tra dipendenti e collaboratori), ma anche per lo Stato. «Possiamo facilmente dimostrare quanto la mancata riapertura di un gruppo come il nostro sia costosa per le casse dello Stato – sottolinea Francesco Varni, da sempre con i fratelli Quadrio Curzio e amministratore delegato del Gruppo sin dagli albori -. Tra cassa integrazione, sostegno alle partite Iva dei massaggiatori, il versamento mancante dei contributi, dell’Iva e delle tasse sui guadagni che non possiamo avere, allo Stato costa circa 70mila euro al giorno e circa 2 milioni di euro al mese. Per non parlare delle perdite legate ai minori consumi dei dipendenti, che percepiscono il 40 per cento in meno di reddito, oltre che del mancato versamento di imposte legate all’indotto che un’impresa come la nostra genera: solo sul turismo si calcola sia 4/5 volte il fatturato. Raccontata in cifre, la situazione è comprensibile da tutti, anche da chi pensa che il wellness sia un fattore minoritario nell’economia e nel turismo, mentre invece in Italia vale 1 miliardo e 200 milioni di cui noi rappresentiamo quasi il 10 per cento».

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