I voti alle canzoni

Il pagellone e i video delle canzoni della seconda serata di Sanremo (i Pinguini Tattici Nucleari per noi hanno già vinto)

06 Febbraio 2020 ore 10:38

di Matteo Rizzi

Festival che, dopo la prima serata, entra nel vivo, classifica provvisoria che per ora premia Francesco Gabbani, con i Pinguini Tattici Nucleari che però conquistano l’Ariston e si piazzano in quarta posizione. Ecco cosa pensiamo dei brani di questa seconda serata e i video delle canzoni (purtroppo al Rai ha pensato bene di bloccare l’incorporamento dei video Youtube delle esibizioni, ma le canzoni ci sono tutte).

Giordana Angi – Come mia madre: 5,5

Amica del cuore di Alberto Urso, si presenta con l’ennesima intro di piano tediosamente uguale a migliaia di altre che spiana la strada a un classicone sanremese degli ultimi anni, in pieno stile Alessandra Amoroso, Emma Marrone e via dicendo. Nulla di memorabile insomma. Però, a differenza di altre desolanti colleghe, lei sembra avere quantomeno del potenziale. Il testo ad esempio è meno banale di quello che ci si aspetterebbe da un brano del genere. Per un attimo avevamo pensato alla sufficienza piena: ci vuole ancora qualcosa.

Michele Zarrillo – Nell’Estasi e nel Fango: 6,5

Esiste ancora? La strofa è bocciata, sembra scritta in bagno dopo aver estratto a caso un giro di accordi standard pop tra un campione. Quasi senza impegno si limita ad appoggiare la voce agli accordi, privilegiando l’intellegibilità del testo (siamo pur sempre al Festival). Il ritornello arriva inaspettato a risollevare il brano. Il falsetto su «vorrei» è da applausi e lo prende alla perfezione tre volte su tre. Rimangono solo quello, le liriche e un buon arrangiamento di archi: quanto basta perché il brano sia sopra la media di quest’anno.

Elettra Lamborghini – Musica (il resto scompare): 6

Sta cominciando a diventare veramente simpatica: sa che l’Ariston non è il suo habitat, sa che il reggaeton e basta sarebbe stato quasi ridicolo in questo contesto, sa che è difficile farsi prendere sul serio fino in fondo, ma fa la sua parte con un brano sì mediocre ma che è stato arrangiato bene. Si presenta con una tuta glitterata davvero sorprendentemente elegante e con un brano reggaeton sì, ma con accenti meno marcati rispetto agli standard del genere. Anima latina, brano orecchiabile con un notevole lavoro sulle percussioni da parte del direttore d’orchestra. Sapete cosa? Un 6 glielo diamo. È meno fastidiosa di molti altri. E ha un potenziale iconico non indifferente. Inventa il twerk elegante mostrandolo a tutta Italia.

Piero Pelù – Gigante: 7+

Chi l’avrebbe mai detto? Le premesse per un fiasco memorabile c’erano tutte. Da un lato, a 58 anni l’ex rivoluzionario Piero “El Diablo” Pelù completa il suo percorso di avvicinamento alla musica istituzionale, dopo anni passati a fare corna rock al cielo e a battere piedi sulle sedie girevoli di The Voice. Da un altro, lui è sempre lui: stessi gesti da anni, stessa voce da sempre. Ma il brano è una mina. La strofa è una scarica di energia, il ritornello punta sulla melodia e forse si poteva fare meglio. Ma nel complesso un Piero Pelù in grande spolvero, a parte per la solita “lezione di catechismo”.

Enrico Nigiotti – Baciami adesso: 4,5

Squadra che vince non si cambia, è vero. Ma prima, appunto, dovresti vincere… Si presenta travestito da Grignani con il sequel di un suo brano del 2017 (che potrebbe tranquillamente essere l’unico). Chissà se «baciami baciami baciami adesso» lo dice alla stessa sfortunata a cui diceva «credimi credimi credimi sempre». Nel caso, bisognerebbe chiederle come sia Enrico nella vita di tutti i giorni. Del tipo: «passami passami passami il sale» lo dice? Dopo il secondo ritornello, si lancia in un assolo di chitarra di una manciata di battute che non serve letteralmente a nulla, se non a far capire che lui ha un animo rock. Noi non dimentichiamo: dieci anni fa, al suo primo tentativo ad Amici, aveva suonato la chitarra con i denti, alla Jimi Hendrix, sul parquet della scuola di Maria De Filippi. Qualcuno gli dica di smetterla. Al netto di tutte queste considerazioni, il brano ha dei bei suoni in qualche punto.

Paolo Jannacci – Voglio Parlarti Adesso: 6

Mamma mia, quel cognome, che fatica deve essere… Tra tutti gli standard piano-archi-voce, la melodia è una di quelle più dolci. E comunque ha una bella voce, e la usa pure bene, con discreta espressività: non te l’aspetteresti mai da un agente immobiliare capitato per caso sul palco dell’Ariston. Quando si siede sulle scale a fine brano, però, l’odore di Rai si fa insopportabile.

Francesco Gabbani – Viceversa: 6,5

Non vedevamo l’ora di stroncarlo, perché è oggettivamente antipaticissimo. Però il brano è davvero scritto bene. Ci piace pensare che sia merito di Pacifico, altro firmatario del brano. Ma purtroppo sappiamo che Gabbani è tanto bravo quanto antipatico (a noi eh, se a voi sta simpatico ci fa piacere!). Una buona dinamica, un testo furbetto ma meno degli altri anni, una melodia interessante, con molte salite e discese. Il bridge non aggiunge granché al pezzo, che però merita di stare in alto. Forse non al primo posto, ma il pubblico dell’Ariston lo osanna, la giuria demoscopica pare conoscerlo bene e lo piazza davanti a tutti.

Pinguini Tattici Nucleari – Ringo Starr: 8

Che dire ragazzi, come facciamo a dare un voto oggettivo? Diventa difficile dire, rimanendo credibili, che secondo noi è la miglior canzone del Festival. Però crediamo sia proprio così. C’è tutto quello per cui abbiamo imparato ad amare questi ragazzi. Ci sono i tocchi di ironia (quelle trombe che accompagnano tutto il brano sono l’ennesima declinazione di un divertissment alla Pinguini); il prechorus è una mazzata, che fa ballare senza dare fastidio; il ritornello è definitivo. Pop, sì. È un problema? Comunque i Pinguini Tattici Nucleari da Bergamo hanno suonato il motivetto di Batman sul palco dell’Ariston. Dai, tutti a casa.

Rancore – Eden: 6-

Ottimo arrangiamento, soprattutto nelle strofe; ottima scelta di suoni e lavoro interessante dell’orchestra che va cercare di rendere “epico” un groove quasi reggaeton: dobbiamo ancora decidere se il matrimonio tra queste due cose ci piaccia oppure no. In generale, comunque, convince abbastanza, i dettagli sono ben curati e il complesso sembra abbastanza raffinato. Si poteva resistere alla tentazione del ritornello così ballabile e insistere su una ricerca sonora e strutturale che continuasse sull’onda dell’evocativo.

Levante – Tikibombom: 7,5

Molto bene davvero. La voce c’è, l’espressività pure, la classe manco a dirlo. Levante è uno dei pezzi più pregiati di questo Sanremo. La mimica, il testo, il modo di cantare, gli sguardi in camera: sembra che tutto quello che sta cantando ti riguardi direttamente, che sia proprio a te che sta parlando.

Tosca – Ho amato tutto: 7-

«So cantare, so suonare, ma stasera non mi riesce niente». Non dire così Tosca, sei stata molto brava, forse solo un po’ melensa e prevedibile, ma è un bel pezzo sanremese. Dopo le pagelle a 24 artisti dovreste avere capito cosa pensiamo delle intro piano-archi-voce. Però almeno c’è una melodia, ed è pure piacevole: tanti altri si limitano a sussurrare metafore sulla vita appoggiandosi all’accordo in un modo che alla fine risulta semplicemente patetico. In Tosca c’è della classe e il brano a livello armonico cerca di allontanarsi dalla comfort zone tipica dei brani più mediocri. Non entra la batteria nella seconda strofa e non fa quell’insopportabile “tu cia tu tu cia” sanremese, anzi offre un bellissimo arrangiamento orchestrale che cerca di dare dinamica al pezzo esplorando altre vie. Sono conquiste.

Junior Cally – No grazie: 6-

Si deve essere messo d’accordo con Anastasio: il risultato è che il paragone è quasi inevitabile, e forse preferiamo il primo. Due terzi della quota rap di Sanremo sono dunque nel segno del crossover, in entrambi i casi su un terzinato quasi stoner. Molto bello l’arrangiamento dell’orchestra, molto orecchiabile il mantra che dà il titolo al brano. Forse il brano non comunica la rabbia che vorrebbe. Nulla di nuovo Anastasio la prima serata, nulla di nuovo Junior Cally la seconda. Il primo però si divora il palco e comunica in maniera nel complesso più efficace. Junior Cally un po’ meno. La politica in musica è sempre un rischio. Junior Cally se lo prende e fa bene, ma lascia il discorso a metà tra una frecciatina e una bordata, dando l’impressione di essere poco autentico nelle accuse. In ogni caso, comunque vada, chiuderà agli ultimi posti a priori per le note vicende extra festival.

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