Alà, cór!

Affresco di Madrid dagli occhi di chi corre per strada

Il podismo permette di vedere a una velocità che consente il ricordo. Una carrellata meravigliosa, piena di chicche, da portare con sè

Affresco di Madrid dagli occhi di chi corre per strada
13 Marzo 2020 ore 08:30
di Marco Oldrati

Quando corri non vedi solo chi corre… vedi anche il mondo intorno. Qualcuno penserà a qualcosa di bucolico, panorami, natura, monumenti. No, vi sbagliate: parlo di persone. Persone diverse, mondi, contatti che ti spingono a immaginare che la vita che conosci sia una piccola parte di quello che esiste sul pianeta. Non ci credete? Venite con me.

Puerta del Sol, cinque del pomeriggio: Madrid è calda, sì, ma asciutta. È settembre, sono qui da solo e ho girato tutto il giorno, dalle nove (i madrileni sbadigliavano ancora) fino a pochi minuti fa per musei e monumenti, adesso ho bisogno di svago e quindi metto le scarpe e vado a correre. Dove? Al parco, ma qui il parco non è una cosa da niente, è il Parco del Prado, cinque chilometri di perimetro che mi sono ripromesso di percorrere quattro volte. E allora andiamo.

Arrivo su Paseo del Prado e i primi che incontro sono turisti come me, ma io a confronto con loro sono pimpante: sono stremati, come se avessero finito adesso un allenamento. Hanno trascorso ore dentro il Prado, alcuni si siedono su una panchina sorseggiando dalla mezza minerale in bottiglia di plastica come se non ci fosse un domani. Certo, il Prado sfianca (non come il Louvre o l’Heremitage a San Pietroburo …) ma qui c’è anche il fiero intento di non perdersi niente, Velazquez, Tiziano, El Greco, Goya e tutto il resto. Qualcuno osa già parlare di Guernica domani al Reina Sofia, ma viene respinto al mittente dallo sguardo sofferto della signora fuori forma con in testa il cappellino da sole.

Ma l’avventura è appena cominciata, perché quando entro nel parco mi trovo davanti uno spettacolo incredibile: l’angolo di sud-ovest è una specie di cittadella dello sport (del calcio e della pallavolo, più esattamente) sudamericana. Sembra che il quartiere di Hispanoamericana, quello che sta attorno allo stadio, il Santiago Bernabeu, abbia traslocato qui. Centinaia di giocatori, famiglie, bambini, giovani, ragazzi che sorridono, bevono San Miguel e si godono la “feria”, la festa. Io corro e li guardo, sentendomi come un cameraman che scopre… l’America!

Proseguo e torno in direzione nord e qui arriva la magia: una Glorieta, un edificio di feste (il Parco in fin dei conti si chiama Parco del Retiro, del riposo) e come in ogni posto dove si fa una festa elegante, persone eleganti. Non stiamo parlando di una passerella, ma di una meraviglia di colori. La giornata è felicissima da questo punto di vista, c’è una luce che farebbe brillare i palazzi di Sesto San Giovanni, ma qui le ragazze sono vestite in abiti straordinariamente brillanti, colori accesi per niente “alla moda”, ma eterni, come il blu dipinto di blu o l’arancio di un mandarino siciliano o il verde di un prato irlandese. Tutti abiti senza maniche, tutte con la stessa acconciatura a chignon, favolose dall’incarnato pallido di fondotinta su cui spicca il rosso Tiziano delle labbra.

Mi piange il cuore all’idea di voler correre ancora e di non fermarmi a guardarle, ma “devo” andare oltre e quindi avanti, ma lo stupore non finisce, anzi, aumenta. Io non sono uno che corre sul tapis roulant in palestra, sono abituato alla “bellezza” (in fin dei conti sono un bergamasco che corre sui Colli) ma dopo la Glorieta ci sono tre laghetti nel parco dove vedo scene da film di James Ivory. Innamorati che si guardano, coppie d’anziani che scherzano, personaggi che tirano i remi in barca e si mettono a leggere, tutti su dei piccoli canottini di legno verniciato di marrone, dello stesso colore dei mattoni con cui è stato costruito il sistema di archi che circondano questo anfiteatro naturale di lievi rialzi di terra ricchi di alberi ombrosi.

Ma non è finita: torno indietro ed è l’ora dell’uscita dagli uffici, lungo i viali ci sono persone affrettate, sorridenti, qualcuno si ferma a prendere un helado, si rilassa passeggiando con la fidanzata o si sofferma a guardare un inglese (almeno a me sembra inglese!) che sta dipingendo un acquarello, qualcun altro scherza seduto con davanti tapas e cerveza, si slacciano le cravatte e si mettono tranquilli.

Certo, ho corso due ore e sono stanco adesso, ma sono fortunato: la forma è stata sufficiente a farmi correre a testa alta per tutto il tempo, a permettermi di vedere cose che mi hanno dato un’altra immagine di Madrid, da aggiungere ai musei, all’animazione notturna di Plaza Mayor o della Chueqa. Perché correre è vedere, non dimenticatevelo mai, vedere ad una velocità che vi permette di ricordare. Non la moto, non la macchina vi permetteranno mai di incontrare tutto questo, solo la corsa.

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