Pensare positivo
I giorni in Bolivia

La forza rivoluzionaria della Chiesa spiegata dall'hermano Francisco

La forza rivoluzionaria della Chiesa spiegata dall'hermano Francisco
Pensare positivo 10 Luglio 2015 ore 15:09

Primo: chi si sia trovato a pensare che i canti della sua parrocchia fossero quanto di più disturbante all’orecchio esistesse al mondo ieri ha avuto modo di ricredersi: la Salve Regina intonata (parola grossa) al termine dell’incontro del Papa col clero, i religiosi e le religiose, i seminaristi ha raggiunto il grado sei su una scala di cinque (quella degli uragani, dei tornados). Devastante. Sarà forse perché veniva al termine di un discorso in cui il continuo riferimento al corazón blindado (il cuore blindato), al cuore che ha perso la capacità di stupirsi e di cambiare, evocava - si direbbe per forza, di necessità - i Maná e Carlos Santana. (Per chi non fosse in grado di cogliere l’allusione, Corazón espinado su Youtube). Santana a parte, gigantesco il Papa. Gigantesco: una di quelle volte che uno pensa: Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi - gli orecchi, in questo caso - hanno visto la tua salvezza. La vita mi ha dato tutto quel che poteva e magari di più.

No, sbagliato: mai pensare che la vita sia compiuta. C’è sempre dell’altro.
Ed è di questo altro che tocca ora parlare, perché non si può occupare l’intero server di Bergamopost per dire la giornata di ieri. Non basteranno gli anni per scavarla facendone memoria. Dunque: finisce l’incontro coi preti e le suore (che devono essere le sorelle delle monache di clausura di Napoli: volti da sballo - o in cui riluce la santità come fossero stelle, in ecclesiastico) e il papa va all’incontro coi movimenti popolari. La tele riprende il percorso sulla Jeep. Cambio di scena, e Back to the Future (vedi Bergamopost).

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Lo spettatore veniva proiettato di colpo in un’affollata assemblea studentesca primi Anni Settanta in un’università periferica. Al tavolo il solito rifugiato cileno in giubbotto con tanto di Che Guevara stampato alla meno peggio sulla sinistra, in aula baschi verdi con stella rossa al centro (voleva dire: viva il grande timoniere Mao Tse Dong), bandierine di Cuba, capelli rasta, capi indiani in prestito (con tanto di zigomi tinti in ocra rossa e collane sparse sul petto nudo), rappresentanti di movimenti andini con razze di piume d’uccello tipo Atahualpa prima della cattura: in breve, il mondo dei movimenti di liberazione con tutto il loro folclore e le facce durissime, da assalto al treno di Santa Clara (vedi biografia del Che).

In questo caso il rifugiato cileno in giubbotto era però il Presidente del Estado Plurinacional de Bolivia, Juan Evo Morales Ayma. Alla sua destra, in uniforme d’ordinanza bianca, il Papa. Detto anche nuestro hermano Francisco, nostro fratello Francesco.
Mentre la speaker ufficiale dava lettura del documento uscito dalla tre giorni dei movimenti popolari tenutasi nell’occasione, sottolineando che ne sarebbe stata consegnata copia all’hermano di cui sopra, nella testa dello spettatore televisivo cominciava a farsi spazio (ancora sommessamente, per il momento) una domanda gradevole come del brecciolino nei sandali: e ora, come se ne esce? Perché il documento conteneva la quintessenza delle rivendicazioni di lotta di cinquant’anni fa, con in più tutti i riferimenti alle identità di genere e alle altre delizie degli ultimi dieci e sembrava che il Papa fosse stato chiamato lì solo per ottenerne l’avallo da opporre ai borghesi al potere in tutto il mondo. Una cosa tipo Pio IX alle prese coi Carbonari e la Giovine Italia: roba da rischiare un flop planetario.

Consegnato il documento, con tutti che si comportavano esattamente come ai bei tempi (sbracati e girovaghi quelli in platea, seri da Terza Internazionale i loro rappresentanti al tavolo speciale dei rappresentanti, con quello di Cuba che quando si vedeva ripreso dalla telecamera agitava la bandierina con cinque strisce e una stella con la stessa distratta noncuranza con cui altri fanno girare l’ombrellino del long drink) la parola passa al Compañero Presidente. Che, dettosi onorato per la presencia dell’hermano Papa Francisco, dichiara di voler raccontare brevemente la sua experiencia al gobierno dell’estado plurinacional de Bolivia di cui è appunto presidente. Brevemente, si intende, come faceva, ai suoi tempi, il comandante Fidél. (Qui due ore di discorso non ce le toglie nessuno, pensavano quelli col brecciolino nelle scarpe. «Si sta riprendendo il tempo che non ha avuto a El Alto», sospettavano altri, visto che qui siamo a bajo, in basso, e il corazón del Papa non ha più bisogno del mate con la coca).

Due ore no, ma poco ci è mancato. E forse il cuore del Papa era al sicuro, ma quello dell’interprete no, perché el compañero presidente andava a braccio e aveva adottato lo stile di quei predicatori inascoltabili che sembra sempre che stiano finendo l'omelia e invece no, gli viene un’altra idea per la testa e seguono quella, e poi uno spera di nuovo che siano giunti al sia-lodato-GesuCristo e invece no, altro decollo, come un aereo in atterraggio che veda la pista improvvisamente ingombra e riprende quota. Il Papa dicevamo, l’hermano, sempre puntato verso l’oratore, ma il traduttore simultaneo si sentiva che stava barcollando sotto i colpi delle virate improvvise, delle picchiate inconsulte, dei ricordi a riemergere, della sintassi sempre più acrobatica.
Anche noi, a tanti chilometri di distanza, pensavamo già di non reggere un minuto in più quando, senza che nessuno capisse perché, il racconto di quella experiencia si conclude. Applausi, la palabra a Papa Francisco. Che, aprendosi in un sorriso da cessato allarme, si dirige verso il leggio, l’ambone, il pulpito chiamatelo come volete. Tenete conto che per tutta la fase precedente - quella in cui l’oratore dalla folta chioma nerolucido, da indio, pareva essersi completamente dimenticato della presenza dell’ospite - la domanda «E ora, come ne usciamo» si era fatta insistente come il battito del Cuore Rivelatore nel racconto di Poe. Un vero incubo.

E invece è stata l’ora più bella in assoluto degli ultimi settanta anni, credetelo. Più bella del giorno del matrimonio. Più bella del risveglio dal sogno più bello che abbiamo mai sognato. Più bella del bacio più bello che abbiamo mai dato e ricevuto e dell’amore più bello che abbiamo mai fatto. Il Papa, in un discorso decisamente lungo - a un certo punto si è interrotto dicendo: «El cura habla largo!» (se la prende comoda, il prete) - si è ripreso in mano il mondo riproponendo la forza rivoluzionaria della Chiesa e mostrando che essa è in grado di compiere realmente la speranza dell’uomo.
Ha detto a quelle donne e a quegli uomini: andate avanti. La Chiesa non ha una ricetta politica, non sa come risolvere i problemi del mondo. Sa stare, però, al fianco di chi lotta e di chi spera per sorreggerlo, per ripetergli ogni volta, instancabilmente: alzati, riprendi il cammino.
Vedete, da papa Giovanni XXIII passando per san Giovanni Paolo II, dal Concilio a Paolo VI, il discorso era continuamente tramato del grande pensiero della Chiesa dispiegato negli anni e attraverso i continenti. A un certo punto, nel corso di un’affermazione da far tremare la lobby delle acque minerali e non, il papa ha chiosato: "e questo lo ha detto Giovanni XXIII cinquanta anni fa". Chi avesse letto - e avesse tenuto a mente - i documenti pontifici, le encicliche, i discorsi all’Onu o da altre parti, vedeva il manto di Santa Madre Chiesa disteso sulla terra e sulle acque a proteggere l’uomo.

Ma appunto questa è stata la sorpresa di ieri: che tutte quelle parole, commentate come profonde, «di grande spessore» da tutti i commentatori pronti a farle finire in soffitta, che tutti quegli interventi da conservare nelle redazioni dei telegiornali solo per essere riciclati nei servizi di commemorazione del defunto pontefice, quello straziante desiderio di bene che essi testimoniavano nella voce incrinata di Paolo VI o in quella tonante del papa polacco, quelle parole erano adesso ripetute lì, davanti a quella platea di sbracati improvvisamente attenti e capaci di lasciar perdere il «Viva il Papa» gridato improvvisamente da un personaggio isolato per poter continuare a seguire quel che lui stava dicendo.
Il discorso, lo abbiamo detto, è stato molto lungo senza però che una parola fosse di troppo. Il succo vorremmo proporlo richiamando una canzone de lucha (di lotta) di quegli anni lontani. Si intitola Juan sin tierra (Giovanni senza terra), ed è di Victor Jara. Dice a un certo punto il narratore: «Mi padre fue peon de hacienda, y Yo un revolucionario. Mis hijos pusieron tienda, mi nietos son functionarios». (mio padre era un contadino sotto padrone, io sono stato un rivoluzionario, i miei figli hanno potuto metter su un negozio, i miei nipoti sono funzionari).

Ha detto questo il Papa, in breve: la Chiesa non ha un progetto politico. Però sa come evitarvi il tragico destino di Juan. Tiene viva la speranza hasta la victoria. Siempre. Perché non è vero che il pueblo, se rimane unido, non sarà mai vencido. Chiunque, pueblo o non pueblo, sarà vencido dal contrattacco del borghese che è in lui. Non c’è scampo. A meno che non si decida a far experiencia non del gobierno di qualche estado multinacional, ma dell’amore di Dio che si è preso cura di lui. Marco Politi, il vaticanista, in studio per commentare l’evento, ha detto più o meno: il guaio è che oggi non esiste un leader politico, non esiste in tutto il mondo, capace di raccogliere e dar forma civile a questa proposta. Il Papa è molto solo in questo. Forse quei ragazzi potranno dargli una mano? I non-papa boys, diciamo?

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