Una settimana a Natale

L’unica cosa che avevano capito i pastori (banditi) del presepio

L’unica cosa che avevano capito i pastori (banditi) del presepio
25 Dicembre 2017 ore 00:45

Dunque, dopo le pecore, tocca parlare dei pastori che le vegliavano.

Nei Natali d’un tempo i pastori del presepe facevano parte dell’immaginario di chi abitava in città perché da alcune regioni italiane – Abruzzo e Campania in particolare, ma anche Emilia, Molise e Lazio – arrivavano alcuni suonatori di piffero e di zampogna vestiti “da pastori” che si aggiravano per le strade chiedendo l’elemosina in cambio di un po’ di musica. La parola “piffero” è assolutamente fuori luogo, perché in realtà si trattava di ciaramella, strumento ad ancia mentre il piffero non lo è. C’è anche una poesia del Pascoli che le ricorda. Per alcuni giorni il suono delle ciaramelle e delle zampogne (o pive, baghèt o surduline) si aggirava per le vie del centro città misto all’odore delle caldarroste che non avevano ancora raggiunto i prezzi da gioielleria degli ultimi anni.

Dato che le figurine in gesso che rappresentavano loro e gli altri personaggi venivano realizzate a Pacentro – un paese vicino a L’Aquila, che sembra lui stesso un presepe – i pastori che si comperavano sulle bancarelle erano in genere fatti ad immagine di quelli dell’Appennino centro-meridionale. È andata così: i pastori sardi se ne facciano una ragione di non essere mai entrati nei presepi domestici del continente. La loro immagine popolare è legata piuttosto ad altre vicende, spesso tristi, della nostra storia: storie di furti di bestiame, di assassini, di rapimenti.

Eppure è proprio questa fama non esattamente brillante la condizione che essi condividono maggiormente con i loro colleghi del presepio. I pastori dell’antica Palestina, infatti, non erano persone ben viste dagli altri. Finivano per fare quel mestiere perché nessuno se li voleva trovare intorno, e così venivano confinati in ambienti un po’ distanti dal centro. Le zampogne, manco le conoscevano.

Il vangelo fa a questo proposito una distinzione precisa fra pastori in quanto proprietari di greggi di pecore e pastori in quanto guardiani delle medesime. I primi erano persone cui nessuno si sarebbe vergognato di assomigliare: erano dei signori. I secondi, pagati per svolgere il loro lavoro, erano considerati poco meno che banditi. Il figlio di quel ricco signore che, dilapidate le sue sostanze, andò a fare il guardiano dei maiali era uno di loro. Forse anche un gradino sotto, perché le pecore erano socialmente accettate, mentre i maiali sono quanto di peggio un bravo israelita possa ancora immaginare. Ma era proprio il guardiano maleodorante il figlio che il padre aspettava.

Riprendiamo. I pastori padroni non stanno, di notte, a guardia dei recinti: se ne stanno a casa. Quindi quelli del presepio sono gli altri, di cui Gesù parlerà nel famoso discorso in cui comincerà a dire chi è Lui. Dirà: «Io sono il pastore proprietario. Uno come me è disposto a rischiare la vita per le sue pecore. Il guardiano pagato, invece, al quale le pecore non appartengono, quando vede arrivare il lupo, abbandona le pecore e se la dà a gambe: così il lupo le rapisce e le disperde. Al guardiano interessa lo stipendio, non le pecore. Io, invece, ho un altro rapporto con le mie pecore. Le conosco una per una e loro mi riconoscono perfettamente». Anche senza segnarle con la vernice.

Quelli del presepio sono dunque guardiani a libro paga. E questo cambia in qualche modo tutto il quadro perché – se si sta alla sceneggiatura originaria – significa che le prime persone al mondo a sapere che era nato il bambino Gesù sono stati degli esclusi, degli emarginati, gente con cui nessuno avrebbe voluto avere a che fare. Che avessero maturato negli anni una coscienza sporchissima si capisce dal fatto che quando l’angelo si presenta loro facendo una luce che duemila lampeggianti della Polizia non sarebbero riusciti a eguagliare, quelli – dice il vangelo – «furono presi da grande spavento». Come se avessero pensato: ci hanno beccati un’altra volta.

Tanto è vero che l’angelo si vede costretto a intervenire per rassicurarli: «Datevi una calmata ragazzi, non son qui per (ri)portarvi dentro. Al contrario: son venuto a dare a voi e a tutti una bellissima notizia: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia».

Per avere un’idea di cosa successe a questo punto noi abbiamo un solo punto di riferimento: Bernadette Soubirous – pastorella anche lei. Quando la Bella Signora della grotta di Lourdes le disse chi era (Io sono l’Immacolata Concezione) quella ragazzina che sapeva solo dire il rosario prese una corsa da togliere il fiato per arrivare alla casa (distante dalla grotta un bel pezzo) del parroco e ripetergli (sbagliando anche) cosa le avesse detto la Madonna. Erano parole per lei incomprensibili, come fu successivamente appurato.

Una cosa simile potrebbe essere accaduta ai pastori guardiani. Della formula dell’angelo: «Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» capirono certamente che qualcosa doveva essere successo a Betlemme (la città di Davide), ma niente di più.

L’angelo venne loro in aiuto fornendo un elemento importante del puzzle: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». Era già qualcosa. Poi – ma ne parleremo la prossima puntata – saltarono fuori tutti gli angeli del cielo cantando parole ancora meno comprensibili delle precedenti e quando finalmente se ne tornarono da dove erano spuntati, quei poveretti – è scritto nel vangelo: «dicevano fra loro: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”».

Appunto: andiamo un po’ a vedere cos’è ‘sta cosa in cui l’Altissimo ci ha coinvolti (perché è noto che “conoscere” in ebraico antico significa “avere a che fare con”). Vedi mai che siamo diventati proprietari anche noi di qualche pecora.

Sì, andò così. Successe il finimondo quella notte: prima un angelo, poi centomila angeli, luci che giravano da tutte le parti, canti incomprensibili. Indicazioni da caccia al tesoro. Solo una cosa avevano capito: che dovevano andare a Betlemme perché era successo qualcosa che li riguardava. E in effetti ci andarono. E videro, anche.

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia