Cuore nerazzurro

Tre maglie per raccontare un amore

Tre maglie per raccontare un amore
16 Gennaio 2018 ore 08:30

Ogni volta che apro l’armadio per prendere una camicia, la prima immagine che vedo è questa: spalla sinistra, maglia bianca a strisce verticali nerazzurre con logo Errea e ricamo con filo argentato con scritto “50° campionato di Serie A”. Come tutti gli appassionati atalantini, anche io ho una piccola collezione di maglie. Non sono molte, credo una ventina in tutto, ma sono tutte piene di significato: personale, sportivo, emozionale e non solo. Quella maglia lì è la numero 72 di Cristiano Doni e il fatto che ogni mattina sia la prima a conquistarsi il mio sguardo ha un significato particolare. Diverso da quello della maglia numero 19 indossata da German Denis con il logo di BergamoPost contro la Fiorentina e ulteriormente diverso da quello della casacca che mi ha donato Andrea Masiello dopo la sfida di Nicosia contro l’Apollon di Limassol: tre maglie importanti, dense di valore che nascondono un grande messaggio da tenere presente adesso che per l’Atalanta e gli atalantini arriva un mese da urlo.

 

 

La 72 di Doni nell’anno dell’ultima retrocessione. Cristiano Doni ha quasi sempre indossato il 27 a Bergamo, o almeno è con quel numero che tutti i tifosi l’hanno ancora in mente. Nella stagione 2009/2010, quella di Gregucci in panchina e con Alessandro Ruggeri alla presidenza, il capitano dell’Atalanta indossava però il numero 72 nel campionato numero cinquanta dell’Atalanta in Serie A: sembrava portare bene, mi disse. Doveva essere una grande stagione, il traguardo meritava qualcosa di diverso e invece abbiamo visto quattro allenatori alternarsi in panchina (Gregucci, Conte, Bonacina e Mutti), una retrocessione in B e tanta contestazione alla proprietà che a fine stagione passò la mano alla famiglia Percassi. Perché, vi chiederete, ricordare il peggiore anno della storia recente in un momento in cui tutto va a meraviglia? Semplice, perché se ti ricordi chi sei, da dove arrivi e che fatica hai fatto per arrivare al punto in cui sei arrivato è più facile rimanere con i piedi per terra. Quella spalla con ricamato “50° campionato di Serie A” sembra quasi un monito: attenzione, anche nelle annate che possono sembrare più belle può succedere qualcosa che ti fa ricadere nella polvere. Oggi abbiamo gambe forti per resistere (società, gruppo, allenatore e tifoseria), ma non abbassiamo mai la guardia. Mai. Intanto, il prossimo sarà il campionato numero 58 tra i grandi, in 111 anni di storia.

 

 

La 19 di Denis con BergamoPost. Una delle altre maglie più dense di significato che ho nell’armadio è la numero 19 indossata da German Denis durante Atalanta-Fiorentina del 24 settembre 2014. All’apparenza può sembrare una partita come tante altre, ma quel giorno, sotto il numero dei giocatori, comparve per la prima e unica volta il nome del nostro giornale: BergamoPost. Ironia della sorte, per una serie di questioni personali non riuscii nemmeno a seguire la gara allo stadio e quindi solo le immagini televisive a tarda sera e tante fotografie mi permisero di vivere quel momento. Risultato a parte (segnò Kurtic per i viola, l’Atalanta perse 1-0), ciò che questa maglia porta con sé è un legame forte e sentito tra la squadra nerazzurra e il nostro giornale. Ho l’onore di scrivere ogni giorno, su carta e web, dei colori nerazzurri e questo è accaduto quando le cose andavano meno bene di oggi. Adesso, ovviamente, è tutto molto più semplice e la possibilità che da qui a fine stagione si possa vivere un’altra stagione grandiosa a leggendaria è concreta. E allora avanti, senza paura e un passo alla volta: come il nome di BergamoPost è stato scritto sulle maglie di quel giorno, magari il nome della Dea verrà scritto su una coppa. O magari due.

 

 

Il 5 di Masiello a Nicosia: nulla è impossibile. La maglia di quest’anno che custodisco più gelosamente è quella indossata da Masiello a Nicosia il 2 novembre 2017 dopo la partita contro l’Apollon di Limassol. Il risultato finale non ha regalato alla formazione orobica un successo che sarebbe stato meritato (oltre al vantaggio di Ilicic, palo di Petagna e almeno altre due grandi occasioni con il pareggio arrivato all’ultimo respiro), ma l’esperienza vissuta nella trasferta più lunga di sempre dell’Atalanta è qualcosa che agli oltre ottocento bergamaschi presenti resterà dentro per molto tempo. La città divisa in due, lo stadio che da fuori sembrava quello del Verdello, l’anima greca e quella turca che si confondono in questa piccola isola molto più vicina al mondo arabo di quanto si possa pensare osservando il mappamondo rappresentano dettagli di una trasferta che solo qualche stagione fa non sembrava minimamente immaginabile. Non sappiamo se resterà la trasferta più lunga mai intrapresa dai nerazzurri ancora per molto tempo o se una nuova avventura europea ci poterà a latitudini più estreme, ma la sensazione che ormai l’Atalanta abbia sdoganato la sua indole provinciale è sempre più forte.

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