È morto a 90 anni

Addio ad Angelo Mainetti il don Chisciotte della bicicletta

Addio ad Angelo Mainetti il don Chisciotte della bicicletta
Personaggi 25 Settembre 2017 ore 10:00

Angelo Mainetti ci ha lasciato a novant'anni, dopo una vita dedicata alla bicicletta e al suo ruolo ambientale e sociale. Riproponiamo, per omaggiarlo, un'intervista che ci concesse lo scorso giugno.

 

Avvocato Mainetti, lei è stato più volte paragonato a don Chisciotte. «Sì, perché dicevano che combattevo contro i mulini a vento. E un po’ è vero. Alla fine degli Anni Cinquanta ero assessore alla pubblica istruzione nel Comune di Vaprio d’Adda, ma mi interessavo di urbanistica e in giunta proponevo l’adozione di un piano del traffico che privilegiasse il trasporto pubblico e disciplinasse l’accesso delle automobili alle vie del centro. I miei colleghi amministratori mi guardavano con un sorriso di condiscendenza e poi mi dicevano che erano ottime idee. E non si faceva niente. E non si è mai fatto niente».

A Bergamo lei è riconosciuto come il paladino della bicicletta.
«Per via dell’Aribi, certo».

Anche come Aribi ha continuato a ricevere sorrisi e basta?
«Eravamo un pugno di appassionati della bicicletta, ma non in senso sportivo, agonistico. Credevamo nella bontà di questo mezzo di locomozione, ideale per le città. Con noi si schierò da subito Felice Gimondi che divenne il nostro presidente onorario e che ci ha sempre dato una mano».

Risultati?
«Partimmo bene: nell’anno in cui nacque l’Aribi venne tracciata la prima pista ciclabile nella storia di Bergamo. Una mano di vernice gialla in via Tasso e in largo Belotti. C’è ancora».

E poi?
«E poi siamo rimasti immobili, per anni».

Ma lei è di Vaprio d’Adda?
«No, io sono nato a Milano nel 1927, il 26 maggio».

Novant’anni. Auguri!
«Grazie».

Festeggia?
«Ho fatto un pranzo con Agnese, mia moglie, e gli amici. Ma era meglio trent’anni fa...».

È nato a Milano.
«Sì. Sono nato e cresciuto nella zona Sempione, ho frequentato il ginnasio e il liceo classico al Cesare Beccaria. Verso la fine del 1942 abbiamo dovuto lasciare la nostra casa per via dei bombardamenti. Mio padre lo avevano trasferito in Romagna, con il suo ramo di azienda; lavorava per le Assicurazioni Generali. Noi andammo da uno zio che era parroco a Vaprio d’Adda, un uomo molto in gamba. La casa era grande, lo zio ospitò ben quattordici parenti. Furono due anni bellissimi per me che ero ragazzo. Tutti i giorni prendevo il tram per Milano. Durante il viaggio a turno uno di noi studenti stava di guardia per controllare che non arrivassero aerei nemici, temevamo i mitragliamenti: quando si avvistava un aereo si scendeva tutti dal tram e ci si buttava nei prati: no, quelli non erano bei momenti».

Poi è venuto a Bergamo.
«No, mi sono laureato in Giurisprudenza e sono stato assunto dall’Agip, lavoravo a Milano in corso Venezia. Ma abitavo sempre a Vaprio perché la casa dei miei genitori era stata danneggiata seriamente nei bombardamenti. Nel frattempo ero diventato assessore al comune di Vaprio. Mi trasferii a Bergamo solo nel 1962, dopo che ebbi sposato la mia fidanzata, Mirella, che era di Bergamo. Ci sposammo nella chiesa di San Bernardino, dove c’è quella meravigliosa pala di Lorenzo Lotto, in via Pignolo, all’incrocio con via San Giovanni. Il padre di Mirella era l’avvocato Santinoli: lasciai l’Agip, sposai la figlia di Santinoli e mi trasferii a Bergamo, iniziai a lavorare nello studio del suocero, come avvocato. La mia vita era cambiata per sempre. Mirella è morta venticinque anni fa, poi per fortuna ho incontrato Agnese».

Va ancora in bicicletta?
«Non me ne parli».

Perché?
«Due anni fa ho comperato la bicicletta con pedalata assistita, data l’età... Ma la mia salute è peggiorata e adesso uscire in bicicletta è un problema. Magari a Padenghe, sulla pista ciclabile... Mi manca la bicicletta».

Don Chisciotte. Mainetti ride. Parla nella sua abitazione nel quartiere di Santa Lucia, è vestito in modo impeccabile come sempre.
«Ero convinto della necessità urgente di studiare piani del traffico, a Vaprio come a Bergamo. Ne parlavo con i colleghi politici della Democrazia Cristiana, mi rispondevano che avevo ragione, ma tutti aggiungevano sempre: “E come si fa a intervenire? Tutti hanno il diritto di andare dove gli pare con la macchina”. E così avevamo le automobili parcheggiate in piazza Vecchia».

Alla fine degli Anni Settanta le cose cambiarono. Nel 1979 arrivarono le chiusure di Città Alta al traffico la domenica pomeriggio.
«E sembrò una rivoluzione: per la domenica pomeriggio con le Mura liberate dalle auto! I commercianti temevano la catastrofe, ma andò diversamente. Ma anche i commercianti hanno le loro ragioni quando protestano per le isole pedonali, per i divieti di sosta e via dicendo: il problema è l’accessibilità, non l’automobile. Se decidiamo di bandire l’automobile dai centri storici, dobbiamo tuttavia rendere i luoghi più accessibili. Per questo non basta dire: “Fuori le automobili!”. Occorre un piano che spieghi come rendere più accessibile quell’area».

Arrivò il piano Gelmini.
«Fu il primo tentativo di realizzare un piano del traffico, ancora a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. Nello stesso periodo, noi che credevamo nella bicicletta ci ritrovavamo dal dottor Mangiarotti, vicino alla chiesetta della Madonna della Neve. C’era l’avvocato Bregoli che fu il primo presidente dell’Aribi. E veniva Felice Gimondi. L’atto costitutivo lo redigemmo dall’avvocato Veronesi. Nacque l’Associazione per il Rilancio della Bicicletta».

Un nome curioso.
«Lei deve pensare che negli Anni Sessanta e Settanta la bicicletta la usavano in pochi, era il mezzo dei poveracci. Gli operai che prima andavano al lavoro in bici ora si spostavano in motorino o in auto. Se andavi in bici voleva dire che non ti eri emancipato, che non avevi avuto successo. Le racconto un episodio. Al figlio di un mio cognato, allora quindicenne, comprarono una bella bicicletta, rossa fiammante, ma a lui non interessava più di tanto. Allora dissi che l’avrei comprata io. Gli diedi cinquantamila lire, che era una bella cifra. Eravamo negli Anni Settanta. Un giorno tornavo dallo studio, andavo a casa con questa bicicletta e incrociai il parroco di Santa Lucia, monsignor Aquilina, il quale quando mi vide si mise a ridere. Capisce?».

Si mise a ridere.
«Certo, perché non esisteva che un avvocato si spostasse in bicicletta. Era persino buffo. Poi il parroco si scusò con me, mi disse che gli era venuto spontaneo il riso».

E lei?
«Lo scusai, ovvio. E continuai ad andare in bici e a credere che questo era il mezzo del futuro, per risolvere i problemi del traffico e per attenuare la questione dell’inquinamento. La faccenda dell'inquinamento cominciò a essere sentita negli Anni Settanta».

Nacque l’Aribi, si fece la prima pista ciclabile in via Tasso.
«A proposito, l’avvocato Ginouliach scrisse una bella poesia in onore della prima pista ciclabile di Bergamo! Noi cominciammo a organizzare “Bergamo in bicicletta”, una biciclettata cittadina, proprio per rilanciare le due ruote. E nelle prime edizioni ci fu un’adesione eccezionale, anche più di mille persone, comprese famiglie e bambini. Era la novità. Si affrontava la Madonna del Bosco e si andava a fare uno spuntino alla Madonna della Castagna, dove c’era il punto di ristoro del Comune. Ci dava una mano l’assessore allo Sport e Spettacoli, Vittorio Ambrosini, che era di quelle parti, di Fontana. In un primo momento anche il sindaco Giorgio Zaccarelli era dalla nostra parte».

E in un secondo tempo?
«Ci fu un episodio poco simpatico. Zaccarelli venne per partecipare credo alla prima edizione di Bergamo in Bicicletta; non so come fu, ma si trovò le gomme bucate. Non fu una bella cosa. Qualche balordo. Poi con Zaccarelli ci furono delle incomprensioni anche su altri argomenti, uno riguardava i pannelli solari da mettere sul tetto delle piscine Italcementi. Non se ne fece nulla».

Che cosa propose in concreto l’Aribi?
«Fra le prime proposte concrete ci fu quella di trasformare in pista ciclabile il sedime delle ferrovie delle valli, colpevolmente cancellate nel 1967. Proponemmo la “Ciclabile delle Orobie” e, alla fine, qualche risultato lo abbiamo avuto. Adesso bisogna fare in modo di collegare Zogno a Bergamo per completare la ciclabile della Val Brembana. Un’altra proposta riguardava la ciclabilità dell’hinterland, proponevamo di sfruttare le stradine di campagna per creare una rete che collegasse i paesi attorno a Bergamo e la città. Purtroppo si è fatto poco o niente. Invece a Brescia l’hanno fatta. Poi c’è stato l’impegno nelle scuole, che viene portato avanti ancora oggi dalla presidente Claudia Ratti e dai soci, con entusiasmo. E per tanti anni abbiamo organizzato le gite fuori porta, alla scoperta del territorio in bicicletta. E conferenze, incontri, mostre. Un bel “corto” di Bruno Bozzetto».

E adesso?
«Prima voglio ricordare il convegno di Legambiente del 1986 “Straffichiamoci”. L’Aribi propose i parcheggi alle porte della città, serviti da frequenti mezzi pubblici; propose le corsie preferenziali per gli autobus, che fossero accessibili anche alle biciclette; proponeva di chiudere il cuore della città in certe fasce orarie al traffico e di vietare tassativamente il parcheggio lungo le strade in diversi settori, per consentire il passaggio rapido dei mezzi pubblici. Qualcosa, dopo trent’anni è stato recepito. Adesso bisogna andare avanti. La giunta Gori sembra positiva nei riguardi di una città vivibile. Il progetto di metrò da Ponte San Pietro a Seriate, sfruttando la linea ferroviaria è ottimo, l’ideale sarebbe avere anche la ciclabile accanto. Buona anche l’idea del metrobus. E, soprattutto, bisogna collegare tutti i vari spezzoni di piste ciclabili che sono sparsi per la città».

Si fanno campagne di stampa per sottolineare l’indisciplina dei ciclisti.
«I ciclisti devono rispettare le regole. Detto questo, certe campagne mi sembrano pretestuose. Ci sono ciclisti indisciplinati e ci sono automobilisti indisciplinati. La differenza è una sola: il ciclista indisciplinato reca fastidio, l’automobilista sbadato o imprudente può uccidere. E, purtroppo, i ciclisti uccisi sono frequenti. Do tre consigli ai ciclisti: mettere il casco; applicare alle bici da città lo specchietto a sinistra; inserire anche la paletta estensibile, laterale a sinistra, con il catarifrangente, che sporge per circa trenta centimetri: è una piccola misura di sicurezza in più, piccola, ma preziosa».