Il viceministro all'Economia

Intervista a Misiani: «All’inizio Roma non aveva capito la tragedia di noi bergamaschi»

«Il Coronavirus ci ha fatto capire che non possiamo più aspettare nel mettere l’ambiente al centro del nuovo sviluppo». «I soldi ci sono, anche grazie all’Europa, e potremo rifare l’Italia e la Bergamasca. I Comuni facciano progetti»

Intervista a Misiani: «All’inizio Roma non aveva capito la tragedia di noi bergamaschi»
05 Giugno 2020 ore 12:47

di Paolo Aresi

Antonio Misiani è l’unico bergamasco del Governo presieduto da Giuseppe Conte. È viceministro all’Economia e come tale sta seguendo con il ministro Gualtieri tutti i provvedimenti per tenere in piedi il Paese dopo la quarantena e magari per prepararne il rilancio.

Senatore, come sta?

«Sto bene, anche se sono molto tirato, al ministero stiamo lavorando pancia a terra, sette giorni su sette. Abbiamo dovuto affrontare una situazione di emergenza terribile e per di più con personale ridotto, con il telelavoro da casa… non è stato semplice. Ora inizia la discussione in Parlamento del “Decreto Rilancio” e saranno altre settimane di passione».

Lei è rimasto a Roma durante la chiusura?

«Sì, sono rimasto a Roma per gran parte del tempo, ho passato settimane lontano dalla mia famiglia, con una parte del cuore rivolta a Bergamo, parlavo ogni giorno con parenti e amici ed ero molto preoccupato, ma non potevo fare altrimenti, c’era da preparare il “Decreto Cura Italia”. Se fossi salito a Bergamo, tornare al ministero sarebbe stato molto complicato, le norme di sicurezza erano rigidissime».

Ma dentro al Governo si è capito che cosa è successo a Bergamo?

«All’inizio no, era difficile a Roma comprendere la portata reale di quanto stava accadendo, anche perché noi bergamaschi siamo sempre riservati, persino pudici, non siamo portati al lamento. Ma poi sono arrivate alcune immagini che hanno aperto gli occhi a tutti, che hanno parlato per noi. Da allora c’è stata tanta sensibilità, tutti i giorni al ministero mi chiedevano come andava a Bergamo, erano tutti molto preoccupati».

La chiusura è passata, l’allarme finito, si parla di “ripartenza”.

«Sì, sono tornato a Bergamo, ho visto in giro tanta gente, tanta voglia di scendere in strada, di stare insieme. Però mi domando che cosa ci sia sotto questa patina, questa superficie. Ho l’impressione che esista un carico di paura, di ansia, che ci vorrà molto tempo per superare. Avverto una dimensione di angoscia che sta sotto. Non potrebbe essere diversamente. Io credo che quello che è successo resterà per lungo tempo nella memoria collettiva, soprattutto nei nostri paesi».

Comunque bisogna ripartire.

«Per forza».

Si dice che bisogna ripartire, ma non per tornare come prima.

«Sono d’accordo».

Sì, ma che cosa significa?

«Prima di tutto significa che dobbiamo mettere al centro del nuovo sviluppo l’ambiente. Il lockdown in qualche modo ci ha fatto capire meglio che non possiamo più aspettare. Che dobbiamo promuovere un’economia che non distrugga l’ecosistema. Che il suolo non va consumato, che l’aria deve essere pulita, che i corsi d’acqua vanno rispettati, che l’energia deve essere il più possibile rinnovabile. Tutte cose risapute, ma il Covid ha fatto capire a tanti che non sono più rinviabili».

Lei pensa che il Covid-19 sia dilagato a causa dell’inquinamento?

«Non lo so. Solo gli scienziati lo potranno dire. Ma comunque questa emergenza ci ha reso più sensibili su questo tema. Stare a casa cinquanta giorni ci ha aperto gli occhi sul valore di tutto quello che abbiamo intorno, dell’ambiente in cui viviamo. Guardi che cosa sta succedendo per biciclette e monopattini grazie al finanziamento che abbiamo approvato, anche a Bergamo i negozi sono rimasti senza biciclette».

E quindi?

«Quindi abbiamo capito che possiamo in buona parte lavorare da casa, senza spostamenti frenetici in auto, in treno o in aereo. Abbiamo capito l’importanza della tecnologia, delle connessioni Internet. Il dodici per cento dei ragazzi italiani non dispone di computer o di collegamento, sono stati di fatto privati del diritto all’istruzione in questi mesi, una cosa del tutto inaccettabile. Un’altra disuguaglianza. Portare Internet in tutte le case non è solo un fatto economico, è una questione sociale. Un altro punto è l’assistenza agli anziani, che va ripensata da cima a fondo. Un altro ancora sono gli ammortizzatori sociali. Non c’era nessun sostegno per artigiani e commercianti, lo abbiamo dovuto inventare da zero in pochissimo tempo…».

Sì, va bene, ma nel concreto?

«Nel concreto, lo sviluppo sostenibile che abbiamo in testa produce opportunità per le imprese e il lavoro. Le faccio un esempio: nell’ultimo decreto abbiamo messo incentivi del 110 per cento per l’efficienza energetica e la messa in sicurezza sismica dei condomini».

Cioè paga tutto lo Stato?

«Esatto».

E come?

«Con un credito di imposta, che si può cedere subito alle imprese o alle banche. Questo è già parte di un nuovo modello di sviluppo. Rilanciamo l’edilizia riqualificando l’esistente, senza consumare il suolo. Risparmiamo energia. Riduciamo le emissioni di anidride carbonica. Questo vuole dire tanto lavoro anche per l’industria perché sono coinvolti anche gli impianti, da quelli elettrici a quelli termici, idraulici…».

Ma paga tutto lo Stato?

«No, però può dare una mano in tanti modi. Le faccio un altro esempio: oggi ci sono 1500 miliardi sui conti correnti degli italiani. Lo sa che nel periodo di lockdown il risparmio, nonostante tutto, è cresciuto di altri venti miliardi di euro? Noi dobbiamo creare incentivi per fare sì che queste risorse congelate muovano l’economia, che la gente investa non soltanto nelle scarpe nuove o tornando a cenare fuori, ma anche nell’economia reale, in progetto capaci di rendere migliore il mondo per tutti. Nei prossimi anni ci saranno disponibili tante risorse per iniziative di investimento».

Lei è ambientalista.

«Sono lontano anni luce dall’ambientalismo bucolico fine a se stesso. Io credo nello sviluppo sostenibile che crea impresa e lavoro».

Si ripete che la nuova economia deve basarsi sul turismo.

«Oggi il turismo è in grandissima difficoltà, ma tornerà ad avere un ruolo importante anche per il nostro territorio».

In Bergamasca, la montagna continua a spopolarsi. Abbiamo un percorso storico come la Via Priula che potrebbe attirare tante persone, ma l’abbiamo completamente abbandonata.

«Questo è un esempio. I Comuni devono lavorare insieme, costruire progetti, raccogliere idee e iniziative dal basso, anche da privati cittadini, da associazioni. Le idee non mancano, nei nostri paesi si sta facendo avanti una nuova generazione di sindaci e amministratori, dobbiamo metterli in condizione di lavorare. Dobbiamo salvare le montagne, le zone interne del nostro Paese: ci vivono tredici milioni di persone. Una parte delle risorse europee che arriveranno dovremo dedicarle a questa Italia. Anche le attività economiche di alto livello legate all’allevamento e all’agricoltura possono venire rilanciate».

Che tipo è Giuseppe Conte?

«Ha una grande capacità di tenere insieme sensibilità diverse, ha dimostrato di saper gestire passaggi difficili. Le settimane della chiusura sono state una prova durissima. L’Italia è stato il primo paese europeo investito dall’epidemia, Conte ha assunto decisioni senza precedenti, da far tremare le vene ai polsi. E ci ha messo la faccia». (…)

L’intervista completa sul settimanale PrimaBergamo in edicola fino all’11 giugno, oppure in edizione digitale QUI

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